Fischio di controversie: i Mondiali in Qatar

Quando il governo del Qatar ha deciso di spendere milioni per la cerimonia di apertura dei mondiali con Morgan Freeman, Jungkook dei BTS e centinaia di altri artisti, probabilmente sperava che i media mondiali distratti da tanto spettacolo si sarebbero concentrati solo sul calcio. L’assegnazione della Coppa del Mondo FIFA 2022 al Qatar ha dato invece voce a una serie di preoccupazioni e controversie riguardanti sia l’idoneità del Qatar come Paese ospitante, che la correttezza del processo di candidatura ai mondiali. Non hanno tardato ad arrivare le critiche dei media, degli esperti sportivi e dei gruppi per i diritti umani, che hanno portato alla luce uno scandalo di corruzione globale, il prezzo astronomico della costruzione delle strutture necessarie, gravi preoccupazioni per i diritti umani sul lavoro nonché l’indignazione per il trattamento riservato alla comunità LGBTQI+.

Mondiali di calcio in Qatar

Il luccichio della coppa sembra dunque voler offuscare un susseguirsi di dispute. Ma come ha fatto allora il Qatar, una nazione più piccola dello stato del Connecticut, ad aggiudicarsi il diritto di ospitare il calcio d’inizio della Coppa del Mondo? Successe nel 2010, quando con una mossa insolita la FIFA assegnò nello stesso momento i diritti per due mondiali, rispettivamente, alla Russia e al Qatar. Quest’ultimo è probabilmente il più discusso, ma non il primo ospite controverso di una competizione sportiva globale. Solo in questo secolo, infatti, la Cina ha ospitato due Olimpiadi nonostante le gravi preoccupazioni in materia di diritti umani e persino la Russia, già sede dei più o meno dibattuti Mondiali di calcio del 2018, ha accolto le Olimpiadi invernali anche dopo una serie di crisi diplomatiche e di conseguenze legate alla illegale annessione della Crimea del 2014.

Quella del Qatar è la storia di un paese che non ha un vero e proprio passato calcistico, pertanto, non c’era da sorprendersi al pensiero che non esistessero infrastrutture in grado di contenere un evento delle dimensioni della Coppa del Mondo. La costruzione degli stadi, degli alberghi e di tutte le altre infrastrutture necessarie è costata circa 300 miliardi di dollari. Per fare un paragone, preparare il Sudafrica per i mondiali del 2010 era costato solo 3,5 miliardi di dollari.

Stadio mondiali in Qatar

Una delle questioni più discusse della Coppa del Mondo di quest’anno è stata quella concernente il trattamento dei lavoratori assunti per costruire le infrastrutture. Alla sua nomina, nel 2010, il Qatar non disponeva di molti degli stadi, degli hotel e delle autostrade necessari per ospitare il torneo. Per costruirli, il Paese si è rivolto alla sua massiccia popolazione di lavoratori migranti (provenienti da Paesi come India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, Kenya e altri ancora), che costituisce il 90% o più della sua forza lavoro. Su 2,931 milioni di abitanti infatti, solo 300.000 sono cittadini qatarioti.
Un’inchiesta del Guardian del 2021 ha rilevato che dal 2010 in Qatar sono morti più di 6.500 lavoratori migranti, per più di una ragione: dagli incidenti sul lavoro agli incidenti d’auto, dai suicidi ai morti per altre cause, tra cui il caldo. Numerosissimi però sono stati i lavoratori collassati nei cantieri degli stadi per il torneo. E nel novembre del 2013, Amnesty International aveva già denunciato “gravi sfruttamenti”, tra cui casi di migranti portati a firmare false dichiarazioni dove attestavano di essere in possesso del proprio visto o passaporto (sistema kafala). Anche se una riforma del lavoro ha recentemente abolito il sistema kafala, il progetto edile legato ai mondiali si è basato su paghe spesso misere e condizioni decisamente discutibili. Che il trattamento riservato ai lavoratori, lasciati in balìa del caldo e della polvere del deserto sia stato deplorevole, è indubbio. E altrettanto indiscutibile è che per i pregiudizi di qualsiasi tipo non c’è posto in un evento che viene trasmesso in tutto il mondo e sponsorizzato da aziende globali.

