Il dottor Knock e Big Pharma

Lo scrittore, si sa, è spesso dotato di sensi più sofisticati, acuminati: se l’uomo della strada vede, egli pre-vede. E così capita di scoprire Jules Romains – scrittore e drammaturgo francese – profeta di alcune delle contraddizioni più drammatiche ed inquietanti della medicina dei giorni nostri.

Ma andiamo con ordine. Nel 1923 Romains manda in scena per la prima volta la commedia Il dottor Knock o il trionfo della medicina, la quale ispirerà un’omonima trasposizione cinematografica nel 1950. La vicenda è quella di uno scaltro medico, trasferito da poco in un villaggio di campagna. Nel presentarsi al suo predecessore, il dottor Knock già lascia indovinare i suoi intenti: sin da subito infatti il termine “pazienti” è candidamente sostituito da “clientela”. Il dottor Knock ha una teoria, già oggetto della sua tesi di laurea, ed egli non tarda ad esporla: « la salute non è che una parola che si potrebbe tranquillamente cancellare dal nostro vocabolario. Io non conosco gente sana. Sa cosa diceva Pasteur:

«Coloro che si credono sani sono malati senza saperlo. Per parte mia io conosco solo gente più o meno affetta da malattie.».

La sua idea, lucidamente cinica, è quella di espandere la sua “clientela”, portare sotto la sua ala terapeutica i malati – ancora inconsapevoli – del villaggio, fino ad includere l’intera popolazione. Il suo modus operandi non è certo naïf: il preside della scuola è invitato sin da subito a fare “propaganda” sulle nuove norme igieniche del medico condotto venuto da fuori, al farmacista vengono promessi maggiori incassi in cambio di una mutuale collaborazione, ai pazienti il dubbio della malattia viene instillato a partire dai piccoli sintomi da loro riferiti, che immancabilmente vengono fuori. Knock non è un truffatore qualunque, non vende triti elisir d’amore: la sua è una pratica plausibile della medicina, animata come egli stesso riferisce dall’interesse superiore della medicina stessa – fine ultimo di facciata, ma che gli permette di schivare con agilità le pur molte accuse di arricchirsi alle spalle dei malati. Un truffatore, ma per il bene dei villici! L’inarrestabile dottor Knock aprirà quindi una sua clinica,  frequentata da tutti i malati immaginari della provincia, e vedrà riempirsi le tasche senza imbarazzi di sorta. L’intero villaggio è ormai malato. O meglio, ha smesso di credersi sano.

La vicenda del dottor Knock  pare quanto mai d’attualità a novant’anni di distanza. Il procedere furbesco del dottore, volto ad aprire nuovi mercati e bisogni medici, molto ricorda le strategie di marketing della moderna industria della malattia, declinata nelle sue varie forme farmaceutiche, diagnostiche, estetiche, psichiatriche. Il concetto di malattia si è espanso subdolamente: se da un lato è innegabile che progressi strabilianti siano stati portati a termine in maniera rigorosa e disinteressata in molti ambiti della medicina; dall’altro non si può non sospettare l’interesse di parte nell’apparire di nuove entità patologiche, corredate dalle rispettive terapie proposte. La pratica si chiama disease mongering, e consiste nell’estendere i confini di malattie trattabili per poter espandere il mercato dei relativi farmaci. In sostanza si considera patologica una condizione fino al giorno prima considerata fisiologica, o para-fisiologica. E’ una questione di definizioni, certo, ma può valere molti soldi. Fra gli esempi più celebri e dibattuti dalla comunità scientifica, c’è il tentativo di espandere le diagnosi della cosiddetta “fobia sociale” (un’entità patologica realmente esistente, caratterizzata da ansia significativa indotta dall’esposizione a determinate situazioni interpersonali o di prestazione in pubblico). In questo caso non si inventa una nuova malattia: la si rende soltanto più comune, la si diagnostica più facilmente, troppo facilmente. Con il fuoco incrociato di stampa (che permette una maggiore visibilità alla condizione) e pubblicità (negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda la pubblicità dei farmaci direttamente rivolta ai pazienti – e non ai medici come accade negli altri paesi- è permessa, e con spot pubblicitari spesso sconvolgenti) la percezione della malattia presso l’opinione pubblica diviene più viva, le auto-diagnosi più comuni e da lì la pressione sui medici curanti per ricevere una terapia.

Di fronte a queste strategie spietate, che speculano sull’ignoranza dei non addetti ai lavori e sulle promesse di una vita sgravata da malattie e fastidi sempre nuovi,  occorre senz’altro rispondere con senso critico, rivolgendosi a chi pratica la professione medica con onestà e competenza. Se proprio non riuscissimo a sfuggire a questa bolla propagandistica, se cedessimo al «lusso di essere malati» come chiosa Knock, non ci resterebbe che provare a fare come consigliava qualche anno fa Giorgio Gaber, in una sua canzone: provare, almeno, a «far finta di essere sani». E non è poco.

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