IJF15 – I temi del nostro tempo

Mai come oggi è diventato importante parlare di libertà di opinione e di stampa. Lo stesso Festival del Giornalismo di Perugia ha dedicato a questa tematica numerosi incontri. Ecco cosa ci ha raccontato Paolo Mieli, ex direttore de La Stampa e Corriere della Sera e ora presidente di RCS Libri, nella conferenza tenuta dal mediatore Vittorio Zincone, del Corriere della sera.


Cosa si può considerare pubblicabile e cosa no?
Tutto è pubblicabile. Se si accetta il principio secondo cui esista un confine, il diritto di parola non si salva. Non bisogna mai chiedere legge che limiti la pubblicazione: per contrastare si usano idee e argomenti. Io sono di origine ebraica e penso che le teorie negazioniste contro cui vengono impiegate leggi non servono: mandare a processo i negazionisti è un errore concettuale perché fa apparire chi può contrastarle come deboli. Inoltre i sostenitori di tali idee, da sconosciuti quali erano, non fanno che diventare eroi, martiri della libertà d’espressione portati in trionfo. Le leggi, anziché scongiurare i fenomeni, li esaltano: prima il negazionismo era sconosciuto, ora ha dato da vivere a questi individui.

Perché non si può porre un veto per esempio a immagini macabre, come fanno alcuni quotidiani?
Non è ammissibile la decisione di eliminare a priori: se non pubblichi non vieti di vedere, perché la gente andrà comunque a cercare altrove ciò che gli interessa. Senza contare che in questo modo si può comprendere come ragionano gli “angeli del male”: essi dicono sempre quello che vogliono fare nella propaganda. Per esempio, il Mein Kampf di Hitler è da leggere e pubblicare per capire chi si ha di fronte e cosa vuole.

La propaganda, per esempio, della Lega va comunque tollerata e accolta sui giornali? Molti sostengono che dando spazio a Salvini lo si faccia solo crescere e che non si crei dibattito, ma solo propaganda. 
Salvini può parlare perché tutti devo esser liberi di dire tutto, il che è diverso da fare. Il confine passa dove il dire sconfina nel fare, quando dal livello verbale si passa all’azione e all’ordine di mettere in pratica ciò che si è detto (<<Vai e spiana i campi rom>>). A quelli di sinistra pare del tutto legittimo che Erri De Luca voglia sabotare la Tav e che Salvini sia immorale, ma per la Lega è esattamente il contrario. è legittimo far parlare Salvini anche perché quelle forme di espressione estrema più entrano nel novero del discorso, vengono dibattute e trovano uno che si contrapponga, meglio è. Se queste persone entrano nel Parlamento e partecipano alle scelte diventando forze di governo, meglio ancora: nel giorno in cui arrivano a farli sottosegretari e questi devono scegliere e prendere delle decisioni, capiscono che le cose sono più complicate di quello che dicevano nelle piazze.

Quali sono i limiti del giornalista?
Nessuno può pensare di far discorsi con un giornalista né a microfono spento né acceso. Quando si ha a che fare con un giornalista, ci si deve aspettare tutto. Se è un giornalista per bene, il risultato della comunicazione finirà nell’informazione. Nel microfono spento, nell’incontro tra giornalista e potente che parlano liberamente c’è qualcosa di opaco: è un modo offensivo di trattare il pubblico, perché la parte più succulenta è tenuta da parte, e si commercia come un tesoretto. In questo modo, certo, il giornalista costruirà relazioni e rapporti personali, si farà la fama di persona di fiducia, ma sarà il portavoce di un potente, non più uno che fa informazione. Sarà una persona diversa, e ai miei occhi sono spregevoli sia chi parla che ci ascolta e tace.

A livello di rapporti giornalismo-politica, c’è stata un’evoluzione in meglio?
La complicità tra giornalista e politico era molto più forte prima. Oggi, grazie all’anarchia del web, le frontiere sono state abbattute. La differenza tra il mondo da cui provengo e ora è che prima esistevano gerarchie ed era chiaro chi fosse responsabile di chi. Ora no: il mondo del web è pieno di anonimi, con identità false, non sai chi rappresenta chi, chi querelare se ti insultano.
 
