Gauguin: il Simbolismo di un mondo dominato dal colore

«Inviato in missione artistica»: così l’artista Paul Gauguin (1848-1903) si presentò al governatore di Tahiti nell’estate del 1891, reduce di un lungo viaggio condotto a bordo della nave Oceanien. E, per quanto insolito possa apparire, questo era davvero un incarico ufficiale affidatogli dal governo francese, che lo aiutò con la sovvenzione del viaggio a patto che egli fissasse “il carattere e la luce della regione”. Ha qui inizio il periodo più prolifico e caratteristico del pittore, esponente di spicco della corrente del Simbolismo, fautore di un’arte del tutto innovativa e che trova la sua forza nella spontaneità di un mondo incontaminato. L’impeto vitale originario, oggetto principale della sua ricerca, viene rappresentato da una varietà di gamme cromatiche che sono il risultato di un’insistente ricerca condotta sin dalla giovinezza, caratterizzata da tratti più tradizionali e impressionistici. Nell’opera di Gauguin il colore si rivela essere il motivo conduttore della sua esperienza artistica e il punto di raccordo tra due opposte fasi biografiche, la vita all’interno della società civilizzata e l’immersione nella primitività paradisiaca delle Isole Marchesi. A quasi due secoli dalla nascita, avvenuta il 7 giugno 1848, la sua figura rimane quella di un artista sofisticato, contro tendenza e innovatore, che ha gettato le basi per l’evoluzione dell’arte europea nonostante la ferma decisione di allontanarsi da una società da lui percepita come sterile e disseccata.

Ciò che balza all’occhio nella maggior parte delle sue opere è la presenza di una componente cromatica brillante e spesso antinaturalistica, prodotta con l’accostamento di colori primari e complementari, la cui logica appare slegata da quella dell’occhio. Per Gauguin, infatti, il colore era  “il linguaggio dei sogni”, ovvero il mezzo che permetteva un’indagine approfondita su ciò che viene nascosto dal gioco di apparenze della realtà e il veicolo principale di una spiritualità complessa e variegata, privilegiato grazie alla sua intensità evocativa. Dal punto di vista tecnico Gauguin si avvale di un’apparente semplicità offerta dalla tecnica del cloisonnisme (ovvero il contorno nero marcato delle figure) e dalla piattezza bidimensionale delle campiture, ottenendo così immediata attenzione e comprensione da parte dello spettatore.

Il carattere mistico, che sottende una religiosità profonda e un’attenzione alla forza della dimensione interiore dell’uomo, è visibile fin dalle opere del periodo bretone, che precede il trasferimento a Tahiti: un esempio è La visione dopo il sermone, dove il pittore rappresenta un gruppo di donne bretoni vittime di un’allucinazione religiosa, come scrisse lo stesso autore all’amico Vincent van Gogh: la semplicità della fede cristiana dei contadini bretoni viene accompagnata da uno sfondo rosso acceso, porta che conduce in una dimensione fantastica che non si esaurisce sul lato della visione, separata dalla folla da un ramo diagonale, ma che investe l’intero quadro, proiettando le stesse donne in uno spazio onirico e atemporale.

La visione dopo il sermone, colore, mistica, simbolismo, cromatismo
La visione dopo il sermone (Vision après le sermon), 1888, National Gallery of Scotland (Edimburgo)

L’attenzione dell’autore per le gamme cromatiche è evidente ne Il Cristo giallo e Calvario Bretone: tra le due opere, entrambe dipinte nel 1889 in Bretagna, Gauguin istituisce un dialogo che si basa prima di tutto sulla figura cardine, ovvero Cristo, colto nel momento della crocifissione e della deposizione (qui parte di un gruppo scultoreo in primo piano). Ed è proprio in funzione di questo personaggio che viene modellato lo sfondo: ne vengono riprese la semplicità e l’essenzialità del disegno (che l’autore chiamerà “sintetismo” in occasione dell’Esposizione universale del 1889), nonché le gamme cromatiche. Il Cristo giallo presenta infatti i toni caldi e malinconici di un autunno che reca con sé lo sfumare della vita, e il colorito innaturale di Cristo crocifisso si trasmette alla natura circostante, la quale si fa specchio della sua sofferenza e del suo appassire.

