Giustizia? No, grazia

di Stefano Sfondrini

Il martire prosegue nella sua messa in scena, e alloggerebbe volentieri a San Vittore. Ma un suo congiunto o l’avvocato difensore – un certo Ignazio La Russa, ndA – potrebbe chiedere la grazia. E l’istruttoria per concederla non spetta più solo al Ministero della Giustizia, dopo la storica sentenza del caso Bompressi del 2006. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il ministro Paola Severino stanno valutando tutte le ipotesi di un caso, quello di Alessandro Sallusti, che sta assumendo tinte riduttivamente definibili come vittimistiche. Certo, la “grazia” concessa per il direttore di un giornale che permise la pubblicazione di un articolo in cui si augurava la morte ad altre persone, oltre che per le affermazioni provatamente false e diffamanti, avrebbe dell’incredibile.
L’efficientissima politica italiana, dettasi fin da subito pronta a lavorare per evitare il carcere all’intera categoria giornalistica riformando una legge ingiusta, non ha saputo far di meglio che confermarsi nella propria coerenza, non riuscendo assolutamente a far nulla, in due mesi di tempo. Così sabato mattina agenti della Digos di Milano hanno arrestato Sallusti nella sede del suo quotidiano per tradurlo a casa, dove avrebbe dovuto scontare i domiciliari. Ma è stato fermato poco dopo in flagrante essendo evaso dall’abitazione, compiendo «solo un atto dimostrativo» come ha riferito nel processo per direttissima svoltosi lo stesso giorno. Il processo proseguirà il prossimo giovedì 6 dicembre, data entro la quale il difensore ha invitato l’imputato alla calma.
Le ultime lacrime del coccodrillo di via Negri, n°4 saranno comunque leggibili sul numero odierno de il Giornale. Mi assumo la responsabilità di non averle lette, ma l’intera vicenda ci ha ormai abituato alle buffonate di chi solo per professione, non certo per professionalità, è possibile chiamare “giornalista”. E il confronto col caso di Giovannino Guareschi diventa ormai un’offesa al defunto padre di Don Camillo e Peppone, che accusato a suo tempo di diffamazione da Alcide De Gasperi – e condannato al carcere – si comportò in ben altro modo: «Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente». Parole simili nella sostanza a quelle di Sallusti, con la differenza che Guareschi scontò effettivamente la propria pena senza troppe “dimostrazioni”.

Toni patetici si accumulano non solo tramite i congiunti, ma inaspettatamente anche grazie alla redazione di via Solferino, che riporta in un articolo sul numero di oggi le affermazioni dei famigliari, che non sfigurerebbero in uno speciale di Studio Aperto. “Un’intera famiglia colpita”, “centinaia di metri quadri su tre piani che rischiano, ora, di rimbombare per il vuoto”, “sì all’avvocato Ignazio La Russa ma no alla moglie di lui benché compagna di burraco: al tavolo verde adesso mancherà il quarto giocatore”. Ma stiamo parlando di un direttore di un quotidiano che ha permesso la pubblicazione di un articolo diffamante sul proprio giornale, o di una partita di carte? Ammessa la buona fede – e non concessa, dato che non s’è mai vista neppure l’ombra di rettifica – il non aver riletto un articolo (diffamante) che sarebbe andato in stampa in prima pagina ha portato con sé delle conseguenze. Tra esse ci sono gli arresti domiciliari e tutti i disagi che essi comportano, come il poter uscire solo in determinati orari o il poter vedere solo determinate persone.
Sulla vicenda si è espresso anche Silvio Berlusconi, fratello dell’editore di Sallusti. «Sta al mondo politico trovare al più presto una soluzione adeguata che contemperi l’inalienabile diritto di opinione e di informazione con l’altrettanto inalienabile diritto a non vedere lesa la propria privacy e la propria onorabilità». Da che pulpito, visto che quando il mondo politico ruotava intorno a lui, il Cavaliere non fece nulla per modificare la legge che tuttora prevede il carcere per i reati di diffamazione a mezzo stampa. E per quale pulpito, dal momento che proprio un articolo a firma Dreyfus su Libero andava a ledere quell’onorabilità della quale Berlusconi tanto parla, e in cui di informazione ce n’era ben poca.

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