Humans are the virus: la trappola dell’ecofascismo

Chiunque abbia passato almeno un paio d’ore sui social network negli ultimi due mesi avrà probabilmente letto da qualche parte lo slogan “humans are the virus”, associato a una gamma di fotografie che poteva andare da quelle satellitari delle emissioni in calo a quelle amatoriali dei cervi nelle strade delle città. È uno slogan, e come tutti gli slogan è semplice, d’effetto e facilmente condivisibile. Rende il Coronavirus un problema morale con un colpevole e si inserisce in un momento storico – ma soprattutto in un contesto umano, quello della società occidentale con l’accesso ai social network –  in cui si è iniziata ad avere una particolare attenzione verso l’ambiente, o quantomento una vaga consapevolezza delle proprie responsabilità.
Il punto è che l’idea dietro a slogan come “humans are the virus”, ossia che il Coronavirus sia una specie di punizione divina che ci ridimensionerà, non è ambientalista. È ecofascista. E nonostante Extinction Rebellion, il movimento che l’ha diffuso, non sia in alcun modo ecofascista (si è anzi dissociato da quell’impostazione) questo slogan, involontariamente, lo è.
Ma cos’è l’ecofascismo, e perchè è diventato così facile cascarci?

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L’ecofascismo è una corrente ideologica e politica che propone soluzioni estreme e autoritarie ai problemi ambientali. Concretamente parlando, ridurre la popolazione per salvare il pianeta. L’ecofascismo non è nato ieri: iniziò a farsi strada già a partire dagli anni Venti del secolo scorso tra le élite naziste, che teorizzavano una sorta di connessione mistica tra il popolo tedesco (solo il popolo tedesco) e la natura.
Per preservare l’ambiente nella sua purezza, bisognava che ci fossero poche persone a occuparsene, una razza superiore, una razza eletta, una razza che fosse, a sua volta, pura.
L’ideale di purezza e pulizia è sempre stato non a caso alla base delle ideologie fasciste e razziste: l’idea stessa della purezza, infatti, presuppone che dall’altro lato della barricata ci sia qualcosa di sporco, orribile e tossico da eliminare. È un ideale semplice, lineare, da A verso B. Uno dei mille motti della propaganda nazista fu “Blut und boden”, vale a dire “sangue e terra”. Come la storia ci insegna, funzionò. Perché era semplice, lineare, da A verso B.
L’ecofascismo sopravvisse al regime nazista. Continuò in altri sistemi politici, a volte platealmente e a volte subdolamente: l’estrema destra anglosassone e americana se ne serve oggi per dare la colpa agli immigrati del degrado ambientale, alimentando la polemica su semplici ma a quanto pare efficaci basi quali “sono sporchi”. Il “sono sporchi” dell’alt-right del 2020 riferito agli immigrati è il “sono impuri” dei nazisti del 1935 riferito agli ebrei. Il nostro ambiente è in pericolo, qualcuno lo sta inquinando.

L’idea di base, il suggerimento pratico di base che l’ecofascismo propone è una selezione tra chi è degno di stare al mondo e chi no, e il criterio di questa selezione è sempre, con giustificazioni etico-morali più o meno convincenti, o razziale o di classe. Oggi, se seguiamo slogan come humans are the virus, il deus ex machina è il Coronavirus. Non dobbiamo essere più attenti, dobbiamo essere di meno, e il fatto che molti stiano morendo farà bene all’ambiente.
L’ecofascismo, a differenza dell’ambientalismo, non mette minimamente in discussione gli attuali modelli economici e produttivi, è addirittura scettico sui cambiamenti climatici: semplicemente pensa che se ci fossero meno uomini il problema non si porrebbe. Ignora o nega il cambiamento climatico, ma ne strumentalizza gli effetti per creare delle gerarchie sociali. Non soluzioni e cooperazione, ma giudizi di valore. Supponiamo di essere in cinque in una casa e che in una delle camere da letto si rompa il vetro della finestra: il ragionamento ecofascista non è aggiustare il vetro, ma stabilire chi debba dormire nella stanza con la finestra rotta e chi invece si meriti di stare al caldo.
Cadere nella trappola dell’ecofascismo nel 2020 è diventato facilissimo, è addirittura più facile arrivarci dall’ambientalismo che dall’estrema destra, come nel caso dello slogan di Extinction Rebellion. Facciamo un esempio pratico: molte persone che dicono di avere a cuore l’ambiente (e magari lo hanno a cuore davvero) odiano i cinesi perché inquinano. Non il governo cinese, i cinesi. Come se un miliardo e mezzo di cinesi fosse responsabile per le scelte in materia ambientale del proprio governo – governo che, peraltro, non è famoso per garantire né una particolare informazione né una particolare libertà ai propri cittadini.
Si passa dall’odio per un sistema all’odio per un popolo, per un insieme di persone che per un 2% attua quel sistema e per un 98% lo subisce.

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Questo è l’ecofascismo: nascondere l’odio dietro una bandiera verde. Confondersi con l’ambientalismo usando i suoi stessi slogan, guadagnare potere e consensi facendo cardine sugli stessi punti e passare semplicemente per una corrente più radicale, quando in realtà è un’altra cosa.
L’ambientalismo unisce, l’ecofascismo divide. I movimenti ambientalisti devono negare con tutte le proprie forze la loro partecipazione a questo tipo di idea, altrimenti finiranno per esserne sommersi, come spesso capita quando a un’ideologia complessa e quindi debole se ne contrappone una semplice e quindi forte. Non dobbiamo essere di meno. Dobbiamo essere migliori.

Ilaria Bonazzi

Studia Lettere moderne con indirizzo storico a Pavia. Si interessa di geopolitica e di letteratura.

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