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Guy Ritchie – Art & Newness

«Vedi quel pacchetto di Virginia, le bionde avvelenate sul piano? I fatti essenziali della vita sono racchiusi in quelle quattro pareti. Noterai che una delle tue personalità è sedotta dall’illusione dello splendore: un pacchetto dorato king size, con l’insegna reale, un’implicazione che sottintende fama e ricchezza, un sottile suggerimento che il tabacco è il tuo nobile e leale amico. Questa, Pitt, è una bugia! L’altra personalità vuole portare la tua attenzione all’altro lato della questione: scritto in un noioso nero su bianco, c’è l’asserzione che questi soldatini della morte stanno cercando davvero di ucciderti, e questa, Pitt, è la verità! Oh, la bellezza è un melodioso canto di morte, sono assuefatto al dolce richiamo di questa sirena. Quello che comincia dolce finisce amaro, e quello che comincia amaro finisce dolce. E questo è il motivo per cui io e te amiamo le droghe, ed è sempre per questo motivo che non posso restituire il dipinto. Ora, ti prego, Pitt, passami l’accendino.»

La chitarra del grande Lou Reed accompagna questa riflessione sulla vita e la morte, e su come tutto ciò sia buffo: un paradosso a volte crudele, che spinge l’uomo di qua e di là, verso la perdizione e poi la redenzione, e così andata e ritorno. Il film è RocknRolla (2008), scritto e diretto da Guy Ritchie, quello di Lock, stock and two smoking barrels (1998) e Snatch (2000), per intenderci. Non a caso, secondo alcuni, i tre film in questione compongono una trilogia, anche se lo stesso regista non ha mai né confermato né negato quest’asserzione. Già da Lock, stock and two smoking barrels, il primo lungometraggio del regista britannico, si intravede qualità registica: uno spirito d’inventiva coraggioso, forse necessario in un mercato cinematografico sempre più affollato ed in continua evoluzione, o involuzione.

Il lavoro svolto da Ritchie è certamente qualcosa di nuovo: pur non essendo film particolarmente impegnati, ricordano quei manga di cui certi bambini si cibavano avidamente, fumetti strani che si leggevano dall’ultima alla prima pagina. L’ambientazione e la scenografia sono sempre le stesse: ci si trova nei sobborghi londinesi, in un’Inghilterra sempre grigia, non piovosa, ma uggiosa. Gli attori mettono in scena un siparietto fatto di sesso, droga e rock and roll, dove ogni azione ha una conseguenza ben precisa. Brancolando nell’incertezza assoluta di un qualsivoglia risultato, i personaggi sono come marionette in balia del loro destino, a cui noi assistiamo consapevoli che ogni cosa non sarà come sembra, e che di certo sapranno stupirci. I tre film sono composti da un turbinio di scene, dove gli avvenimenti si susseguono rapidamente, a volte talmente assurdi da sembrarci, paradossalmente, verosimili.

In RocknRolla l’oggetto su cui si fonda la storia è un quadro misterioso, a cui non ci è dato il privilegio della sua vista, e su questo trucchetto si basa la trama del film. Nulla di nuovo. Solo per citarne uno – da cui certamente trae ispirazione -, Tarantino in Pulp fiction (1994), che fa tornare tutto, e quadrare le scene, attraverso l’oggetto misterioso, la valigetta piena di qualcosa che luccica di giallo. Questo per dire che trovo apprezzabile la capacità di creare qualcosa di bello con poco, pur mantenendo trame poco complesse, non tanto per il climax e la storia in sé, bensì per la morale e i temi affrontati.

Ormai la vita lavorativa di certi maestri della cinematografia sta giungendo al capolinea, basti pensare, ad esempio, all’ultimo lavoro di Martin Scorsese. Si sente già parlare di ritiro dalla voce stessa di Quentin Tarantino, uno relativamente giovane, tenendo sempre presente comunque il personaggio. Stiamo assistendo ad un cambiamento nel cinema, sia d’autore che più commerciabile, in un mondo difficile, fatto di danaro ed arte, genio e miseria, il tutto diviso da una sottile linea capace di confonderti, un po’ come quello che succede tra realtà e finzione in una scena. In fondo, più è capace, una scena, di confonderti, più sarà creata a regola d’arte, perché la finzione stessa è una delle caratteristiche più essenziali del vivere quotidiano, ed è questo il motivo per cui il cinema, come forma d’arte, gioca una così forte suggestione.

Ritchie deve fare attenzione, perché, a volte, certe qualità diventano prigioni, armi a doppio taglio, che rischiano di non permettere alla manifestazione del genio di progredire, relegando l’artista a concepire il suo lavoro come un mezzo per un fine, anziché un’esigenza imprescindibile di creazione disinteressata, essenziale spinta motivazionale di ogni artista per ogni forma d’arte. Ciò che dico, in parole povere, è che è bello il lavoro svolto fino ad oggi, ma ora ci si aspetta qualcosa di più, pur mantenendo quella pennellata aggressiva, e colori freddi, immersi nel fango magari di un circo, o di un campo di zingari; ci si aspetta qualcosa di più impegnato, nella speranza che Ritchie abbia l’ambizione di tentare di consacrarsi fra i nuovi grandi registi, voce degli anni duemila.

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