Etica, Religione e Politica -Intervista a Paolo Flores d’Arcais-


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di Valentina Falleri e Giacomo Onorati

A poco più di un anno dalla morte di Eluana Englaro, il dibattito sul testamento biologico è ancora aperto. Se n’è parlato anche durante il ciclo di conferenze organizzate lo scorso mese dal Coordinamento per il diritto allo Studio dal titolo “FINE VITA – Testamento biologico e accanimento terapeutico”. L’incontro tenutosi giovedì 18 marzo ha visto contrapporsi le tesi di Mons. Lodigiani (sostituto in extremis di Mons. Poma) e di Paolo Flores d’Arcais, filosofo e direttore della rivista MicroMega, al quale Inchiostro ha rivolto alcune domande.

Inchiostro: Professor Flores d’Arcais, in Germania, Svizzera e altri paesi il testamento biologico è già legge. Secondo lei perché in Italia non si raggiunge questo risultato? Il problema può forse essere rintracciato in un bacino elettorale cattolico che porta i politici a non affrontare un tema così sensibile?

Flores D’Arcais: In molti Paesi europei non solo c’è una legge che garantisce il testamento biologico, cioè la libera scelta dei cittadini, ma addirittura una legge che garantisce il diritto all’eutanasia, al suicidio assistito, mentre nei paesi dove tale legge non c’è se ne discute apertamente. Il perché in Italia sia invece già stata votata al Senato una legge contro il testamento biologico dipende dalla Chiesa gerarchica. Dico Chiesa gerarchica perché se invece intendiamo la Chiesa come popolo dei credenti le posizioni sono assolutamente diverse. Dal punto di vista delle opinioni diffuse tra i cittadini, e in parte sicuramente fra i credenti, i sondaggi mostrano che la maggioranza favorevole all’eutanasia si aggira intorno all’80%. L’opinione pubblica è tendenzialmente molto secolarizzata, quindi non è una questione di elettorato cattolico, ma di partiti che hanno raggiunto un accordo con la Chiesa gerarchica, di rapporti di potere all’interno dell’establishment. Naturalmente, godendo questo establishment di un monopolio assoluto dei mezzi di comunicazione, qualora si andasse verso un referendum fra i cittadini, la possibilità di manipolare l’opinione sarebbe molto alta.

Una storia di Dylan Dog uscita alcuni mesi fa ha attirato diverse critiche. Nel fumetto si accennava alle opposte posizioni etiche sull’accanimento terapeutico, pur non sostenendone alcuna. Possiamo dire che nel nostro paese, più della presa di una posizione, la stessa discussione su certi temi incontra forti resistenze?

Ambedue le cose. Non si vuole aprire un dibattito perché le argomentazioni contro l’eutanasia sarebbero impossibili dal punto di vista logico. Se il Cardinale Ruini ed io ci trovassimo in condizione di malattia terminale con sofferenze atroci, o entrambi abbiamo il diritto d’imporre all’altro la propria morale o non ce l’ha nessuno dei due. Accetterebbe il Cardinale Ruini che sulla sua vita decidessi io secondo la mia morale? Troverebbe questa una prevaricazione. Perché allora vuole imporre a me la sua? Non ho mai trovato un solo argomento valido, da parte di chi è contrario all’eutanasia, se non appunto quello personale riguardante se stessi, che è rispettabile. Nessuno è costretto a subire l’eutanasia, ma non si capisce sulla base di quale principio si possa costringere all’opposto, a far vivere in una condizione di tortura chi non la vuole vivere.

Non ci sarebbe anche necessità di un dibattito televisivo su temi etici che fosse meno marginalizzato?

Ci vorrebbe una televisione adeguata ad un sistema democratico liberale, in cui tutta la pluralità dei punti di vista morali potesse avere modo di esprimersi. Noi viviamo invece in un paese in cui si da per scontata la realtà oggettiva e scientifica dei miracoli, un clima di superstizione medievale. Nella televisione italiana su questi temi siamo al Preilluminismo, e quando si discute di argomenti psicologici intervengono un medico, uno psichiatra e due esorcisti. Questa è la normalità del dibattito televisivo.

Secondo lei quale dovrebbe essere la formula adeguata per un ipotetico testamento biologico e come considerare l’obiezione di coscienza del medico?

