Cinque idee per l’università umanistica italiana

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Al netto di ogni ideologia, di ogni interesse personale e di ogni eroica resistenza, la realtà ci informa che le facoltà umanistiche italiane non sono più in grado di soddisfare i desideri lavorativi dei loro studenti. Le facoltà sono tutte affascinanti: ma a questo mondo politecnico e positivistico sembrano servire poco.
La situazione è oggi ovviamente condizionata dalle congiunture economiche, ma faremo un errore a considerarle lontane da noi. Anzi, sono la doccia fredda di cui necessitiamo. Già in tempi di espansione economica è vero che è più utile saper riparare il lavandino che conoscere Von Mises: in tempo di crisi, questa regola miete ancora più vittime.
Eppure è con la conoscenza, con la ricerca e con lo studio che le nazioni raggiungono i loro più importanti propri obiettivi, siano essi di espansione produttiva o culturale: a ciò collaborano tutti i tipi di sapere, e il mondo progredisce con equilibrio. Ed è per questo motivo che, storicamente, sono state le economie più forti a produrre l’arte più quotata e a dettare le linee del pensiero moderno. E senza l’arte e il pensiero, sarebbe stato probabilmente difficile, negli anni, rinnovarsi ed abbattere gli ostacoli che rischiavano di allontanare il primato.
Oggi però la situazione è radicalmente cambiata. In Italia, le facoltà umanistiche vengono comunque scelte da moltissime persone. La grande quantità di pretendenti nasconde in sé un altrettanto grande numero di futuri laureati che, più che per necessità per scelta, mai si ritroveranno ad operare negli ambiti in cui sono preparati.
Anche lo stesso concetto di conoscenza umanistica perde terreno e importanza. I motivi sono molteplici: sia per la natura delle necessità della società attuale, sia per la mancanza di intellettuali esemplari che sappiano realmente incidere sulla realtà.
Questo accade più raramente all’estero: ecco che allora la revisione del sistema universitario italiano in generale potrebbe anche fermare il sempre più frequente espatrio delle menti più brillanti.
Ecco che serve allora rivedere gli ingranaggi con i quali la macchina dell’insegnamento delle discipline umanistiche viene portato avanti. E devono essere nuove meccaniche improntate al rigore e alla serietà: e soprattutto a un nuovo concetto di sapienza umanistica, più legato alle esigenze della società moderna, che riacquisisca il suo ruolo di ponte tra il passato e il futuro. Perché se lo storico non prevede il ciò che sarà, conoscendo il passato potremmo essere noi a determinarlo con maggiore coscienza.

 

Minori numeri, più competenze. Se per un corso di analisi ad ingegneria sono richieste determinate competenze precorse, è ovvio che la tipologia di insegnamento sarà di un livello più elevato rispetto a quello delle scuole superiori, essendo in continuità con esso. Non vi è dunque motivo, allora, perché molteplici insegnamenti universitari – ad esempio di storia –debbano concentrare in sé le nozioni contenute negli ultimi tre anni di liceo: le quali, come accade per la conoscenza dei principi matematici ad ingegneria, dovrebbero essere date per acquisite. Ciò anche per non legare le mani ai docenti, i quali spesso si ritrovano costretti a rendere materia d’esame un grosso ripasso della storia modello “eventi e date” malamente imparata al liceo, sottraendo tempo a elementi che sarebbero molto più utili alla coscienza della persona.
Il numero chiuso a partire dalla laurea triennale non significa negare delle possibilità a qualcuno: significa negare la possibilità di prendere parte a un corso di laurea per il quale non si hanno adeguate competenze, che risulterebbe – allo stato di cose attuale – di eccessiva difficoltà, con conseguente ritardo nella preparazione e stazionamento perenne presso gli atenei.
Ciò sarebbe fondamentale anche in vista di un futuro biennio magistrale: la richiesta di competenze sempre più specializzate richiede che la loro selezione inizi già dal tempo in cui ci si approccia al mondo universitario. E ancora, più conoscenza e specializzazione significa anche più risultati nella ricerca.
Il test d’ingresso generalmente applicato non nega che, una volta acquisita una preparazione consona al livello del corso di laurea, lo studente arrivi a farne parte. Per colmare le ulteriori mancanze che si possono presentare, sono disponibili i tutor.

