Covid-19: in Medioriente l’orologio segna mezzogiorno – Seconda parte

Hanno colpito e turbato, nei giorni delle celebrazioni pasquali, le immagini del Santo Sepolcro di Gerusalemme completamente deserto e chiuso al pubblico. Hanno commosso le fotografie scattate alla Mecca e alla Kaaba vuote.

Tra la metà e la fine di marzo, sono entrate in vigore le misure restrittive per la lotta al Covid-19 nella maggior parte dei paesi del Medioriente. Modalità e tempistiche si assomigliano in quasi tutti i territori dell’area; allo stesso modo sembrano coincidere anche alcuni dei fattori che hanno portato allo scoppio dell’emergenza e dei contagi in quelle zone. Ancora, si ripropongono modulari anche le prime conseguenze di questa pandemia che si accanisce su una regione già fortemente instabile e problematica. Proprio delle fonti di instabilità e crisi, e delle principali tendenze già in corso prima dell’emergenza Coronavirus si è parlato in un precedente articolo per fornire una chiave di lettura e comprensione di questa complessa area di mondo, a maggior ragione in un periodo particolarmente delicato e sui generis come quello attuale.

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Una donna prega di fronte alle porte sbarrate della chiesa del Santo Sepolcro, a Gerusalemme (Foto via AP/Mahmoud Illean)

Un blando “modello comune” di gestione

La presa in carico in ritardo dell’emergenza, i test eseguiti poco e male con kit inadatti e insufficienti, i dati carenti e spesso tenuti nascosti, l’istituzione di misure restrittive troppo blande. In alcuni paesi, solo un coprifuoco di qualche ora dalle prime ore della sera fino alle prime ore del mattino senza chiudere tutte le attività, in altri una totale chiusura e uno stato di emergenza di un mese scarso (ad esempio, in Iraq dal 16 marzo all’11 aprile e in Libano dal 15 marzo al 12 aprile). Spesso, misure sanzionatorie molto dure annunciate, ma mai applicate.
Così i paesi del Medioriente stanno affrontando la pandemia: con l’applicazione di quello che si potrebbe definire un modello di gestione comune, poiché appare pressoché uguale ovunque. Tuttavia, alcuni stati si sono dotati di misure che ricordano molto più quelle che stiamo utilizzando anche noi in Italia.

In Giordania sono stati annunciati due coprifuoco: il primo (ampiamente violato) il 21 marzo e il secondo il 9 aprile. Una totale chiusura è stata attuata solo tra il 21 e il 24 marzo.
A proposito di violazioni delle misure imposte, in Iraq e Giordania diverse sono state le volte in cui gli ordini sono stati infranti, ma le sanzioni previste non sono state applicate.

Lo Yemen è invece un caso esemplificativo del ritardo nel rilevare sia contagiati (per la totale mancanza di attrezzature adeguate), che in generale l’emergenza stessa: solo il 10 aprile è stato registrato il primo caso accertato di positivo al Covid. Si tratta, oltretutto, di un paese che da cinque anni è coinvolto in un conflitto sanguinoso e con lo scoppio dell’emergenza si è richiesta la sospensione degli scontri per poter applicare tutte le misure necessarie. Risultato: oltre a non essere ancora chiaro se effettivamente l’ordinanza sarà rispettata, i ribelli Houthi stanno facendo dell’ostruzionismo alla distribuzione di aiuti nelle aree da loro controllate. Una dinamica simile si è verificata in Libia, dove il cessate il fuoco è stato dapprima accolto e poi violato dalle due fazioni in lotta.

