Delinquente alla guida del SUV – Muore 17enne travolta in bicicletta

di Stefano Sfondrini

Domenica, 11 novembre 2012, sono circa le cinque del pomeriggio. Una quindicina di scout sta pedalando lungo provinciale Sordio-Bettola, stanno tornando da una gita. Non dev’essere la prima uscita in bici che fanno, ma per una ragazza del gruppo sarà l’ultima. La comitiva di giovani attraversa la provinciale per raggiungere il centro abitato di Casalmaiocco, per poi tornare verso Lodi. I ragazzi, accompagnati dai responsabili più grandi, si dispongono in fila indiana per attraversare l’incrocio. È questione di attimi: durante l’attraversamento sulla comitiva piomba un Range Rover, lanciato a una velocità che definire folle non rende l’idea, da un 54enne milanese proveniente da Dresano.

 

Il proprietario del SUV avrebbe visto solo all’ultimo la comitiva, tentando di evitarli sterzando bruscamente a destra. Ma a quella velocità è stato tutto inutile, e non ha potuto evitare una ragazza di diciassette anni, che sembra fosse l’ultima della fila. Col parabrezza e il cofano sfondati il mezzo ha proseguito la sua corsa assassina finendo in un campo 300 metri dopo.

La ragazza non ha più ripreso conoscenza, nonostante dopo decine di minuti di rianimazione praticata dai soccorritori del 118 il suo cuore abbia ripreso a battere. Parte l’elisoccorso verso il Niguarda di Milano, ma sarà tutto inutile. Il delinquente, intanto, è stato sottoposto agli esami tossicologici, i cui risultati saranno disponibili solo nei prossimi giorni, mentre il mezzo a motore è stato sequestrato.

Altea Trini non ce l’ha fatta, e la notizia di una giovane vita spezzata è sempre orribile. Ma quel che lo è ancora di più è sentir parlare di “incidente” o peggio di “fatalità”, parole che hanno in sé l’idea dell’inevitabilità di un fatto quasi voluto dal destino. Quanto è “fatale”, quanto inevitabile un incidente che vede un’auto procedere così velocemente da fermarsi solo 300 metri dopo l’impatto in un campo, la ragazza ritrovata a decine di metri dal luogo dello schianto? Come ricorda una lettera aperta scritta da una aderente al movimento #Salvaiciclisti, in Italia quasi ogni giorno muore un ciclista, ogni giorno due pedoni vengono falciati, spesso proprio sulle strisce pedonali.Ad oggi il numero è di 217 ciclisti e 619 pedoni uccisi dall’inizio dell’anno. Dietro ognuno di questi numeri c’è una vita, una storia, degli affetti. Per ridurre questi numeri impressionanti esistono le leggi, esistono gli studi, esistono best practice di successo messe in atto da altri Paesi, esiste la tecnologia.
A questo punto non solo è lecito ma doveroso chiedersi: dove sono gli enti locali e statali che in un Paese democratico (quale forse l’Italia non è più) dovrebbero garantire l’incolumità dei propri cittadini, nell’usufruire delle infrastrutture? Dove sono, prima che le tragedie succedano? È molto facile – e troppo comodo – inviare messaggi istituzionali di commiato, che non rimboccarsi le maniche e mettere in sicurezza le strade, non solo per gli utenti a quattro ruote.

NOTA:  la bici della  foto non è quella della ragazza.

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