 

Serrata sui crediti. Parcheggiarsi in università è un diritto. Ma è dannoso. Soprattutto per il parcheggiato, perché il parcheggiatore ci guadagna e basta. Nelle università a numero chiuso, lo sfaticato toglie addirittura il posto a chi sarebbe invece stato studente migliore. E, volendo allargare il discorso, non fa nemmeno bene alla società che, oltre a ricercare laureati sempre più giovani, gradirebbe probabilmente che lo sfaticato iniziasse a rendersi utile alla collettività.
Finora, per scoraggiare il prolungamento innaturale dell’iscrizione universitaria, si sono aumentate le rette agli studenti fuoricorso. Una misura che non ha ridotto per nulla il numero degli sfaccendati: chi ha meno possibilità è spesso anche colui che più si affretta a completare gli studi, perché è motivato dalla propria condizione ad entrare nel mondo lavorativo. Cui prodest? Agli atenei, che questo meccanismo lo conoscono benissimo: la maggior parte delle volte i parcheggiati possono permettersi rimanere tali, quindi le casse delle università sono via via riempite anche grazie ai nullafacenti paganti. E ciò è necessario, visto che lo stato impone limiti consistenti nella gestione delle rette, che sono tra le più basse d’Europa, ma l’efficienza di un ateneo passa soprattutto dall’efficienza dei suoi studenti, vero parametro di giudizio nei calcoli delle migliori università: che non sono certo la Bibbia, ma aiutano a separare realtà meritorie da banali esamifici.
Una serrata sui crediti necessari da ottenere per potersi iscrivere all’anno successivo è l’unico modo per mutare prima la sbagliata prassi dello stazionamento perenne e di conseguenza il pensiero comune che si ha nei confronti dell’università.
Ovunque vi deve inoltre essere un limite agli anni di iscrizione (con proroghe per chi dimostra problemi oggettivi: malattie, indisposizioni, obblighi lavorativi, soggiorni all’estero, e altro): uno, solitamente, basta. Negli USA è così da tempo Questo principio, inoltre, aiuterebbe gli studenti a capire eventuali errori nelle proprie valutazioni: una persona portata allo studio può semplicemente accorgersi di aver sbagliato facoltà. Ed è meglio che se ne accorga prima che dopo.

 

Minor numero, meno disoccupati. In sostanza, che vanno a fare gli studenti delle lauree umanistiche? Molti ad insegnare. Altri a fare i ricercatori. Taluni si ritrovano in aziende non meglio specificate. Talaltri ingrossano il settore pubblico.
Non è poi così vero che gli sbocchi sono pochi: senza contare chi ha le possibilità o le capacità di inventarsi e reinventarsi, sono i posti di lavoro realmente legati alle materie studiate a scarseggiare. Se è vero che in una industria serve un ingegnere per ogni fase della produzione, è altrettanto vero che, normalmente, in un comune alla pianificazione delle attività culturali vi saranno poco più di un paio di addetti.
Per quei posti, i laureati sono tanti. C’è quindi concorrenza, il che è senz’altro positivo. Sul fatto che le dinamiche di assegnazione dei posti si basino sul merito, basti dire che quasi sempre accade nel privato, quasi mai nel pubblico. E non per malafede, ma per l’esistenza di norme sbagliate. In ogni caso: che fa chi ne rimane escluso? E’ disoccupato. E in una brutta situazione, perché l’offerta di lavoro scarseggia, ma la richiesta è tanta.
Innalzare il livello dello studio e conseguentemente diminuire l’affluenza a tali corsi di laurea farebbe rientrare la situazione in binari più sani: non si tratta di limitare la concorrenza, ma al contrario, si intende mettere a confronto competenze maggiori.
In tal modo, una figura più competente, talvolta anche più specializzata, potrà anche essere più richiesta. La disoccupazione non si combatte solo con politiche di assunzione, ma anche scoraggiando la scelta di settori in cui l’offerta è bassa, relegando la scelta dell’impegno umanistico solo a chi è realmente interessato e determinato.
L’obiettivo connaturato a tale scelta avrebbe risvolti importantissimi: eliminando il gioco al ribasso creato dalla marea di persone disposte a tutto pur di lavorare per quello che hanno studiato e rendendo ancora più stringenti le condizioni di assunzione, non solo i laureati nelle materie classiche in generale, ma anche gli insegnanti potrebbero finalmente ricevere stipendi adeguati all’importanza del ruolo che hanno nella società.

