Goliardia, questa sconosciuta

 

di Erica Gazzoldi

“Goliardia”: parola arcana. Potrebbe derivar da gula (“gola”) o dal biblico Golia, con l’accezione di “antireligioso”. (1) Fatto sta che “goliardi” (seconda metà del XII sec. – XIII sec.) erano i clerici vagantes, che lasciavano la vita ecclesiastica, per darsi a un’esistenza girovaga e gaudente. Per sete di conoscenza, frequentavano le città universitarie. A Pavia, i loro moderni emuli sono giovani e studiosi. Nessuna traccia dei fuori corso stagionati che si ritrovano altrove.

La vitalità goliardica di Pavia si deve, in buona parte, all’Ordo Clavis Universalis. Ha raccolto l’eredità dei preesistenti “Mandrillacci”. La fondazione dell’Ordo giunse alla metà degli anni ’80. Era ormai superata la cesura degli anni ’70, quando il clima di tensione seguito al Sessantotto aveva paralizzato l’irriverenza goliardica.
I membri seguono diverse tappe d’iniziazione. Al quinto anno di liceo, si può diventare “bustina”: ossia, incaricato della liberazione novembrina delle classi. In seguito, i gradi corrispondono agli anni di frequenza universitaria: “matricola”, “fagiolo”, “colonna”, “anziano”. Il leader è il Principe, esterno alle gerarchie d’età.
Le “formalità” dell’Ordo adottano un gusto medievaleggiante, che guarda –appunto- all’epoca in cui la goliardia è nata. Innanzitutto, c’è la “monarchia universale” del Principe. Poi, c’è il “processo” ai postulanti: bisogna presentarsi con un dono, una benda e una lettera in latino maccheronico. Solo in seguito, si indosseranno il tipico mantello giallo e la feluca, il berretto goliardico.
I membri dell’Ordo s’incontrano una sera alla settimana, per svolgere “missioni” semiserie. Può capitare che, in una notte, sorgano muretti estemporanei: avvenne in via Ada Negri. Fu un modo per segnalare al Comune l’inutilità di quel budello al passaggio del traffico. A un goliarda, poi, il monumento equestre davanti al Duomo deve la riverniciatura squillante dei propri testicoli. Il brontosauro montato in un chiostro universitario, in occasione d’una mostra sulla fauna preistorica, è divenuto “Chiavisaurus”: un mantello giallo e una chiave al collo hanno fatto la magia. Ciò è capitato anche alla statua di Minerva. Perfino il Ponte Vecchio ha subito un “passaggio di proprietà” simile. Nulla, però, in confronto alla cannonata in Strada Nuova: il mortaio era caricato a innocui coriandoli, ma la polvere da sparo era eccessiva… Gli “effetti collaterali” della goliardia, tuttavia, non vanno oltre il rumore. Sono banditi vandalismo, risse e pestaggi. Per infrazioni più lievi, si perdono bolli (“punteggio d’autorità”) o feluca. Gli aspiranti “Principi usurpatori” si ritrovano a bagno in una fontana o nel Ticino.
Immancabili i canti tradizionali: l’internazionale Gaudeamus Igitur e l’italiano Di canti di gioia. Altri sono decisamente meno castigati. Fondamentale, infine, l’Inno di Pavia: scritto su “papiro” con le “leggi della Chiave”, è firmato e custodito dai membri.
L’Ordo sa anche mettere da parte la spensieratezza. Nel 2010,ha fondato la borsa di studio “Memole”. “Memole” era Francesca Maddaluno, goliarda prematuramente scomparsa. Anche così si onorano la memoria e lo spirito di corpo, pilastri dell’Ordo. Ciò non turba le tre “divinità”: Bacco, tabacco e Venere. Perché il goliarda non rinuncia mai alla gioia di vivere: “…dopo la gioconda giovinezza,/ […]/ci avrà la terra.” (Trad. dal Gaudeamus Igitur).

 

(1) Sa(lvatore) B(attaglia), “Goliardi”, in: Enciclopedia Italiana, XVII.

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