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“Il dopo-Parigi”, riflessioni sulla Conferenza del 17 novembre 2015

dopoparigi-3Il giorno martedì 17 novembre, presso l’Aula grande di Scienze Politiche in sede centrale, si è svolta una conferenza sul tema del terrorismo con particolare riferimento alla realtà dell’ISIS, dei cosiddetti “foreign fighters” e del ruolo dei servizi di Intelligence che cercano di contrastare questo fenomeno.

La scelta del giorno non è stata casuale: il 17 novembre, infatti, si celebrava la Giornata internazionale dello Studente in ricordo di alcuni fatti storici che hanno toccato in modo importante il mondo studentesco in passato ossia l’eccidio da parte dei nazisti degli studenti e dei professori cecoslovacchi nel ’39 e la rivolta e occupazione del Politecnico di Atene del ’73. Avvenimenti che testimoniano la lotta per il diritto allo studio e contro la xenofobia, di matrice sicuramente diversa da quelli accaduti a Parigi, ma che sembrano voler trasmettere un messaggio davvero importante: si parla tanto di un cambiamento, di mentalità, di politica, di atteggiamenti e ciò che è veramente certo è che proprio da noi studenti, generazione direttamente proiettata sul futuro, deve partire una riflessione vera su ciò che succede nel nostro presente, conoscerlo, comprenderlo a fondo così da poter gettare le basi per un cambiamento concreto.

Detto ciò, tutti sappiamo cosa è accaduto la sera del 13 novembre nella capitale francese, tanti ne hanno parlato e continueranno a parlarne per un po’, finché non accadrà qualcosa di più interessante a livello mediatico e allora i telegiornali e i giornali abbandoneranno l’argomento per dedicarsi ad altro. Oppure no. Perché a pochi mesi dal primo attacco sferrato dai militanti del sedicente Stato Islamico nei confronti della redazione del giornale di satira Charlie Hebdo (di cui appunto dopo un po’ non si parlò più), questa volta la faccenda sembra più grave del previsto. Si tratta infatti di una minaccia concreta, una dichiarazione di guerra (come in molti l’hanno definita) non solo alla Francia, ma all’Europa e ancora più in grande all’Occidente. Proprio perché in molti ne hanno parlato, alcuni più a sproposito di altri ( ne sono testimoni le uscite infelici di qualche testata giornalistica ), mi sembrava giusto, in qualità di “stampa” anche se si tratta solo di un giornale universitario, buttar giù qualche riga sull’argomento senza far polemiche e senza schierarsi da una parte o dall’altra ritirando in gioco le solite banalità, ma anzi cogliendo l’occasione di questo seminario per riportarne alcuni punti principali e far sì che ognuno possa partire da qui per delle proprie riflessioni personali.

L’attentato di venerdì scorso ha scosso e spaventato tutti noi poiché avvenuto proprio laddove molte volte magari abbiamo soggiornato o abbiamo sognato di soggiornare, la romantica Parigi, proprio “à côté de nous”, di fianco a casa nostra e ci ha fatto sobbalzare sul divano svegliandoci da quel torpore che per troppo tempo ci ha intontito. Perché tutti sappiamo a grandi linee che cos’è il terrorismo, tutti sappiamo più o meno cos’è l’ISIS, ma forse fino a questo momento ci siamo informati troppo poco e la nostra “ignoranza” del fenomeno ha permesso che questo dilagasse senza che ce ne rendessimo conto. Come ha ricordato il Dottor Marone (tra l’altro laureato proprio presso il nostro ateneo in Scienza politiche) durante il suo intervento, attacchi come quello di Parigi avvengono frequentemente e quotidianamente nei paesi che si trovano sull’altra sponda del Mediterraneo, basti ricordare il recente attentato a Beirut o le continue mattanze di cristiani yazidi, e non solo, che avvengono nelle città conquistate dal califfo e che pian piano ne diventano delle roccaforti; fino ad arrivare all’abbattimento dell’aereo russo precipitato in Egitto rivendicato dal solito committente, l’Islamic State of Iraq and Syria.

