Expatriats – piccole riflessioni di un’italiana all’estero

Gli italiani sul pullman li riconosci al primo colpo: sono quelli che portano i cappelli di lana. Già, perché qui in Irlanda ci sono tra i 5 e i 9 gradi al mattino, ma per gli autoctoni è ancora estate: fanno jogging belli tranquilli in pantaloncini e maglietta. Ma per chi viene da Palermo è dura: 5 e 9 gradi li fanno al massimo a Capodanno alle 2 di notte.

Per la prima volta mi sto rendendo conto davvero di cosa significhi essere un’italiana all’estero.

Entri nel mondo degli espatriati, degli stranieri. Di quelli che condividono la nostalgia, la dolcezza e l’amarezza di essere lontani da casa propria; il gusto masochistico del lamentarsi dell’assenza di caffè come si deve, di pomodoro vero, di gelato artigianale. Una specie di comunità che si riconosce a pelle, fatta generalmente di  persone che fanno presto amicizia (“ah, ma anche tu sei italiano, di dove sei, che ci fai quassù?”) condividendo la cordialità mediterranea nel clima rigido della costa Atlantica.

suitacaseGli italiani all’estero parlano tra loro di due cose: di cibo e di lavoro. Dove si trova il pesto più buono e quante ferie pagate hai sul contratto. La pasta qui scuoce subito, ma con lo stipendio riesco a pagare il bollo della macchina.

Alcuni hanno cambiato le loro abitudini, altri ancora faticano. Ma l’idea, più o meno condivisa, è che qui sia diverso l’approccio al lavoro e alla professionalità, e che di conseguenza la vita sia non per forza migliore, ma un po’ più semplice. Me ne sono resa conto anche io, in soli due mesi di tirocinio non retribuito.

Non sono mai stata una grande fan della meritocrazia in senso classico – non credo che chi si laurea con 110 e lode all’Università abbia per forza le qualità giuste per far parte di una classe dirigente. Ma al contrario di quello che troppo spesso succede in Italia, qui il talento viene valorizzato. Sei bravo a gestire la contabilità, la comunicazione, i database? Ti vengono assegnati i relativi compiti, e poco importa che tu sia un semplice stagista.

Un operatore di call center aziendale, in Irlanda guadagna tra i millecinquecento e i milleottocento euro al mese. Più straordinari pagati profumatamente, all’occorrenza. Ogni lavoro impiegatizio – forse a causa della tradizione contadina ancora molto radicata nella mentalità locale – gode di altissima considerazione. Ed è sempre possibile salire di livello all’interno di un posto di lavoro: un commesso di un supermercato può entrare senza difficoltà nel management, se i superiori ritengono ne abbia le capacità.

In Italia si discute molto, in questo momento, di tutele lavorative e welfare. Ma siamo sicuri che le rigidità del nostro mercato del lavoro siano dovute solo alla presenza di diritti sindacali, e non anche a una prassi di selezione delle classi dirigenti che tende a far emergere peggiori (i più rapaci, arrivisti, quando non raccomandati) e incapace di valorizzare l’intraprendenza e le capacità individuali?

 

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