“For Sama”: la Siria attraverso l’obiettivo

Sama, sei la cosa più bella nella nostra vita, ma che vita è quella in cui ti ho portato. Non hai scelto tutto questo, potrai mai perdonarmi?

Le foto di una bella ragazza dagli occhi verdi che indossa la kefiah, subito dopo la faccia tonda di una bambina piccola che si porta il piedino alla bocca e ride. Tutto quel che non ci si aspetterebbe di vedere in apertura di un documentario sulla rivoluzione in Siria. Invece è così che inizia “For Sama” (“Alla mia piccola Sama”), il lavoro della giornalista e regista siriana Waad al-Kateab, uscito al cinema il 13 febbraio scorso, vincitore di diversi premi e candidato all’Oscar come miglior documentario. 

La ragazza che si vede fin dai primi fotogrammi del film è la regista stessa e la bimba che compare subito dopo è sua figlia Sama, protagonista inconsapevole della storia. È il 2016 e Aleppo, nel nord della Siria, è sotto l’assedio dell’esercito del presidente Bashar al-Assad e dei suoi alleati russi. Sì, Aleppo, quella distesa di edifici sventrati dalle bombe, quel mucchio di macerie inquadrati pochi secondi dopo. Colonna sonora, la voce di Waad che racconta in arabo la propria storia e quella della rivoluzione scoppiata nel 2012.
Studentessa di economia all’Università di Aleppo, a 18 anni Waad assiste alle prime micce della ribellione contro il regime quarantennale della famiglia Assad. Gli universitari dipingono muri con gli slogan della rivoluzione, la thawra, l’unica cosa, dice lei, che a loro a quel tempo importava. Ancora più della famiglia, degli amici o degli studi, il pensiero di un futuro di libertà per se stessi e la propria città univa tutti sotto un unico scudo.
Attraverso una registrazione in presa diretta, totalmente soggettiva, ci si immerge nelle manifestazioni di strada, negli scontri con le forze armate; si entra in ospedali con pavimenti imbrattati di sangue e corpi morenti su lettighe improvvisate. Ci si ritrova avvolti nell’escalation della guerra civile dove dalle bastonate della polizia per strada si passa ai missili, alle granate, persino alle armi chimiche. 

Un quartiere di Aleppo devastato dalla battaglia

Di colpo è di nuovo il 2016, Waad coccola nel letto nella sua stanza la piccola Sama e improvvisamente parte l’allarme: un raid in arrivo, bisogna correre di sotto e rifugiarsi. Fuori dalla porta della stanza non una casa, ma un ospedale: ormai da mesi mamma e bambina vivono lì per poter stare insieme ad Hamza, l’uomo che Waad ha sposato, l’amore della sua vita che fa il dottore e deve soccorrere i feriti dell’assedio. Ogni giorno, spiegano lui e i suoi collaboratori, accolgono almeno 300 feriti, molti dei quali in condizioni gravi. Tanti non ce la fanno, lo si vede bene attraverso l’obbiettivo della telecamera che, cinico e senza alcun filtro, registra tutto, anche l’ultimo respiro di un bambino ucciso da un’esplosione e il dolore della madre che lo stringe tra le braccia. 

Secondo i dati più recenti forniti da Save The Children, tra dicembre 2019 e gennaio 2020 nella zona più a nord della Siria, tra Idlib e Aleppo, circa 200mila minori sono stati costretti ad abbandonare le loro case e 34 bambini sono morti. Dall’inizio della guerra civile nel 2011, fino al 2018 (dati raccolti dal Violation Documentation Center in Syria), invece, si contano almeno 7.407 bambini morti solo ad Aleppo, epicentro degli scontri.
Quella che racconta Waad è proprio la cronistoria per immagini della Battaglia di Aleppo, considerata una delle battaglie simbolo della guerra se non addirittura “la madre delle battaglie”, tanto da essere soprannominata da alcuni “la Stalingrado di Siria”. Una sanguinosa guerra di posizione che tra guerriglie e bombardamenti alla fine ha portato alla sconfitta dei ribelli. Si vedono bene nel documentario di Waad il dolore, la delusione, l’umiliazione di non aver vinto. “Per cosa abbiamo combattuto in tutto questo tempo?”, si chiedono lei e i suoi amici, i compagni con cui per mesi ha vissuto l’assedio. I ribelli hanno abbandonato la città “caldamente invitati” dai russi e dalle forze governative. In caso contrario, altra morte, altra disperazione. A un certo punto anche i ribelli hanno messo da parte l’orgoglio e si sono lasciati esiliare. Waad, Sama, Hamza e tutti gli altri non potranno più vedere Aleppo, almeno fino alla fine della guerra. Solo a Idlib ancora si resiste, russi e truppe del governo da una parte, turchi e locali dall’altra; ma negli ultimi tre mesi 900 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case, senza contare che gli ultimi ribelli rimasti lì in realtà sono perlopiù jihadisti.

Una guerra, quella in Siria, che in nove anni ha prodotto una serie incommensurabile di morti, sfollati, rifugiati, esiliati; che non ha coinvolto solo il paese, ma anche tutti i “vicini di casa”. Libano e Turchia le prime mete di chi è scappato, anche se il primo è diventato negli ultimi mesi sempre più inospitale per i profughi che sono diventati davvero troppi (hanno raggiunto circa il milione e mezzo) e iniziano a tornare in Siria, anche se le condizioni sono ancora molto precarie e pericolose. La seconda, invece, ha chiuso i confini.
Una guerra infame, come tutte le guerre, che porta via le case, e ai feriti senza casa anche gli ospedali dove curarsi; persone di ogni età ed estrazione sociale. Nessuno di loro ha scelto la guerra, piuttosto i siriani hanno scelto la strada per la libertà e questo è il prezzo che hanno dovuto pagare. 

Waad e Sama ad Aleppo

Sama, ti ricorderai di Aleppo? Mi incolperai per essere rimasta? O per essermene andata alla fine? Non vedo l’ora che tu cresca, Sama, per sapere come ti senti. Voglio che tu sappia che abbiamo combattuto per la causa più importante di tutte, perché tu e i tuoi figli non viviate come noi abbiamo vissuto. Lo abbiamo fatto per te.

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