Editoriale/ Terre di nessuno

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 


Lanciano uova e pomodori, urlano “assassino” e “vigliacco” ed ostruiscono le porte, per seguire il galateo di ogni sommossa ispirata ai novelli paladini di chissà quale dottrina. Nel mirino dei collettivi autonomi universitari di Milano non c’è un criminale né un brigante, ma Oscar Giannino, economista e giornalista invitato alla Statale dalla Destra Giovanile per un convegno dedicato alla salute dell’Euro. Basta questo per urlargli “fascista”, “buffone”, “padrone”. “Fuori i fascisti”, urlano, “Fuori dai coglioni”.
“È il normale operato dei collettivi” dice chi Giannino l’aveva invitato. “L’università è una terra di nessuno dove tutto rimane impunito”. Se ne parla con la rassegnazione di chi vede la possibilità di dialogare annegata nel conformismo e nella banalità di un dualismo manicheo.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto in tutto questo. In primo luogo l’operato delle forze dell’ordine. Consigliare all’economista di entrare da un ingresso secondario o addirittura di “desistere” significa non aver ben chiaro che da tutelare è il diritto al libero ingresso in un luogo pubblico, non la scelta di sprangare arbitrariamente i portoni arrogandosi la facoltà di scegliere chi può entrare e chi no. Per non riportare al silenzio i contestatori, si è ridotto al silenzio chi aveva il diritto di parlare. Si è confusa la libertà con la sua violazione, e lo si è fatto perché, in caso contrario, si sarebbe gridato allo scandalo.
C’è poi qualcosa di preoccupante, in questi ultimi mesi di contestazioni giovanili e studentesche. In momenti di tensione sociale il ritorno alla contestazione violenta e personalista è da combattere, senza concertazioni, quali che siano i suoi attori. La contestazione è una pratica che è possibile svolgere in modo civile. E deve essere finalizzata al dialogo e alla comprensione delle parti, non all’attacco gratuito, offensivo e violento.
Attenzione. Attenzione a non credere che i contestatori siano davvero i “deboli” delle università, perché i veri poveri, in quel momento, stavano probabilmente lavorando per pagarsi il corso di laurea.
Attenzione a non banalizzare le recenti contestazioni solo come folli sfoghi di un semplice drappello di imbecilli con problemi educativi, perché quelle idee distorte e liberticide non nascono spontaneamente sul posto, ma sono frutto di un modo di pensare che si origina in contesti e ambienti noti, che fa leva sulla debolezza e sull’incoscienza per indottrinare individui ed assoldarli come caricaturali paladini dell’equità sociale.
Attenzione a parlare, oggi come allora, di “rabbia da sfogare” o “guerra civile” come alcuni intellettuali hanno fatto riguardo ai recenti scontri di Roma. Dimenticando che ad affrontare gli invasati c’è uno stato democratico, si rischia di risultare complici di una follia insensata, fiancheggiatori di un sistema di pensiero che nasce da chi crede di incarnare i valori migliori, di chi crede di essere dalla parte del giusto e di schierarsi dalla parte dei deboli. Che giustifica i propri pensieri e le proprie azioni millantando superiorità ideologica, gridando al fascismo quando alla violenza si risponde con uguale durezza. Dove i moderati vengono messi al bando, dove quelli “contro” sono considerati nemici.
Atteggiamenti che ha bene in mente chi conosce la storia recente e che, nonostante siano oggi minoritari e non paragonabili al passato, sono comunque pericolosi. Perché i suoi attori sono meno consapevoli e informati, quindi più inclini a schizzare fuori controllo.

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