Il paroliere che salì da solo sulle giostre

Di Matteo Trono – Settimo classificato al concorso letterario Di-stanze 2020

“Interrompiamo il programma per presentarvi “Virione il virus cannone” interpretato da Virione il virus cannone… ritrovato quando era solo un cucciolo, adottato da Piripù, pipistrello sgargiante e diurno cotto al vapore… Ma cose strane succedono nella città di Ubiqua…” – s’interrompe così il segnale del digitale di Azzurro Cenerino, meteorologo di grido, senza ben intendere cosa volesse significare tutta quella concitazione. Per niente infastidito dall’aver perso dalla lenza la notizia, sale in soffitta per cercare un bel martello e dare una botta al suo televisore, ormai pezzo di modernariato che già da tempo pensava di smontare per farci una lettiera a Zoom il gatto. Nella sua mansarda c’era di tutto, perfino un uovo dorato con delle patacche che avrebbe illuso Fabergè in persona, anche se a farla da padrona erano un gigante telescopio per le previsioni meteo e una sorta di stele che, ad intuito, avrebbe potuto servirgli da meridiana.

Poco dopo, con i pantaloni alla zuava tempestati di ragnatele, Azzurro scende per defibrillare la tv a cui ancora frigge lo schermo, ma ecco che la sua attenzione viene rapita da un movimento animato e imperturbato, brioso ed eccitato: da dove provenisse ci ha messo un po’ a capirlo, e lo ha talmente sbigottito che il ragnetto che gli cuciva le gambe non poteva più agire indisturbato per la cenere cadutagli dalla sigaretta.
Letteralmente una faglia si era creata sul foglio della spesa, allontanamenti centrifughi colpivano le cose da comprare: la scritta zucchero era diventata ZUCCHE–RO ed entrambe le parti distaccate della parola s’interpolavano seguendo alla lettera la tettonica delle placche, una a destra e l’altra a sinistra. Ma non finiva lì, perché la migrazione delle sillabe comportava la nascita di una nuova parola. Così le zucche si aggiungevano al FAR–RO, al posto della FAR–INA, che a sua volta aveva ceduto la desinenza alla cipolla, trasformandola in un’erba aromatica.
A un certo punto, lui trilla, sbeffeggiandosi con veemenza: “Mi sono forse fumato il cervello?” – mentre continua a prendere visione dell’esodo di quelle parole.
Gli sovviene una canzone che ricorda in maniera confusa: “Su qu–ALI ALI–BI c–ALI-BRI la v–ALI–dità…quali ALI di coli–BRI’ LIBRI nell’aria?
Canticchiando si rincuora.

Senza controllare se anche altre scartoffie posate sul tavolo fossero vittime di una processione di sillabe, esce di scatto. Tutto normale: i prati come bandiere al vento, gli uccelli che gracchiano, le lucertoline sui muriccioli, il frinire delle cicale, tanto che dimentica anche quella canzone così contorta e difficile. Girato il vico della sua abitazione però, di anima viva non v’è traccia. Che cosa si era perso il nostro Azzurrino, così chiamato per l’inseparabile polo?
Alza lo sguardo per una voce che sente da lontano e nota che la sua via ora è diventata: “TRI-LUSSAZIONE” a partire da “Zona/rione Trilussa”. Non capisce: è come se ci fosse stata una ribellione delle lettere, alla stregua dell’anarchia con cui contaminiamo l’ambiente. Parole ricomposte unite da trattini: “Sarà un Trattinismo letterario invocato da quel sindaco bizzarro” – si chiede, “d’altronde non esco da un po’. O mi son svegliato a Sennaar e qualcuno ha sfidato Dio con la costruzione di una torre la cui cima raggiungesse il cielo?” O ancora: -“Sabatini avrà concesso il divorzio alle parole”, chiude. Si tratta di una pandemia delle lettere in rivolta, e Azzurrino non ne comprende il motivo.
Come se non bastasse, continuando a passeggiare nell’incredulità, si trova davanti uno striscione affisso sulle vetrine del supermercato dove va di solito, ma non ha intenzione di entrare. Uno striscione che
solitamente invoglia i clienti ad acquistare, per intenderci, come quello dei saldi. Tuttavia, della parola “saldi” neanche l’ombra. Si leggeva, a caratteri cubitali “DI–STANZE”, vai a capire se fosse un modo originale per promuovere l’affitto di un bilocale o se anche la parola “distanze” paradossalmente le avesse prese dal suo “Io”.
Ormai curioso, Azzurrino decide di entrare e giacché prendere le zucche, l’erba cipollina, il rafano e il bulgur. Vi erano code chilometriche di uomini che pareva dovessero finire di costruire la Ziqqurat prima del calar del sole, a suo dire. Trova nel frattempo l’amico Isaia, che lui chiama affettuosamente Kiro, e gli chiede se sapesse perché sullo scontrino della sua insa–LATA c’era scritto marmel–LATA.
Kiro lo guarda boccheggiante e subito, Azzurrino si scusa per averlo esortato a rispondere mentre era in preda a una crisi asmatica. Non avendo avuto risposta, Azzurrino sorvola sull’argomento e si avvia a pagare i suoi ortaggi.
“Mascheranti e guina, règop!” – sbotta la cassiera.
“Ce l’ha con me?” – biascica Azzurrino guardando Kiro elevando le mani e avvicinando le scapole.
Ritorna a pensare di rivivere l’episodio di Babele.
“Ut (puntandolo con l’indice) non puoi pagare a quessa CASTA!” – vitupera la commessa.
“Ma quale casta!?” – si chiedeva Azzurrino tra sé, “… forse la vostra, di frustati commessi che borbottate per ogni fesseria sol perché non sapete con chi prendervela per il vostro lavoro scalda sedia”.
E così Azzurrino va via girato senza nemmeno salutare l’ermetico Kiro.

