Editoriale/ Che ne sarà di noi

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Caos. Una melma primordiale da cui non è dato sapersi cosa avrà origine: parlamentari che si gettano dalla nave che affonda o che chiedono vani allargamenti di maggioranza, imprenditori che implorano riforme e borse che implorano una ripresa, l’Europa che monitora e Di Pietro che ne declina le misure, Pd in piazza che fischia Renzi e giovani in corteo di cui si afferra il malcontento ma non la proposta.
La crisi politica è sotto gli occhi di tutti, il complicarsi di quella economica è per ora solo intravista fra i numeri che la rappresentano. Ma ciò che dev’essere chiaro è che le due sono indissolubilmente legate.
La determinazione che il mondo politico ha dimostrato di non avere viene ora imposta dall’Europa, a cui il destino italiano è tenacemente ancorato. Può anche andarsene Berlusconi, possiamo andare a votare domani, possiamo sovvertire la casta, ridurre gli stipendi dei parlamentari, additare le colpe dell’Euro o addirittura i massimi sistemi. Possiamo anche dare retta a chi pare ignorare il ruolo cardinale che l’impresa ha avuto nel tutelare il paese da un crollo, una new age anticapitalista che sforna hippies dell’economia.
Ma non cambierà nulla. Non se non si inizia a considerare questo destino imposto come una virtù, come una chance per riportare il paese ad esprimersi economicamente su alti livelli. Se sia compito di questo governo farlo o di un altro, non lo sappiamo ancora.
Sappiamo però che l’idea che l’opposizione possa accogliere le richieste europee senza esservi forzata è ipotesi per ora non realistica: già sono state definite “macelleria sociale”, già si sono alzate le barricate. Si può fare a meno di seguire l’Europa? A luglio era possibile, ora non più.
L’equità sociale è e rimarrà sempre principio cardine di questo paese, ma può essere assicurata solo in un paese che cresce. Non è possibile dimenticare che al privilegio dello stato assistenziale, il cui costo rappresenta una enorme fetta delle spese del paese, sono sempre corrisposti straordinari sacrifici, e che a questi sacrifici sono corrisposti spesso sfruttamenti indebiti delle sue risorse. Occorre riformare anche questo. E come negare che chi produce ricchezza e occupazione ha visto aumentare le tasse tanto da dover decidere tra la sopravvivenza e la diminuzione dei posti di lavoro? Tutto a favore del solo Stato, che come un serbatoio bucato ha finora ingurgitato risparmi dissipandoli poi per strada. E nulla lascia presagire che il ricorso ad una eventuale patrimoniale corrisponderà un’inversione di questa rotta. Con danno di tutti e piacere di pochi.
Oggi abbiamo un problema da affrontare. Sapere di averne uno anche domani non è certo confortante.
Questo caos primordiale rappresenta una fine, ma potrà figurare anche come un inizio. Un nuovo corso che sconfigga l’apatia e il conservatorismo immobilista, debellando gli interessi che dietro ad essi si celano. Perchè il crollo dell’economia sarà possibile anche ai primi bagliori di un nuovo governo. E non è affatto detto che il mondo sia disposto ad aspettarci.

3 pensieri riguardo “Editoriale/ Che ne sarà di noi

  • Novembre 7, 2011 in 4:46 pm
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    Questa dell’impresa che ha tutelato il paese dal crollo è la miglior barzelletta del secolo (impossibile produrne una più forte prima del 2099, garantito).

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  • Novembre 7, 2011 in 7:51 pm
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    Tanto per intenderci, dove lo stato cresceva 0, l’impresa cresceva del 3,4% nel 2010 e 3,7 % era la crescita prevista per il 2011. Da sola e con un accesso al credito che di certo non è dalla loro parte.
    Le PMI offrono lavoro secondo una media europea del 65% circa, in Italia invece offrono l’80% del lavoro. Sul totale, il 32% occupato tra industria e agricoltura, settori che però rappresentano il 22% del PIL.
    Questa enorme ricchezza che producono è poi stata usata dallo stato nei modi più disparati, ma soprattutto ha permesso di diminuire il debito primario mantenendo uno stato assistenziale che, per come stanno le cose ora, potremmo non essere più in grado di mantentere.
    Macroeconomicamente, inoltre, se l’Italia cresce dell’1%, il debito pubblico scenderebbe al 5% del PIL, mentre quello della Grecia, dove l’impresa è debole e la statalizzazione è enorme, rimarrebbe al 12%.
    Il tutto in una contingenza economica inammissibile per burocrazia e tassazione. Io plaudo a chi ha il coraggio di avviare una impresa in Italia, creare posti di lavoro e ricchezza. Non so quanti lo abbiano.

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  • Novembre 7, 2011 in 8:07 pm
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    Tu parli di PMI, debito primario, accesso al credito e stato assistenziale.
    Ma è evidente che questo Osservatore Romano non sa di che cazzo parli.
    Sembra quasi che goda nel fare la figura dell’ignorante.

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