“Everyday life”: il nuovo album dei Coldplay contro la guerra e la discriminazione

Ve li ricorderete, oltre che per il fatto che si tratta di una delle pop band più celebri dell’ultimo ventennio, anche per quel famoso concerto che nel 2016 andò sold out nel giro di pochi minuti e scatenò un’enorme ondata di bufere. Magari vi trovavate tra coloro che sono riusciti ad entrare, magari tra i poveracci che si sono appostati fuori dallo stadio sperando di sentirli comunque, magari invece da quella volta non li avete più ascoltati.
Loro sono i Coldplay e forse ora hanno trovato il modo di farsi perdonare: il 22 novembre è uscito Everyday life, il loro nuovo album e più che l’ultimo disco di un quartetto di bellimbusti inglesi votati al britpop (soprattutto negli ultimi 10 anni), sembrerebbe un viaggio nel tempo e nello spazio che si propone di superare confini geografici, culturali, linguistici, sociali, religiosi. Già dedito a cause sociali, politiche e ambientali fin dall’inizio della sua longeva carriera (nell’ormai lontano 1997), questa volta il gruppo di Londra si spinge più in là e consacra un intero album al sostegno della diversità e alla lotta contro la discriminazione e la guerra.

La copertina del disco

Basta guardare la copertina del disco per accorgersi di aver a che fare con qualcosa di quantomeno insolito. Al di là del bianco e nero che fa sempre effetto, al centro il titolo tradotto in lingua araba: “الحياة اليومية”, “Everyday Life”. E viene subito da chiedersi il perché. Non si può negare si tratti di qualcosa di bizzarro tant’è che, mostrata a un amico arabofono la sua reazione è stata: “This can’t be Coldplay!”.
Quando la copertina dell’album ha iniziato a girare, attorno alla metà di ottobre, hanno iniziato a passare in radio anche i primi due singoli, “Orphans” e “Arabesque” e solo una volta ascoltati, malgrado la scarsità di informazioni a disposizione per poterci capire qualcosa (pare tutto sia stato piuttosto top secret fino al rilascio ufficiale lo scorso venerdì con la prima esibizione niente meno che sulle splendide terrazze di Amman), qualche pezzo del puzzle ha iniziato a incastrarsi.
La protagonista di “Orphans” è “Rosaleem of the damascene“, Rosaleem da Damasco che oggi è salita in Paradiso (she went indigo up in heaven today), with bombs going boom ba-boom-boom. Siamo in Siria e la storia di Rosaleem dal viso di Luna, che vuole sapere quando “potrà tornare indietro per divertirsi con i suoi amici”, e del suo Baba sono metafora della vita di tutti i civili che sono morti e muoiono ogni giorno a causa della guerra.
“Arabesque”, invece, diventa un inno alla bellezza della diversità e all’inutilità della discriminazione di qualunque genere perché in fondo tutti condividiamo lo stesso sangue: I could be you, you could be me/Two raindrops in the same sea/You could be me, I could be you/Two angles of the same view/And we share the same blood.

La presentazione in anteprima ad Amman (Giordania)


L’album è diviso in due parti, Sunrise e Sunset, per un totale di sedici canzoni ed è pervaso oltre che da testi impegnati che sottolineano l’importanza di certi temi, anche da sonorità che si rifanno alla musica araba, a quella più tipicamente africana, o sono semplicemente registrazioni di suoni della vita, per l’appunto, di tutti i giorni (parlottio e risate di bambini per strada, la preghiera nella moschea…); da citazioni letterarie del mondo orientale e arabo. Ogni brano, insomma, riserva qualche sorpresa per l’ascoltatore.


Come بنی آدم “Bani Adam” (Figli di Adamo) che ancora vuole sottolineare l’esistenza di una grande famiglia formata dagli esseri umani e che si ispira a una composizione del poeta iraniano Saadi Shirazi dal titolo omonimo, la cui prima strofa viene recitata all’inizio della canzone:


Human beings are members of a whole
In creation of one essence and soul
If one member is afflicted with pain
Other members uneasy will remain
If you have no sympathy for human pain
The name of human you cannot retain


“Ekò” (che è il nome della città nigeriana di Lagos in lingua Yoruba), cantata insieme alla cantante nigeriana Tiwa Savage racconta invece la storia di Joseph che scappa dal suo paese verso un luogo totalmente diverso dove non si sentirà mai davvero a casa, ma dove vivrà sempre con la mancanza dei suoi laghi, del suo cielo e delle stelle.
“Church” diventa il punto di unione tra religioni con la chiamata da parte di Chris Martin del suo Dio a cui risponde in arabo la voce della cantante Norah Shaqur.

Ma le tematiche affrontate spaziano ancora, pur rimanendo sempre di aderenza sociale. Così in “Daddy“, Martin assume i panni di un figlio che chiama a gran voce un padre lontano e cerca di raccontare il dramma dell’allontanamento dei genitori dai figli a causa del metodo di mass incarceration abusato negli USA. O ancora, “Trouble in town” racconta la discriminazione verso la “non-white population” in tanti paesi, non solo occidentali, a partire dai brutali arresti randomici fino alle sentenze giudiziarie al limite dell'”unfair“, e alle uccisioni arbitrarie a mero sfondo razziale. Al termine della canzone la registrazione di un vero pestaggio ad opera della polizia americana nei confronti di un uomo afroamericano.


Tanti ancora i rimandi e gli spunti che questo disco sa offrire. E in realtà dopo un primo ascolto, forse, non si riescono a metabolizzare tutti. La sperimentazione a livello sonoro è notevole: uso di strumenti poco convenzionali per il solito pop (particolarmente apprezzabile l’intervento del sax in Arabesque ad esempio); alcuni sample tratti da registrazioni in studio e live di artisti purtroppo deceduti (come il pianoforte di Alice Coltrane in Bani Adam); suoni ambient o registrazioni ricavati da momenti apparentemente anonimi di vita quotidiana. Tutto ciò rende i brani, o una buona parte di essi, sicuramente non di facile ascolto. Del resto niente di ciò che non è banale può essere affrontato con leggerezza. E sì, forse inizialmente la sensazione che si prova è quella dello stordimento, del disorientamento, ma poi ci si rende conto di essere stati catapultati in un viaggio. Come quelle capatine con cui si interrompe la routine della vita quotidiana, ma che in questo caso nello spazio immaginato di una giornata, dall’alba al tramonto, permette una fuga mentale dagli schemi, e la scoperta di qualcosa d’altro. Si tratterà pure di quelle canzoni che se passano alla radio ti fanno cambiare, di cui non memorizzi le parole, che ti lasciano confusione in testa. Ma dopo la prima volta non cambi più stazione radio, magari le inserisci in playlist, assimili la confusione e quel refrain continua a tornarti in mente durante la giornata.
Quel boom ba-boom-boom che da semplice onomatopea di una bomba che scoppia riporta il pensiero alle granate che uccidono davvero.

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