Boston, strage alla maratona

di Cristina Motta

Boston, ore 15: la corsa amatoriale più antica del mondo si trasforma in tragedia. 3 vittime e oltre 140 feriti. Tra loro anche un bambino di 8 anni. Lunedì 16 Aprile si è consumata una strage durante una delle manifestazioni più simboliche e importanti al mondo: la maratona di Boston. La gara infatti si corre dal 1897 e attira in media ogni anno oltre 20.000 atleti e circa 500 mila spettatori.

Dopo un’ora dall’arrivo del primo maratoneta, al traguardo si è scatenato il caos. Si parla di due bombe esplose a distanza di poco e di alcune disinnescate in tempo. Gli ordigni sarebbero stati sistemati in due cestini della spazzatura sul marciapiede vicino al traguardo.
Oltre ai tre morti, tra cui un bambino che aspettava il proprio papà all’arrivo, molti sono stati i feriti subito soccorsi e portati a ricevere le cure necessarie negli apparati ospedalieri della città. La situazione non è però semplice: molti di loro sono in gravi condizioni e per la maggior parte delle vittime si parla di amputazione degli arti inferiori.

La polizia americana si sta interrogando sui responsabili e la pista intrapresa inizialmente sembra quella del terrorismo. I talebani rispondono «Noi siamo estranei» ma il presidente Obama, che assicura che si troveranno i colpevoli, e l’America intera la ritinene come prima pista possibile. Il ricordo dell’11settembre 2001 e di altri attentati invade la mente degli americani, che ora hanno di nuovo paura. Le notizie delle ultime ore però danno come ipotesi possibile che ci sia stato un solo attentatore: un semplice «lupo solitario», un terrorista isolato senza complici. Le dichiarazioni fatte dalla polizia americana sono avallate dal fatto che il composto per l’innesco è stato fatto con una miscela esplosiva improvvisata.
Non c’è però la certezza assoluta ed è ancora tutto da definire. Il deputato del Texas Michael McCaul, capo della Commissione per la sicurezza interna alla Camera, dichiara: «Non sappiamo se sia un atto compiuto da stranieri o da statunitensi».

A due giorni di distanza dall’accaduto molte cose non sono chiare ma una è certa: il mondo intero sta guardando a questo evento come a una vera e propria crudeltà durante un evento sportivo, che dovrebbe invece essere simbolo di correttezza, onestà e unione di persone e popoli. Siamo dunque tutti uniti intorno a Boston, ai loro abitanti e alle famiglie delle vittime e speriamo davvero che non ci siano imminenti pericoli nella città o nelle vicinanze.

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