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Due uomini con mascherine protettive in un negozio a Teheran (foto via Ali Khara/REUTERS)

I provvedimenti più severi e puntuali sono stati attuati negli stati del Nord Africa e in alcuni paesi del Golfo, con la scelta di optare per la quarantena in uno stile molto simile a quello italiano. Tra i primi al mondo a registrare (e quindi rendere noti) casi di contagio, infatti, sono stati proprio gli Emirati Arabi (già il 29 gennaio), l’Algeria e l’Egitto. Di fatto, anche l’Iran ha di sicuro visto diffondersi il contagio molto prima, ma non lo ha mai dichiarato ufficialmente.
In Tunisia “poliziotti robot” circolano per le strade della capitale svolgendo esattamente le stesse operazioni che svolgerebbe un ufficiale in carne e ossa (misurazione della temperatura, richiesta dei documenti), ma velocizzando e automatizzando il lavoro.
Il governo del Marocco il 19 di marzo ha proclamato lo stato di emergenza e la chiusura totale stabilendo delle sanzioni pecuniarie fino a 1300 dirham (130 euro circa) e la possibilità di reclusione fino a tre mesi. Per ora, sembra essere il paese maghrebino che sta investendo di più nell’equipaggiamento delle strutture sanitarie: si parlerebbe di almeno 2 miliardi stanziati inizialmente dal governo, più 1 miliardo di donazioni private raccolte in un fondo speciale e altri 300 milioni che, se tutto va bene, saranno stanziati dall’Unione Europea. Fatto che ha scatenato, tra l’altro, non poche polemiche vista invece la risposta negativa nei confronti, ad esempio, dell’Italia.

Cosa succede nelle carceri?

Tra le misure straordinarie adottate da alcuni di questi paesi rientra la liberazione di prigionieri, in particolare  prigionieri politici. L’Iran, per ora il paese più colpito con quasi 75mila casi accertati, ne è un esempio eclatante, anche se altrettanto rilevante è il numero di detenuti che sono stati uccisi e feriti durante la repressione delle rivolte nelle prigioni. Anche in Marocco il re ha graziato più di 5600 prigionieri sulla base della durata della loro pena, della loro età e del loro stato di salute.
Destano però comunque preoccupazione le condizioni di chi in carcere ci rimane, soprattutto se ingiustamente: già prima dello scoppio della pandemia erano tanti coloro che per aver condiviso il proprio pensiero erano stati arrestati subendo anche torture, in paesi dove la libertà di parola ed espressione viene tenuta in scacco. Molti processi sono stati sospesi ora, come quello di Patrick George Zaki, studente egiziano all’Università di Bologna arrestato lo scorso gennaio nel suo paese d’origine a causa dei suoi studi e del suo lavoro nell’ambito dei diritti umani. Si sarebbe dovuto tenere per lui un regolare processo il 30 marzo, ma chiaramente non ha avuto luogo. Uguale sorte è toccata a Loujain al-Hathloul, che è stata arrestata nel 2019 in Arabia Saudita per aver guidato un’automobile e il cui processo è stato rimandato per l’ennesima volta.

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Giovanissimi detenuti di una prigione egiziana (foto via AFP)

Quindi, è sicuramente consistente il rischio di facili e inarrestabili contagi per le condizioni in cui vivono i detenuti nelle carceri di questi paesi (con celle sovraffollate che di fatto rischiano di diventare delle pseudo camere a gas). Ma preoccupa anche il rischio che i governi, soprattutto i più autoritari, sfruttino a loro vantaggio le regole straordinarie per reprimere le libertà individuali e i diritti fondamentali con maggiore discrezione, passando praticamente inosservati agli occhi dell’opinione pubblica.
Il 18 marzo intanto, l’area di Gaza e della West Bank è stata chiusa, ed è quindi stato impedito ogni passaggio tra territori palestinesi e israeliani. Migliaia di palestinesi lavoratori in Israele hanno dovuto decidere, in tre giorni, da che lato della Linea Verde stare; se continuare a lavorare e vivere distanti dalle loro famiglie per i prossimi mesi, o perdere il proprio lavoro.

