Incontro con Luis Sepùlveda: fra libri, Cile e impegno ambientale.

di Matteo Miglietta

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Incontrare gli scrittori a volte può essere rischioso: attraverso i libri ognuno di noi crea nella sua testa un ritratto dell’autore, e non sempre la realtà rispetta tutte le nostre aspettative. Personalmente non sono un grande fan di Luis Sepùlveda, ma l’ho sempre considerato un vero artista, un artigiano della parola, una sorta di Calvino sudamericano in grado di raccontare storie incredibilmente forti ed efficaci facendo leva sull’emotività dei personaggi e dei lettori. Per questo non potevo farmi sfuggire la possibilità di vederlo finalmente in faccia, e martedì scorso ho deciso di andare alla presentazione del suo ultimo libro “Ritratto di gruppo con assenza”, alla libreria Coop di Milano, di fronte all’Università Statale.

Vedendolo avvicinarsi alla piccola platea riunitasi per l’occasione, si potrebbe già capire che il suo mestiere è quello dello scrittore: vestito di nero dalle scarpe alla camicia (con quadrati bordati di un grigio silenzioso), porta una sciarpa (nera) appoggiata sulle spalle, degli occhiali (con montatura nera) ed esibisce con orgoglio il passare degli anni attraverso i suoi capelli brizzolati e il pizzetto bianco. Un uomo simpatico, semplice e umile…proprio come me l’ero immaginato.

Durante la presentazione si cerca di ripercorrere per macrotemi la sua ultima pubblicazione, una serie di racconti in cui Sepùlveda parla un po’ di tutto, a partire dalla sua terra natale, il Cile, dove lo scrittore ebbe la possibilità di rientrare nel 1990 dopo sedici anni di esilio politico. “Uno dei racconti l’avevo scritto in tedesco proprio nel ’90, poi, dopo molti anni l’ho ripreso in mano per compiere uno stranissimo processo di autotraduzione in lingua madre -ha spiegato l’autore- Dal testo traspare però un ritorno senza gioia, perché mi ero reso conto che il paese che avevo lasciato era totalmente diverso da quello che ho ritrovato anni dopo. Il confronto è stato brutale”. Si arriva così al secondo macrotema: l’ambiente. “Un giorno un mio amico che guidava un piccolo aereo per portare i turisti a vedere dall’alto gli iceberg che si staccano dai ghiacciai della Patagonia mi disse oggi si paga per vedere la fine del mondo”. Una frase tanto semplice quanto inquietante che descrive come meglio non si potrebbe il Sepùlveda pensiero riguardo la poca consapevolezza ambientale e il poco rispetto per la natura che lui vede dilagare purtroppo in molte parti del mondo, soprattutto in Cile. Attraverso una conversazione leggera e piacevole, l’autore arriva a parlare del racconto-omaggio ai lettori in occasione dei 20 anni dalla pubblicazione del suo bestseller internazionale “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Lo scrittore nel suo nuovo libro racconta la genesi del suo “vecchio”, ispirato dalla conoscenza di un personaggio realmente esistito che, nel bel mezzo della foresta amazzonica, passava il tempo leggendo storie d’innamoramenti e cuori infranti, cose talmente smielate che, parola di Sepùlveda, nessuno leggerebbe mai. “Questa storia l’avevo in testa da molto, ma il momento giusto per scriverla arrivò soltanto 10 anni dopo l’incontro con questo vecchio, mentre ero in Croazia. Solo allora l’ho sentita sbocciare al 100%, dall’inizio alla fine, e questa penso sia una capacità propria di ogni scrittore, vale a dire il senso del tempo: saper aspettare il momento giusto per raccontare le proprie storie, senza avere mai fretta”.


Nel suo “Ritratto di gruppo con assenza” il vecchio romantico della foresta sudamericana non è però l’unico ad apparire. Ce n’è anche un altro, protagonista del racconto “Un vecchio che non mi piace”, a noi italiani noto più che ad altri. Lo scrittore cileno ha raccontato di quando, a 12 anni, suo nonno l’ha iniziato alla lettura guidandolo fra le parole del “Don Chisciotte” di Cervantes. “Mio nonno era un uomo straordinario, e probabilmente è stato lui a far nascere in me la passione per la scrittura. Io ho un grande rispetto per i vecchi e devo ammettere che non ho dedicato con piacere un racconto a Berlusconi, ma penso anche che questo fosse necessario perché, a partire dal suo aspetto fisico, rappresenta la negazione di tutto ciò che è l’anzianità”.

È impressionante la facilità con cui i personaggi di Sepùlveda s’incrocino con la sua vita, di come lui stesso possa apparire come uno dei tanti da lui stesso inventati, e di come lui sia stato capace di essere protagonista della vita pubblica internazionale, ma soprattutto di quella del suo paese. Per questo mi viene spontaneo chiedergli un parere sulla vicenda dei minatori cileni, che nei mesi scorsi ha portato lo stato sudamericano nell’occhio di quello che è stato definito un Grande Fratello globale. “Ovviamente sono contentissimo che i 33 siano usciti vivi dalla miniera, ma bisogna denunciare il fatto che la tragedia era prevedibile ed evitabile. In Cile non c’è prevenzione riguardo i rischi del lavoro. Il merito del successo dell’operazione di recupero è della solidarietà mondiale ma non mi è piaciuto il brutto show mediatico che è stato creato. Senza contare che, per esempio, nessuno ha parlato dei 250 minatori che ora sono rimasti senza lavoro perché la miniera ha dovuto chiudere”.

Un pensiero riguardo “Incontro con Luis Sepùlveda: fra libri, Cile e impegno ambientale.

  • Novembre 15, 2010 in 12:09 pm
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    Bel ritratto di Sepùlveda, sebbene anche io non sia un suo fan.

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