Ama la patria, arma il terrore: il traffico d’armi italiano

«Faremo una guerra implacabile al terrore» – così dichiarava il presidente francese Hollande, poco dopo quanto occorso il 13 novembre 2015: l’ennesimo attacco a Parigi rivendicato dall’ISIS. Quasi un mese fa, come fosse ieri. Il tema della sicurezza è tornato immediatamente d’attualità, nemmeno ci fossimo dimenticati di quanto accadde alla sede di Charlie Hebdo, neanche un anno fa. La paura è sempre stata un’industria florida ed il terrorismo si fa largo nella pasoliniana società dei medium di massa, tra il clamore delle dichiarazioni e nuovi dubbi che alloggiano nella mente di alcuni: come fanno questi stati, tanto poveri, ad essere così armati?

La verità è che il business della guerra non conosce confini, neppure razza o religione: gli uomini che lo vogliono devono essere armati, dunque, qualcuno deve fornire loro le armi.

È alquanto difficile sia calcolare che stimare il valore approssimativo del commercio di armi. Difficoltà che risiedono nel trovare fonti affidabili (soprattutto per quanto riguarda i canali illegali), nonché nell’arduo tentativo di operare una distinzione fra i differenti strumenti bellici.

Secondo il SIPRI (Stockohlm International Peace Research Institute), un organismo indipendente, nel quadriennio 2010-2014 il volume di trasferimento delle armi convenzionali rispetto al 2005-2009 è aumentato del 16%, quello del quadriennio 2007-2011 del 24% rispetto al 2002-2006; un mercato cresciuto del 50% negli ultimi dieci anni, dal valore odierno (difficilmente) stimato di trenta miliardi di dollari: la guerra è un settore che non conosce e mai conoscerà crisi.

I primi a saperlo, e non potrebbe essere altrimenti, sono i paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU come membri permanenti: le Nazioni Unite hanno come responsabilità principale il «mantenimento della pace e della sicurezza internazionale» e «Il Consiglio di Sicurezza ha il compito di formulare […] piani da sottoporre ai membri delle Nazioni Unite per l’istituzione di un sistema di disciplina degli armamenti», recita l’articolo 26 dello Statuto delle Nazioni Unite.

I maggiori esportatori di armi a livello planetario sono, infatti, in ordine, Stati Uniti (i cui principali importatori sono: Arabia Saudita, India, Turchia e Taiwan) e Russia (i suoi: India, Cina e Algeria); mentre la classifica dei principali importatori vede al vertice India, Corea del Sud, Pakistan e Singapore.

Secondo il SIPRI, nel periodo 2007-2010, Stati Uniti e Russia coprivano da soli il 54% delle esportazioni mondiali, rispettivamente 30% e 24%: introiti per 39,1 e 30,5 miliardi di dollari. Seguivano Germania, Francia e Regno Unito: i primi cinque paesi si assicuravano il 75% dell’export planetario.

 

Fonte SPIRI
Fonte SPIRI

 

Tra i primi dieci esportatori al mondo, nona, dietro al fedele socio in affari Israele, si posiziona l’Italia: 786 milioni di dollari fatturati solo nell’ultimo anno. I principali acquirenti italiani sono l’Algeria (184 milioni di dollari entrati nelle casse patrie nel 2014: 163 milioni di euro), seguita da Turchia (102 milioni di dollari) e Israele (77 milioni di dollari). Otto elicotteri AW139, 25 missili terra-aria, due pistole navali, un sistema di localizzazione, sei radar AGS e una nave caccia-mine alla sola Algeria, una ventina di navi e nove elicotteri da combattimento alla Turchia, trenta aerei da addestramento militare a Israele; il tutto nel solo ultimo anno.

L’Italia, infatti, nel corso degli anni, ha intessuto numerose relazioni commerciali, specializzandosi in particolar modo nel commercio nelle aree instabili di Medio Oriente e Nord Africa, visti anche, da una parte, la crisi che ha interessato l’America Latina (-15% negli ultimi dieci anni nel settore), e, dall’altra, il boom di import che ha caratterizzato il continente africano (+110% negli ultimi dieci anni: +273% nel Nord Africa, dove, per scongiurare la “Primavera Araba”, Egitto, Libia e Tunisia hanno usato armi contro il proprio popolo per reprimere le rivolte): dal 2007 al 2011 l’Italia ha venduto armi alla Libia per 3.2 miliardi di dollari, imponendosi come maggior fornitore europeo del regime di Gheddafi.

Ma non solo, secondo un rapporto del 2011 di Amnesty International , l’Italia ha venduto armi a regimi classificati come “oppressivi”, quali Bahrain, Egitto, Libia, Siria (oggi sospettata, tra le altre cose, di aver contribuito ad armare le forze dell’ISIS) e Yemen.

In realtà, questa, a ben osservare la cronologia delle esportazioni patrie, più che una nuova tendenza, sembra quasi essere prassi ben consolidata, merito anche della legge italiana sul commercio d’armi, la 185, la quale stabilisce una soglia minima di trasparenza e monitoraggio, troppo permissiva (basti pensare che la quota minima per iscriversi al Registro nazionale delle imprese, ovvero l’unico modo per chiedere l’autorizzazione a importare e esportare «materiale di armamento», è di soli 260 euro) e discrezionale (non vengono definiti parametri per i quali viene permesso o meno il commercio verso determinati stati). Inoltre, secondo Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo, «dal 2008 le nostre Camere non stanno esaminando le Relazioni governative sulle esportazioni di sistemi militari italiani, venendo meno al fondamentale compito di controllo dell’attività dell’esecutivo in una materia che ha rilevanti implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese».

A seguire, dunque, ecco pubblicati i rapporti commerciali italiani dal 1980 al 2014, di import (dove appare L: Italy) e export (S: Italy) di armi pesanti, secondo il database del SIPRI:

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Fonte SIPRI
tabella 33
Fonte SIPRI
tabella 32
Fonte SIPRI

Va tenuto conto del fatto che i dati SIPRI qui sopra si riferiscono ad un’analisi che include aerei, sistema di difesa, artiglieria, missili, satelliti di ricognizione e navi; ma non sono inclusi equipaggiamento militare e armi di piccolo taglio. In particolare, a tal proposito, «Non va dimenticato – come disse Piergiulio Biatta, presidente dell’OPAL (Osservatorio sulle Armi Leggere) di Brescia – che l’Italia è il principale esportatore al mondo di armi leggere che, come ha evidenziato il precedente segretario dell’ONU Kofi Annan, sono le vere armi di distruzione di massa del nostro tempo».

“Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero produce rumore cadendo?”. Il principio filosofico dell’inglese George Berkeley trova risposta constatando che, in assenza di un uditore, l’albero non produce rumore, in quanto i fenomeni della realtà stessa sono tali e assurgono all’esistenza perché da noi elaborati.

Perciò:

– che rumore fa un carro-armato venduto da una democrazia occidentale a un paese governato da un dittatore spietato e sanguinario?

– nessuno.

Loro, mossi da sete di potere o estremismo religioso, noi, dall’insaziabile ossessione per il profitto. Uniti, nella follia umana, finché morte non ci separi. E, possibilmente, la vostra, a vostre spese, da noi gentilmente offerta: dopotutto, siamo l’Occidente, baby.

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