 

La ricerca efficiente. In Italia la ricerca è troppo poca, così come troppo poca è la fiducia nei confronti della gioventù dei dottorandi.
La produttività della ricerca può essere valutata: la stessa Università di Pavia è in grado di monitorare perfettamente la reale mole di novità che si scovano tra le sue mura.
Ci sono ambienti che producono, altri che invece macinano denaro senza arrivare a risultati.
Inoltre, non si contano nemmeno più i dottorandi che sono costretti a barcamenarsi tra situazioni paradossali: giorni in treno tra il sud in cui seguono i corsi e il nord in cui svolgono compiti di assistenza ai docenti. Sono i poli migliori e più specializzati a dover essere nelle condizioni di offrire ambienti propensi alla preparazione dei futuri ricercatori e docenti.
Ancora una volta, lo stato pecca qui di egualitarismo e lungimiranza: manca un sistema che sia realmente in grado di valutare dove e come i migliori risultati vengono ottenuti, per poi offrire ulteriori stimoli attraverso i trasferimenti agli atenei virtuosi. Il sistema che divide, tramite ordine statale unilaterale, tra pubblicazioni di riviste di serie “A” e serie “B” per le pubblicazioni scientifiche avrà implicazioni dannose: far scomparire i piccoli editori, che oggi sono importanti risorse per i giovani dottori. Con essi scomparirà anche il loro coraggio, quello necessario a scommettere su giovani ricercatori. Che ai grandi editori, dal punto di vista economico, non conviene avere.

 

Maggiore iterazione tra discipline. Non ha senso conoscere Jung ma non Hoffmann. Non si può comprendere la Sonderweg se si ignora il sistema economico all’interno del quale trova giustificazione. La portata innovativa di Shakespeare è incomprensibile se Sofocle rimane relegato alla preistoria.
Il mondo delle conoscenze umanistiche è molto più complesso e iterante di quanto spesso non si sia portati a credere. La filosofia è un prodotto della storia, la letteratura è un prodotto della geografia. E tutto diventa un cerchio se si pensa che la filosofia è solo un tipo di letteratura e la geografia è mutata dalla storia.
Quindi? Quindi occorre intensificare la contaminazione tra i corsi di laurea umanistici, e farlo nella triennale. Per specializzarsi, è a disposizione il biennio. Ma all’interno dei piani di studio delle lauree brevi devono essere contemplati esami che, intersecandosi l’un l’altro, radichino quelle conoscenze necessarie per la ricezione di pressoché qualsiasi contenuto, storico, filosofico o letterario.
Le facoltà umanistiche soffrono una eccessiva settorialità: tanto che talvolta, per completare un biennio magistrale, basta dare la metà degli esami previsti, perché alcuni degli insegnamenti previsti sono già stati impartiti altrove.
Una conoscenza più diffusa permetterebbe inoltre a molti studenti di scegliere il ramo di specializzazione più tardi e in modo più consapevole: e con più competenza, con più stimoli, e quindi con migliori risultati.

Un pensiero riguardo “Cinque idee per l’università umanistica italiana

  • Novembre 7, 2012 in 1:11 am
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    L’Università pubblica italiana come laureificio baronale e di casta, famigliare e parentale di dottori inutili ovvero come

    centro di ricerca a disposizione delle imprese del territorio in cui insiste?

    A quando una Università dell’Olio e dell’Olivo?

    A quando una Università della Pasta e del Pane?

    A quando una Università delle Mozzarelle e dei Formaggi?

    Le università pubbliche nei territori che le accolgono si sono dimostrate dei corpi estranei alle vocazioni socio-economiche

    territoriali, avverse e sorde alla produttività ed alla ricerca integrata alla economia locale.

    Non si sono dimostrate volano per lo sviluppo ma solo appendice costosa e dannosa.

    L’università pubblica è autoreferenziale e nutilmente costosa.

    L’università generalista ha i giorni contati.

    L’università della ricerca legata ed innamorata alle vocazioni territoriali è il solo futuro possibile.

    Pare sia arrivata l’ora di uscire dalla convegnistica ed entrare nel vivo di una piattaforma agro-alimentare supportata e

    garantita dalla ricerca universitaria.

    Altrimenti, questi laureifici baronali possiamo anche chiuderli e risparmiare un sacco di denari dei contribuenti.

    E se le università non producono ricerca utile alla economia reale, possiamo chiuderle, senzadubbiamente.

    Il patto fra società e università pubblica è dedinitivamente rotto.

    http://www.ilcittadinox.com/blog/universita-produttivita-una-difficile-conciliazione.html

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

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