Che lo si chiami ISIS, ISIL, IS o Daesh (dall’acronimo arabo Da’ish) esso rimane sempre un movimento terroristico con un solo scopo: quello di creare uno Stato vero e proprio, un “califfato” che possa arrivare ad espandersi anche oltre le frontiere dei territori comunemente definiti “arabi”, fino in Europa e oltre, alla conquista del mondo e all’insegna della dominazione (non per niente il motto del califfato di Al Baghdadi è proprio “Consolidamento ed Espansione”). Progetto esageratamente ambizioso, dicono alcuni, forse non troppo, replicano altri. Come afferma infatti il Dottor Marone che, in collaborazione con l’International Center for Counter-Terrorism dell’Aia, lavora a un progetto strategico per la sicurezza dell’immigrazione e studia il fenomeno dei “foreign fighters”, proprio una di quelle variabili concrete che rendono difficile individuare, circoscrivere ed eliminare il fenomeno poiché ormai radicato ovunque. I “foreign fighters”, combattenti stranieri, sono coloro che si arruolano tra le fila dell’ISIS provenendo però da un paese straniero (sono generalmente immigrati di seconda generazione), molto spesso europeo, dal quale partono per recarsi in Siria, seguire un addestramento e poi tornare nel proprio paese per combattere in nome della nuova ideologia. Questi affiliati dello Stato Islamico (in Europa ce ne sono migliaia, soprattutto in Francia e in Belgio) sono pronti a sacrificare la propria vita (spesso, come già sappiamo, si trasformano in “suicide bombers” e si fanno esplodere) in nome della missione che ciascun militante dell’IS si propone: la distruzione del mondo occidentale abitato da peccatori e infedeli e la dominazione islamica. Un proposito simile era già emerso ai tempi di Al Quaeda, come ricorda Marone, quando sotto la guida di Bin Laden si iniziarono a creare gruppi di militanti estremisti uniti con l’obbiettivo di portare a termine un progetto “panislamico transnazionale”: la creazione di una grande comunità musulmana (e già allora si erano verificati attacchi all’ Europa come nel 2004 a Madrid o nel 2005 a Londra). Eppure a molti questa ragione non basta, non è sufficiente come spiegazione dell’odio e della violenza che questi movimenti esercitano contro l’Occidente; non si può continuare a parlare solo di ideologia e religione, deve esserci sotto molto di più, come fanno notare alcuni studenti in aula: che responsabilità ha l’Occidente in tutto ciò? Il professor Maffi così apre una parentesi sul tipo di politica estera che per anni l’Occidente ha adottato: a differenza di quanto molti pensino, non sono stati solo gli anni della guerra in Iraq e in Afghanistan promossa dal governo americano ad aver fomentato la formazione dei movimenti estremisti in quei paesi poiché, citando le parole del professore “ Il tempo per formare un pensiero, una mentalità è un substrato di generazioni e noi siamo due generazioni di scelte politiche sbagliate” (e a questo punto il pensiero si rivolge al periodo della colonizzazione e agli atteggiamenti dei nostri governi che paradossalmente finanziano le organizzazioni terroristiche). Appurato che la responsabilità, perciò, proviene da più parti, rimane comunque un problema: come affrontare questa minaccia palese che ci terrorizza e paralizza? La soluzione secondo il professor Mutti non può che essere una sola: la “de radicalizzazione” attraverso operazioni educativo- dissuasive e la mobilitazione della comunità musulmana moderata. I servizi di Intelligence, per quanto competenti e impegnati, non possiedono capacità previsive straordinarie e sono caratterizzati da forti limitazioni interne, avvallate soprattutto dal fatto che organizzazioni come quella dell’ISIS si avvalgono di un potentissimo mezzo di pianificazione e diffusione che è il web, difficilmente controllabile soprattutto laddove protetto da sistemi criptati e di difficile accesso anche per i servizi segreti che spesso non possiedono delle competenze informatiche almeno pari a quelle dei sofisticati hackers dello stato islamico. Sarebbe la società civile stessa, perciò, a dover contribuire innanzitutto attraverso l’informazione, l’educazione, la conoscenza. Come in questi giorni ripetono in molti, tra le armi migliori a nostra disposizione non ci sono sicuramente un kalashnikov o un fucile a pompa, ma la cultura e la conoscenza per combattere l’ignoranza che genera qualsiasi forma di terrorismo al di là di credi religiosi ed etnie. Per quanto apparentemente più efficaci, le soluzioni belliche non lo sono poi così tanto e inoltre, come sostiene Maffi, per dichiarare una guerra a uno stato bisogna che quest’ultimo esista davvero: deve possedere un territorio, un esercito e un popolo. E l’ISIS avrà pure un territorio, un esercito armato e molto forbito, ma non avrà mai un popolo che lo legittimi davvero. Dichiarargli guerra equivarrebbe soltanto a rafforzarne l’identità e a legittimarlo come uno Stato vero. E noi non vogliamo questo.

Ognuno poi, da questo punto di vista la pensa come vuole, ma resta il fatto che ciascuno di noi in questo momento ha il dovere, non è più un optional, di fare qualcosa di concreto, anche se nel suo piccolo. La prima cosa da fare è quella forse più banale, ma solo apparentemente, e cioè capire. Capire per non lasciare che ciò che sta accadendo ci scivoli addosso fino a quando sarà ormai troppo tardi non solo per capire, ma anche per reagire. Informarsi e farsi delle opinioni, condividerle con altri evitando di far sfoggio di un’ignoranza frutto della disinformazione e ai limiti della follia. Non vorrei che tutti diventassero come il signore ubriaco che ho incontrato proprio dopo essere uscita dalla conferenza e che fermava le persone per strada elargendo perle di saggezza come “L’ISIS è come i terroni, criminali e delinquenti…!” (so che il paragone è esagerato e assurdo, ma perfetto per rendere l’idea perché il mio timore è che, visti certi commenti ed “illuminazioni” di alcune persone, poco manchi ad arrivare a una situazione del genere). La seconda cosa da fare è quella di resistere nonostante la paura, nonostante l’incertezza dell’avvenire perché non possiamo nasconderci dietro a un dito, chi non teme in questo momento per ciò che è successo, sta succedendo e succederà anche in futuro??Purtroppo non possiamo prevedere cosa accadrà domani, figuriamoci tra qualche mese o anno. Questo non vuol dire però che ci dobbiamo arrendere, non ci si arrende mai davanti all’odio e alla violenza altrimenti non si può nemmeno pensare di raggiungere la pace. Mi piaceva perciò l’idea di concludere con una frase che in questi giorni abbiamo ascoltato spesso, ma su cui nessuno si è molto soffermato; è il motto della città di Parigi, ma credo che dovrebbe diventare il grido di resistenza di tutti i paesi che stanno vivendo e vivranno in futuro le stesse atrocità, di tutta l’umanità : “FLUCTUAT NEC MERGITUR”, la nave naviga, viene sballottata tra le onde, ma non affonda.

Che l’umanità navighi, e lotti contro ogni tempesta, ma che non affondi mai del tutto.

FLUCTUAT NEC MERGITUR

Claudia Agrestino

Sono iscritta a Studi dell'Africa e dell'Asia all'Università di Pavia. Amo viaggiare e scrivere di Africa, Medioriente, musica. Il mio mantra: "Dove finiscono le storie che nessuno racconta?"

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