Mieli ha 70 mila follower su Twitter e ne ha scritto solo uno: <<Sì, sono io>>. 
Una mia amica, Anna Masera, mi ha mandato un messaggio per chiedermi se ero io, era solo una risposta anche se vengo sfottuto come se mi ritenessi Zarathustra. Persone come me che hanno infinite occasioni di parlare non hanno ragione di mettersi a straparlare su Twitter come bulimici. Io Twitter lo leggo più dei solerti e cambio spesso persone da seguire. Mi fa bene leggerlo per ciò che mi riguarda perché è un mondo mediato e diretto, molto franco: se faccio sciocchezze me lo fanno notare. Se però uno mi insulta oltre misura (c’è stato chi diceva in giro che avevo violentato una suora), non so come denunciarlo.

Il web è fatto di fake. Julian Assange dice che il suo WikiLeaks <<ha efficacia solo se riconosciuto ufficalmente>>. Nel caso di Twitter però è diverso: non è riconosciuto.
Oggi consideriamo vere cose solo quando vengono certificate dal mondo con un referente preciso. Questo mondo di produzione via Internet deve trovare ragione di guadagno e successo: pensare che si vada avanti a benefattori non porta avanti l’informazione. L’informazione è stata potente quando produceva enormi guadagni. Le persone lavoravano in quel mondo e si arricchivano. Il magnate della carta stampata nel ‘900 è ricco a dismisura, anche oggi abbiamo esempi, da Berlusconi a Murdock. I giornalisti che vediamo nei film hanno solidità economica, guidano la decapottabile, hanno numerose ragazze, mangiano nei ristoranti da ricchi. L’idea che deve passare deve essere quella che l’informazione, se fatta bene e “coi crismi”, produce ricchezza. I giornalisti, se saranno capaci, diventeranno persone importanti.

Ma il mercato del giornalismo va al contrario.
Il precariato non produce libertà, espone i singoli a non poter essere liberi. Se uno è assunto e difeso dalle regole del mercato sarà più libero di un blogger che può dire la qualunque. Ritorno al mondo che ho conosciuto. Ma è l’unico in cui si può esprimere la libertà vera.

Renzi ha con la stampa rapporto disinvolto, dà del tu, tweetta contro le trasmissioni in maniera dura. Si incrina il rapporto tra politica e informazione?
Io penso che il rapporto tra informazione e potere sia complicato per sua natura. Soprattutto in un tempo in cui i leader politici non crescono come una volta, ovvero non fanno la gavetta militando in un partito politico e facendosi strada piano piano fino alle più alte cariche, ma al contrario sono improvvisati (come Renzi, Berlusconi, Monti). Io sono convinto che la forma sia importante, che si debbano tenere le distanze con il “lei”. Non è una questione di formalità: è l’ammiccamento che c’è dietro che mi dà fastidio, il tentativo del giornalista di cercare la complicità generazionale. Al contrario, il giornalista deve gloriarsi della distanza e intervenire per bacchettare un tentativo di complicità. Solo il rapporto di tensione è garanzia di libertà.

Assange dice che quando c’è censura è segno di vitalità
Questo perché la censura c’è sempre, i grandi poteri hanno il potere di esercitarla. Meglio che la censura sia esplicita: in questo modo si sa cos’è e chi la combatte. Se è implicita, ci si trova in un mondo falso in cui si fa finta che non ci sia.

Il viaggio americano di Renzi avrà solo un effetto mediatico?
L’Italia è un interlocutore importante per gli Stati Uniti: il Presidente ha l’aria di durare, l’Italia oggi ha ruolo centrale in Europa, come la Grecia; ma mentre la Grecia non ce la fa ad affrontare la crisi, perché ha leader idealisti ma non concreti, e il paese sprofonda; l’Italia invece è riuscita ad affrontare i suoi problemi e fare inversione di tendenza. Rappresenta il Paese che, se se ne dovesse andare la Grecia, tappa la vasca da bagno prima che esca l’acqua. Incoraggiare l’Italia significa incoraggiare un paese che regge l’Europa. Nonostante riforme e austerità.

Quando è venuto al Festival due anni fa, l’organizzatrice Arianna Ciccone le chiese dei marò e lei disse che gli italiani facevano male a sminuire la giustizia indiana. Lo pensa ancora?
Certo. Il loro può esser stato un errore, ma pensiamo a cosa succederebbe se accadesse qualcosa di simile in Italia: se venisse una nave americana e sparasse ad alcuni pescatori di -mettiamo- Mazzara del Vallo e noi chiedessimo che le persone siano sottoposte a giudizio, faremmo bene o no? è normale che gli indiani vogliano processare i due marò nel proprio Paese. Certo, noi non ammettiamo la pena di morte; se loro vengono processati e risultano punibili con la pena di morte, allora è legittimo volerli indietro, perché non è ammissibile secondo la legge italiana.

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