Emergenza Turchia: l’Europa se ne lava le mani?

“Italiani brava gente” s’intitolava la pellicola del 1965 del regista Giuseppe De Santis, ma ad oggi sono altri gli aggettivi che potrebbero campeggiare sui cartelloni pubblicitari del Bel Paese. Per esempio: esperti della composizione della spesa, dello svuotamento di scaffali, del riempimento di carrelli, dell’emarginazione delle penne lisce, e così via. Ma cosa succede al di fuori del nostro supermercato di fiducia?

I diritti umani – e non l’Amuchina – sono i grandi assenti nei campi-lager ai confini della Turchia, dove negli ultimi giorni si sta svolgendo un dramma. Orde di migranti, in maggioranza siriani, premono sul confine per raggiungere le isole greche e approdare in uno Stato che gli permetta di avere accesso all’Europa. L’evento scatenante, l’uccisione di 33 soldati turchi in Siria, è avvenuto lo scorso 27 Febbraio. La risposta durissima della Turchia non si è fatta attendere e ha causato, oltre che 309 tra morti e feriti in Siria, un aut aut indirizzato all’Europa: le alternative sono un aiuto finanziario alla Turchia o l’apertura dei confini, con lo smistamento di oltre tre milioni e mezzo di migranti. I numeri delle persone ammassate alla frontiera sono da capogiro: 300 mila migranti secondo il Ministero degli Interni turco, 30 mila secondo le autorità greche. La situazione ricorda la crisi migratoria del 2015, quando la cosiddetta rotta balcanica è stata presa d’assalto.

Nel 2016 l’UE ha firmato un accordo, non troppo chiaro, con la Turchia di Erdogan, che prevedeva che tutti i richiedenti asilo che arrivavano sulle coste greche dalla Turchia venissero registrati e rispediti in territorio turco. Inoltre, il piano assicurava il ricollocamento dei siriani già residenti in Turchia. L’obiettivo dichiarato era stato quello di combattere il business dei trafficanti di esseri umani. La Turchia in cambio ha avuto aiuti finanziari e l’accesso dei propri cittadini all’area Schengen. I problemi di questo accordo si sono manifestati fin dall’inizio, e il primo è stato di ordine legale e umanitario: la Turchia non ha adottato pienamente la Convezione di Ginevra sui rifugiati e questo significa, per i migranti rispediti indietro dalla Grecia, poche garanzie sull’effettivo rispetto dei diritti umani e delle responsabilità dei paesi che assicurano la permanenza sul proprio territorio.

L’accordo ha fatto affidamento sulla capacità gestionale della Grecia, Paese in dissesto economico che ha dovuto caricarsi di un problema interstatale con aiuti insufficienti e che anche oggi si trova in una situazione non ottimale: la crescita del PIL, secondo le previsioni, potrebbe scendere sotto i due punti percentuali a causa dell’impatto del Coronavirus o arrestarsi al +2,54%, quindi in ribasso rispetto al +2,8% posto come obiettivo fiscale del 2020.

Assistenza finanziaria da 700 milioni di euro e una missione ad hoc di Frontex (l’agenzia comunitaria per la difesa dei confini): questo è quanto deciso dai vertici dell’Unione Europea. Ursula Von Der Layen, presidente della Commissione Europea, parla della Grecia come dello “scudo d’Europa”, ma al fronte la guerriglia è aperta e le reciproche accuse tra il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il presidente turco Recep Erdogan non tardano ad arrivare.

«Fateli passare e lasciateli andare negli altri paesi dell’Ue»: questo è stato il commento di Erdogan sulla repressione greca, accusata di aver fatto uso di lacrimogeni e addirittura di aver aperto il fuoco contro i civili. L’agenzia di stampa DPA afferma che siano state uccise due persone e ferite quattro, ma il portavoce del governo greco, Stelios Petsas, smentisce e nega le “falsità” sullo scontro.

Un ricatto politico senza precedenti, o meglio, con un precedente somigliante al governo Berlusconi e al Trattato di Bengasi firmato del 2008 con il governo libico retto da Gheddafi. Anche qui, sotto la copertura di Amicizia e Cooperazione, venivano stanziati finanziamenti a carico dell’Italia (5 miliardi di dollari) per compensare l’occupazione militare coloniale in Libia e combattere l’immigrazione clandestina che partiva dalle sue coste. Con lo scoppio della prima guerra civile libica nel 2011, la diplomazia italiana è stata etichettata come “schizofrenica” a causa degli iniziali accordi con i regimi arabi e del successivo allineamento con le posizioni dell’UE. Ignazio la Russa e Franco Frattini il 26 Febbraio 2011 hanno annunciato de facto la sospensione del trattato, pratica tra l’altro contraria al diritto dei trattati.

Atene, per contro, denuncia Ankara, che avrebbe fornito ai migranti utensili per tagliare le recinzioni e chiede all’Europa l’attivazione di Frontex con l’invio simbolico di 100 uomini – a significare che il lavoro svolto ai confini, anche fisicamente, è condiviso da più paesi e governi. La Polonia ha già risposto positivamente a questa richiesta, mentre la Germania cerca di addolcire e smorzare i toni in un momento in cui la proprietà di linguaggio e il gioco dei sinonimi non sono esattamente il primo punto del programma governativo dell’Unione.

Continuano nel frattempo le denunce delle ONG come Emergency, per cui «è ora che l’Europa cambi rotta: o mette il rispetto dei diritti umani come base irrinunciabile del suo agire o sarà definitivamente morta. Non ci sono più scorciatoie possibili». L’Agenzia ONU per i rifugiati ha dichiarato che manca di base legale la decisione di Atene di sospendere l’accoglimento delle richieste di diritto d’asilo (fonte: IlSole24ore)

Il primo incontro tra Erdogan e la Von der Layen nella giornata di lunedì 9 Marzo non ha portato a sostanziali cambiamenti se non alla riapertura dei dialoghi. Uno step non da poco, data l’asprezza turca, ma ancora insufficiente, soprattutto se i termini sono dettati unilateralmente da una sola parte e le condizioni sono accettate a testa bassa per paura dell’incombenza di un problema più e più volte procrastinato e demandato ad altri. Il problema ora bussa alle porte d’Europa e chiede una risposta che sia umana, il più possibile.

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