Mentre si avvia verso il suo quartiere ormai rinominato “Trilussazione”, Cenerino, intuitivo quando vuole, arguisce di essere nella stessa condizione delle parole: un distanziamento sociale fiduciario emanato da qualche forma governativa per il contenimento di un virus di cui si conosce ben poco se non l’effetto, da cui il titolo della notizia interrotta in tv poco prima, “Virione il virus cannone”.
Tuttavia, questo virus crea un problema ben più serio: è in grado di alterare la capacità che hanno le persone di esprimersi e farsi comprendere. Ora quindi, si domanda: “Perché perfino le parole si spostano seguendo la deriva dei continenti? E ancora, sono loro a ribellarsi o la deriva a trascinarle? Ammorbato da questi pensieri mai avuti prima, accende una sigaretta.
In un attimo, la combustione del tabacco si trasferisce alle sinapsi che eccitate, oscurano ancor di più i pensieri di Azzurrino. D’un tratto, però, lascia la sigaretta nel posacenere e intrattiene la mobilia della sua
casa come un istrione:
“Popolo inanimato che m’attende ammirato, ho in un pugno di neuroni la verità che cercate. Pensavate dunque che siamo noi a derivare il natural Moto? Ebbene, derivati nati siamo e oggi, sì, proprio oggi, vi rendo partecipe della verità più profonda di tutte: non siamo soli, cari miei, a esser derivati… i fiori, gli affetti, il tempo, e poi il tempo, gli amori, le stelle, i discorsi. Oggi, distanti per volontà altrui, scopriamo che anche le parole, le lettere, con le vocali e le consonanti, sono in grado di prendere le distanze e
alterarsi. Le prendono da noi ogni qualvolta ci esprimiamo con asserzione o diniego, ogni volta che non siamo in grado di attribuire il giusto nome a un oggetto e lo chiamiamo con un sinonimo, tutte le volte che usiamo le parole per ferire, offendere, compromettere. E in questa storia voglio raccontarvi quando hanno raggiunto il limite. Le parole insomma, non hanno niente a che vedere col virus, il virus è solo la contingenza che ha permesso loro di ribellarsi, perché noi siamo peggiorati oltre il limite consentito.

C’è pertanto una cosa che ci distinguerà per sempre da loro e che mai finora nessuno aveva visto: assodato che non siamo gli unici ad avere la facoltà e il diritto di ribellarci, e che anche le parole tendono a farlo, c’è da dire che le parole contengono in sé un principio di ribellione ben più alto della nostra capacità di farlo, ed è per questo che si servono delle azioni degli uomini per venire fuori e creare scompiglio: per il desiderio di cambiarli, e per poter poi fare qualcosa di buono per quest’atomo opaco del Male!”.
Le parole, per intenderci, oggi hanno preso le distanze dall’uomo, e io tu e Azzurrino Cenerino siamo tre dei tanti da “rifare”, da rimettere a nuovo, un po’ come la lettiera di Zoom.

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