Crisi che rischiano di essere dimenticate

Presi dal dramma sanitario, i media tendono a essere monopolizzati da notizie e continui aggiornamenti a “tema Covid”, rischiando di tralasciare altre tematiche di cui avrebbe invece senso parlare anche in virtù dell’emergenza. Crisi umanitarie come quelle che avvengono in territori di guerra diventano ora più che mai un fatto da tenere d’occhio. Come in Libia, dove il conflitto in atto ha portato al collasso del sistema sanitario, al crollo dell’economia, alla difficoltà per tutti di accedere ai beni essenziali e, quindi, anche all’impossibilità per i tantissimi sfollati, rifugiati e richiedenti asilo di trovare luoghi dove ritirarsi al sicuro. Allo stesso modo al confine tra Siria e Turchia, in un lembo di terra risicato, si contano 700 campi profughi dove, oltre a condizioni di vita e igiene precarie, risulta impossibile effettuare tamponi, praticare qualunque tipo di autoisolamento e disporre di attrezzature mediche adeguate (figurarsi quindi la terapia intensiva, per la quale in tutta la Siria ci sono solo 325 posti letto). Ora come ora non si è ancora parlato di molti contagi in questi concentratissimi agglomerati umani, ma vista la quasi impossibilità di rilevarli vien da chiedersi se forse il virus non stia già circolando e mietendo le sue vittime. Del resto, se ne parla ben poco.

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Migranti al confine tra Grecia e Turchia (foto via Bulent Kilic / AFP)

Questione religiosa: quando feste e riti diventano un problema

I picchi di contagio in Medioriente si sono registrati in alcuni casi in concomitanza con lo svolgimento di ricorrenze religiose. E sempre ciò che attiene alla sfera religiosa diventa in questi giorni argomento di dibattito in relazione alle nuove misure restrittive.
In Iran, a febbraio, le celebazioni per il 41esimo anniversario della Rivoluzione islamica sono state una miccia per lo scoppio dei contagi. Iraq, il 21 marzo, centinaia di migliaia di fedeli sciiti si sono recati in visita al santuario sacro dell’Imam Musa AlKadhim’s a Baghdad violando le (blandissime) misure di contenimento. In Israele, invece, la quarantena ha obbligato a festeggiare la Pesach (la Pasqua ebraica) sui balconi di casa e impedisce al Muro del Pianto di continuare ad accogliere tra le fessure delle sue pietre le preghiere dei fedeli. I ritrovi per i riti settimanali sono vietati dappertutto, qualunque sia la religione che si professi, anche se non sempre vengono rispettati i divieti. Anche in vista dell’inizio del mese di Ramadan il 23 aprile, festività fondamentale dell’Islam, il Ministero degli Affari religiosi egiziano ha vietato i ritrovi serali (dopo il tramonto) dell’iftar (la rottura del digiuno). Un momento, questo, denso di significato e di fondamentale condivisione per i musulmani e al quale sarà difficile rinunciare. Allo stesso modo, non è ancora chiaro se si annullerà definitivamente l’annuale pellegrinaggio alla Mecca (Hajj) che ogni musulmano deve effettuare almeno una volta nella vita.
Non va dimenticato che la religione è una parte significativa della vita delle popolazioni di quest’area, culla delle principali fedi monoteiste, e diventa una componente imprescindibile del tessuto sociale, politico e culturale.

Anche questi diventano dibattiti e temi da non trascurare insieme ai fattori geopolitici attorno ai quali si sta costruendo il discorso sull’emergenza. Questioni pratiche, che riguardano cambiamenti che avverranno nella vita delle persone fin da subito, anche se non se ne parla, mentre pare sia più facile iniziare a prospettare scenari futuri.

Claudia Agrestino

Sono iscritta a Studi dell'Africa e dell'Asia all'Università di Pavia. Amo viaggiare e scrivere di Africa, Medioriente, musica. Il mio mantra: "Dove finiscono le storie che nessuno racconta?"

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