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Il diritto di essere consumati

Negli ultimi mesi, sia in Italia che nel mondo, alcuni musicisti hanno espresso disappunto riguardo la questione delle reconditazioni e le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti con i servizi streaming: chi, come James Blake, attraverso dei post su X, o Salmo e Nayt attraverso Instagram; mentre Kanye West, più pragmatico, ha affermato di voler pubblicare i suoi progetti, insieme a Ty Dolla $ign, “Vultures 2” e “Vultures 3” sul suo sito, in CD o Vinile, ma anche attraverso l’acquisto digitale. Proprio sulle righe di queste polemiche, una ricerca condotta dal Dottor Matteo Tarantino, docente di Data, Communication & Society all’Università Cattolica, in collaborazione con ITSRIGHT, società tutelatrice dei diritti di oltre 170 mila artisti, mette nero su bianco la situazione, almeno nel nostro paese, per quanto riguarda le retribuzioni fornite dai servizi di streaming.

La ricerca consisteva in un questionario a cui 800 artisti sono stati chiamati a rispondere, e le domande riguardavano le condizioni di contratto delle major sui guadagni e le condizioni nelle piattaforme. Per il campione scientifico, di questi, ne sono stati presi in considerazione 300, a fine economico e sociologico.Dai risultati emerge una situazione che si dice allarmante: infatti, se metà degli intervistati, tra musicisti, esecutori e direttori di orchestra, afferma di non potersi ricavare da vivere attraverso la musica, dall’altra parte il 79,33% dichiara che i servizi streaming (in cui significative percentuali di essi sono presenti, in ordine di rilevanza, tra YouTube, Spotify, Apple Music, Amazon Music, Deezer, Tidal, QoBuz e Prime Phonic) pongono consistenti paletti per quanto riguarda la retribuzione, contro la retorica della “democrazia dello streaming” (fonte:ITSRIGHT).

Nella ricerca si evidenzia questa marginalità degli introiti tramite streaming: buona parte degli artisti afferma che i diritti dei servizi siano la principale fonte di reddito, da cui però il ricavo è di 100€ annui o meno, mentre per coloro i quali lo streaming non è l’unica fonte di guadagno il ricavo sale, dai 100 ai 1000 all’anno, cifra esigua.

Un solo 10% di tutti i trecento intervistati afferma di guadagnare più di 10000€ annui. Per ipotesi sembrerebbe che la presenza su più piattaforme sia necessaria al fine di aver un reddito sufficiente, cosa che la ricerca stessa conferma, con una media di presenza di 3,3, correlatamente al reddito da musica rispetto a quello totale, i cui due poli però, cioè chi non ne ricava niente e chi ne trae buona parte dei guadagni, sono simili.

I discografici e le major continuano a sostenere, rispondendo a questo appello con dei dati: secondo un’analisi dell’IFPI, International Federation of the Phonographic Industry, il 96% degli artisti e dei discografici hanno aumentato notevolmente il proprio guadagno, confermando una crescita del fatturato, il cui apogeo si colloca nel 2021. Nel Bel Paese lo scorso anno si sono registrati 71 miliardi di streaming, apportando una crescita del 27,8% sul totale del fatturato, con una notevole crescita di abbonamenti, tra Spotify, Apple music ed Amazon, ma anche video streaming, quindi Youtube, giungendo a 208 milioni di euro di ricavi.  Tutto ciò si traduce, secondo la FIMI, in almeno un miliardo di stream settimanali; particolari riguardi da parte delle case discografiche ai giovani artisti, i quali hanno meno inibizioni grazie all’uso del web come mezzo per emergere ed ottenere certificazioni.

Sempre la FIMI dichiara che nel 2021, anno in cui si manifesta l’apogeo della fruizione dei servizi, 479 album hanno superato i 10 milioni di streaming e 302 artisti in totale, rispetto a dieci anni fa, dove i risultati non raggiungevano neanche la metà. Dei dati troppo generali per quanto riguarda la situazione di per sé già molto intrinseca, considerando che, a confutazione di ciò, nella ricerca chi ha fatto 10  più tracce di successo (superanti i 100000 ascolti) possiede un fatturato di 1000€ o meno attraverso le piattaforme: infatti, eseguendo un veloce calcolo sulle royalties, si può vedere che il guadagno totale per centomila ascolti, in Italia, è di 200 € circa.

Oltre i guadagni, è necessario spendere due parole per le tutele contrattuali dei servizi streaming: nella ricerca, il campione afferma che le minori tutele avvengano da questi, con un 92% che afferma di non essere tutelata a modo, senza ricevere chiarimenti sulle reconditazioni, come in realtà stipulato da contratto, e rimanendo spesso senza risposte chiare sui propri numeri. 

Infine, la ricerca conclude che, complessivamente, una buona parte (l’80%) si dichiara insoddisfatto e non riceve quanto dovuto, rispetto alla piccola parte che lo ritiene equo; la categoria del campione di ricerca che ritiene più iniquo e diseguale il sistema rimane quella dei giovani seguito dagli adulti e i senior, con alte percentuali di dissenso.

La trasparenza di tali aziende nel complesso è considerata da una buona parte del campione non soddisfacente e non sufficientemente chiara per quanto riguarda il compenso dei propri progetti. Occorre quindi soffermarsi e porsi veramente delle domande, soprattutto se la questione della fragilità economica che colpisce il settore, il quale sembra, da come i dati fanno presente, sempre più soffocato e quasi sfruttato, è sollevata anche da artisti di successo.

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