Il Cristo Giallo, colore, mistica, simbolismo
Il Cristo Giallo (Le Christ jaune), 1889, Albright-Knox Art Gallery (Buffalo)

Paul Gauguin utilizza lo stesso espediente in Calvario Bretone, dove l’immobilità della statua in primo piano contribuisce a rendere statico lo sfondo retrostante, che ne riprende l’acidità e la freddezza del colore: l’atmosfera psicologica evoca una tensione allarmata dalle insidie delle forze del male, in contrasto con la calma contemplazione de Il Cristo giallo. La dialettica tra bene e male, chiaro e scuro, è propria della semplice religiosità dei contadini bretoni, che in entrambi i quadri sono parte integrante dello sfondo: preghiera e lavoro sono i principi su cui si basa la loro fede, di cui Gauguin ha saputo dare un’interpretazione esaustiva e personale.

Calvario Bretone, colore, religiosità, simbolismo
Calvario Bretone (Le calvaire breton), 1889, Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique (Bruxelles)

Una delle opere più interessanti del periodo trascorso a Tahiti è Manao tupapau (1892): il titolo in lingua maori, volutamente ambiguo, può essere tradotto sia come “Lei pensa allo spirito dei morti”, sia come “Lo spirito dei morti veglia su di lei”. Il quadro rappresenta infatti un nudo di ragazza – probabilmente una citazione dell’Olympia di Manet, che Gauguin testimonia di aver visto – che dorme, spaventata dallo spirito vestito di nero in piedi dietro di lei. Ancora una volta il pittore coniuga realtà e immaginazione, lasciando che il sogno si impossessi del reale e ne alteri le fattezze, realizzando una perfetta fusione tra i numerosi piani entro i quali si muove l’essere umano.

Gauguin stesso documentò la realizzazione del dipinto in una delle sue molteplici lettere teoriche, dedicando particolare spazio allo studio del colore, che sarebbe la “componente musicale”: il ritmo è scandito dalle pennellate orizzontali, gli accordi principali sono i colori complementari arancione e blu, con sfumature del loro derivati e scintille di verde. La “componente letteraria” è invece costituita dal contrasto tra Notte e Giorno, tra Spirito dei Morti e Spirito Vitale: una contrapposizione che si pone come chiave di lettura della complessa spiritualità tahitiana, attraversata dalla frequente manifestazione di spiriti malvagi, e delle inquietudini di una ragazza alle prese con la forza della propria immaginazione. Ed è nell’insistente rappresentazione di un mondo contaminato da sprazzi di soprannaturale che si consuma la maggiore esasperazione cromatica, cosicché l’artista trascende l’ispirazione simbolista arrivando ad anticipare le tendenze dell’Espressionismo novecentesco, che ne riprende il colore vivace e incisivo. 

Questo tratto crea una scomposizione all’interno dell’opera stessa tra il disegno e la componente cromatica, la quale risulta essere l’elemento capace di catturare l’attenzione dello spettatore e di fornirgli, ancora prima che metta a fuoco il soggetto vero e proprio, uno squarcio del messaggio più profondo offerto dall’artista.

L’originalità di Gauguin investe anche il concetto di rappresentazione e il modo di interpretare il soggetto: il dipinto cessa di essere la riproduzione di una porzione circoscritta dell’esistenza e diventa testimonianza di un’analisi umana ancora prima che etnologica ed espressione del fascino che le declinazioni della diversità culturale esercitano sull’animo dell’autore. Con una commistione di talento e innata curiosità Gauguin rende il colore portavoce dello spirito profondo di due realtà lontane e opposte, in un sincretismo che evidenzia quanto di umano ci sia nella diversità.

Maria Bovolon

Maria Bovolon, 20 anni, è nata il 4 maggio 2000a Legnago, in provincia di Verona, dove ha conseguito la maturità classica. È attualmente iscritta alla facoltà di lettere antiche presso l’università di Pavia

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