Cantiere mondiali in Qatar

Nel mezzo di una cacofonia di polemiche calcistiche e dibattiti sociali, hanno trovato posto anche critiche dal punto di vista della sostenibilità. Secondo la Fifa, il mondiale in Qatar sarebbe stato il primo carbon neutral grazie alle soluzioni tecnologiche adottate nel paese. Gli otto impianti della competizione sono in effeti posizionati a un massimo di 75 chilometri gli uni dagli altri cosicché i tifosi possano raggiungere gli stadi usando metropolitane o bus elettrici, evitando di conseguenza di prendere l’aereo, un mezzo fortemente inquinante. Per l’occasione è stato poi progettato un impianto fotovoltaico di 10 chilometri quadrati, che resterà attivo anche a competizione conclusa, così da continuare a fornire energia pulita al paese. Inoltre, uno degli stadi realizzati, lo Stadium 974, è stato progettato per essere smontato in modo tale da poterne riutilizzare i componenti per eventuali applicazioni successive. “Il nostro obiettivo è quello di compensare tutte le emissioni di gas serra, promuovendo al contempo soluzioni a basse emissioni di carbonio in Qatar e nella regione”, si legge nella dichiarazione di sostenibilità dell’evento. Gli organizzatori hanno dichiarato che la Coppa del Mondo a 32 squadre sarà la prima carbon neutral, il che significa che le emissioni dovrebbero essere molto limitate e compensate. Tuttavia, il Carbon Market Watch (CMW), un’organizzazione no-profit che lavora a stretto contatto con l’Unione Europea, ha esaminato i piani degli organizzatori e afferma che le emissioni previste sono state probabilmente sottovalutate, dubbio scaturito dalla costruzione di sette nuovi stadi che ha destato particolare preoccupazione. Il CMW ha inoltre sostenuto che le emissioni di carbonio saranno più alte delle 3,6 milioni di tonnellate stimate dagli organizzatori. Se così fosse, si parla di quasi il doppio delle emissioni rispetto ai Mondiali russi del 2018 (2 milioni) e otto volte in più rispetto a Euro 2020 (450mila). Il progetto del Global Footprint Network, che segna la data in cui il consumo di risorse di una nazione supera i limiti planetari annuali, ha messo il paese al primo posto nel mondo per il 2022. Il Qatar, infatti, è il primo per emissioni inquinanti pro-capite, senza contare che solo il 2% della sua energia viene da fonti rinnovabili.

Mondiali in Qatar

Un punto fondamentale di cui si deve tenere conto è che il Qatar è un paese desertico. E proprio per le elevate temperature del periodo estivo, la Fifa per la prima volta ha deciso di organizzare il celebre torneo mondiale tra novembre e dicembre. Una delle più grandi problematiche di un paese desertico, chiaramente, è quella riguardante la scarsità dell’acqua; ma per irrigare i prati degli stadi e dei campi di allenamento, saranno necessari 80 mila litri di acqua al giorno. Eppure, le riserve di acqua dolce del paese sono praticamente nulle e a tal proposito stanno aumentando le opere di desalinizzazione, che avranno un forte impatto ambientale poiché l’energia richiesta proviene in gran parte dai combustibili fossili. Gli impianti di dissalazione vengono generalmente alimentati a petrolio o gas e funzionano sia con la tecnologia di trattamento termico che con la tecnologia dell’osmosi inversa, basate per la maggior parte sull’elettricità prodotta utilizzando il gas naturale per alimentare le pompe filtranti i sali nell’acqua. Il che potrebbe rivelarsi devastante per l’ecosistema marino del Golfo perché il processo di desalinizzazione è uno dei più inquinanti in assoluto.

Nonostante i tentativi e le poche conquiste eco-friendly quelli citati restano numeri molto pesanti che si innestano in una situazione difficile, caratterizzata da un curriculum ambientale e non solo, già mediocri. Ma la Coppa del Mondo di questo anno è la prima a essere ospitata in Medio Oriente, culla di lunghe tradizioni nel mondo del calcio in paesi come la Tunisia, il Marocco e l’Algeria. Si tratta, nonostante tutto, di un’opportunità straordinaria per il paese di migliorarsi, accogliere e connettersi con miliardi di persone provenienti da tutto il mondo, mettendo in mostra la propria identità nonché costruendo nuovi ponti di coesistenza e comprensione. Come scriveva Amartya Sen: lo scambio tra culture diverse non può assolutamente essere visto come una minaccia, quando è amichevole.

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