Basterebbe prendere il meglio delle legislazioni europee. In sostanza si tratta di far sì che la persona scriva esattamente in quali circostanze standard non vuole che il suo corpo venga tenuto artificialmente in vita. Ovviamente, poiché le circostanze standard non comprendono tutte le situazioni particolari che possono prodursi, il soggetto nomina una sorta di esecutore testamentario di fiducia. Bisogna ovviamente basarsi sul principio che si tratta di un testamento, ovvero delle volontà del soggetto, altrimenti è una presa in giro. Se un medico non vuole obbedire al testamento biologico non obbedisca, ma naturalmente non si può impedire a qualcun altro di eseguire le volontà testamentarie.

A proposito di libertà di scelta, le disposizioni emanate dalla Regione Lombardia per quanto riguarda la facoltà di non avvalersi dell’ora di religione alle scuole superiori sono molto restrittive: la decisione deve avvenire ad inizio del percorso formativo e comporta la mancata assegnazione dei crediti. Come valuta tutto ciò?

Come verrebbe valutato in qualsiasi democrazia liberale: una prevaricazione di tipo clericale, un elemento teocratico. L’ora di religione in sé, cioè di una sola religione e non di Storia e critica delle religioni, affidata a persone nominate dalle gerarchie di quella religione, viola l’ovvio principio di eguaglianza di quei cittadini in formazione che sono gli studenti. Lo stesso si può dire per la presenza dei simboli religiosi in un’aula: o sono esposti tutti i simboli delle religioni a cui fanno riferimento le persone presenti, compreso quello dell’estrema minoranza fatta da una sola persona, oppure nessuno. Qualsiasi altra soluzione viola il principio di eguaglianza.

Intervistato sul numero di marzo, Luigi de Magistris ha auspicato la nascita di una forza politica che possa unificare le istanze provenienti dalla sinistra in un disegno coerente. Qual è la sua opinione in merito?

Se si tratta di unificare le forze politiche attuali, non credo che si tratterebbe di un gran passo avanti, perché sono comunque forze politiche organizzate burocraticamente con gruppi dirigenti di professionisti della politica, che vivono la politica come carriera. Penso che una nuova forza politica, di cui c’è assoluto bisogno in Italia, dovrebbe innovare radicalmente, basandosi sulla capacità di coinvolgere i cittadini che hanno partecipato ai movimenti auto-organizzati al di fuori dei partiti e anche i militanti dei partiti stessi. Occorrono però delle clausole specifiche che garantiscano che solo una minoranza all’interno dei gruppi dirigenti sarà composta da persone che fanno la politica come carriera, mentre la maggior parte dei parlamentari e dei consiglieri comunali sarà di persone che lo possono fare per un mandato e che in seguito torneranno a lavorare nella società civile, continuando a fare i militanti di base. Se non si sceglie radicalmente questa propensione si finisce per avere forze politiche in teoria diverse, ma che in sostanza di diverso non hanno nulla. Il gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, Bertinotti e i suoi, cosa avevano di differente da D’Alema, Casini e i loro? Erano tutti interessati a pavoneggiarsi da Bruno Vespa e a frequentare i salotti importanti. Solo il fatto che la politica possa non diventare un fattore di promozione sociale individuale evita il rischio del carrierismo e dell’opportunismo.

Secondo lei, il Popolo Viola potrà trasformarsi nella forza propositiva a cui fa riferimento o rischia di arenarsi nell’anti-berlusconismo?

Intanto, un movimento anti-Berlusconi in un paese che sta perdendo le sue caratteristiche democratiche proprio per via del regime di Berlusconi non è affatto una cosa disprezzabile. In secondo luogo penso che potrebbe non solo contribuire, ma che dovrebbe essere uno degli elementi fondamentali per realizzare questa nuova forza politica: il Popolo Viola da solo non può diventarlo, perché una caratteristica di questo movimento è, sì la straordinaria capacità di auto-organizzazione, però anche lo scarso spessore di produzione culturale e teorica. Quindi, è dall’incontro di più componenti che può nascere una forza di questo tipo, a condizione che abbia quelle caratteristiche di diversità dai partiti tradizionali, oppure finirà per riprodurne le magagne, magari in forma soft.

Un pensiero riguardo “Etica, Religione e Politica -Intervista a Paolo Flores d’Arcais-

  • Maggio 24, 2010 in 1:55 pm
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    Bella intervista. Bravi!
    AlbertoS

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