Le due anime di Primo Levi – Cento anni dopo la sua nascita

Agosto 2nd, 2019 | by Tommaso Romano
Le due anime di Primo Levi – Cento anni dopo la sua nascita
Cultura

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate […]» (Primo Levi).

Nella mente di molti Primo Levi è “l’autore dei lager”, colui che ha denunciato, indagato e tentato di comprendere le logiche del razzismo antisemita. Definizione corretta, ma che con il passare del tempo sembra aver ristretto la composita personalità di questo scrittore entro un confine piuttosto angusto. È noto che la sua prima opera (Se questo è un uomo, 1947) narra la terribile esperienza vissuta all’interno di uno di più famosi campi di concentramento, Auschwitz, dove l’autore visse per un anno, salvandosi grazie al suo lavoro di chimico. Tuttavia, già con La tregua (1963), un sequel della prima opera, siamo di fronte ad uno stacco; rispetto ad una narrazione documentaria, prevale il piacere di raccontare, raccontare un viaggio avventuroso, in cui le vicende hanno un sapore picaresco e tutto sembra pervaso da un’ansia di vita.

Maria Corti, per gli autori del periodo che va dal 1943 al 1948, adottò la definizione di Neorealismo come «corrente involontaria». Se la prima opera di Levi si iscrive perfettamente in questa categorizzazione, per l’intento che la sostiene, per il suo contenuto e il suo messaggio, le successive esperienze spingono l’autore torinese verso nuovi orizzonti.

Prendiamo in esame Il sistema periodico (1975). Qui più che altrove, la commistione di generi è molto forte. I capitoli che compongono il libro prendono nome da elementi della tavola periodica e rimandano al lavoro di chimico dell’autore; inoltre, le vicende in essi narrate sono di stampo autobiografico. Tuttavia non si può parlare di un opera autobiografica stricto sensu in quanto ciascun capitolo è una sorta di racconto a sé stante. Non solo, i capitoli titolati Piombo e Mercurio sono due narrazioni di stampo fantastico che fanno dell’opera una “biografia” abbastanza eccentrica. In tal senso, particolare è anche il modo in cui si snoda il racconto dei propri antenati in Argon, il primo capitolo/racconto, dove la narrazione è portata avanti mediante gli usi linguistici dei suoi parenti e non, in cui il narrare è a metà tra un saggio di linguistica e un opera come Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Appare evidente che Levi non è soltanto l’autore che ha indagato e documentato la perversa logica dei lager nazzisti; sembra che in lui si realizzi meglio che altrove una perfetta corrispondenza tra letteratura e scienza e che entrambe si aiutino nella difficile indagine della realtà.

Per meglio evidenziare questa iterazione così forte fra due campi di sapere (scienza e letteratura) che l’opinione comune tende a vedere come separati, eloquente è la lettura di Cromo ne Il sistema periodico. Levi racconta di aver trovato impiego dopo la guerra in una ditta la quale, poco tempo dopo l’assunzione, gli chiede di risolvere il problema dell’impolmonimeto delle vernici («in certe condizioni certe vernici da liquide diventano solide con la consistenza del […] del polmone», Il sistema periodico, ed. Einaudi, 2014). L’autore spiega di come, dopo attenta collazione (procedimento della critica testuale!) dei documenti, dopo attenta recensione dei medesimi, identifica un errore testuale, ne indica la genesi (invece di scrivere «23 gocce» del reattivo tal dei tali, nei documenti era apparsa la scritta «2 o 3 gocce») e perviene alla soluzione. La chimica certamente gli ha permesso di risolvere concretamente il danno e ridare vita alle vernici, ma, con un tasso di consapevolezza che non si riesce a quantificare dalle lettura del solo racconto, Levi adotta una procedura da umanista, da filologo, per la soluzione di un problema chimico.

In La chiave a stella (1978) Levi racconta le avventure di Fausone, detto Tino, un vero eroe della modernità. Tra due possibilità per girare il mondo, quella di arricchirsi per fare il turista e quella di intraprendere il mestiere di montatore, Fausone ha scelto pragmaticamente la seconda. Egli è stato in India, in Russia, in Africa e in Alaska con al seguito la sua fedele compagna, la chiave a stella, da cui il romanzo prende il titolo. I racconti delle proprie avventure compongono i vari capitoli del romanzo fino a che non si giunge alla conclusione dove Fausone, dopo qualche esitazione, autorizza il chimico suo interlocutore a servirsi di queste storie per raccontarle in un libro. Dietro il personaggio del chimico, che è anche il narratore, è palese si celi Levi: egli ha due mestieri, quello di chimico e quello di scrittore, e sta pensando di fare del secondo «il mestiere primo e unico». Torna in questo lavoro parte dell’anima picaresca già affiorata in La tregua, rispetto alla quale si percepisce una visione più ottimistica, che vive nella positività del protagonista Fausone. Soprattutto, ritorna il binomio chimica-letteratura, che sembra essere elemento fondate della biografia artistica di Levi.

Levi è anche autore di racconti. Ricordiamo Storie Naturali (1966) e Vizio di forma (1971). Il Levi dei racconti è più incline a costruzioni fantastiche e a tematiche esistenziali. Gli animali che popolano le sue storie sono centauri (in Quaestio de Centauris) o vilmy (esseri assimilabili a gatti in Vilmy), ma anche le stravaganti tenie in L’amico dell’uomo, tutte forme zoomorfiche che esprimono l’incessante mutare della realtà intorno a noi. La natura e la materia rappresentano per lo scrittore torinese due enigmi costanti da cui trarre feconda ispirazione.

Non sono state ripercorse sistematicamente le tappe della biografia di Levi, non di tutte le opere si è detto e non si e fatto cenno ai molteplici modelli letterari (un esempio soltanto, Dante nel racconto Angelica Farfalla in Storie naturali). Oltre che far rivivere il ricordo dell’anniversario dalla sua nascita, premeva considerare l’alta taratura intellettuale di quest’uomo, che riesce a trovare un punto di equilibrio tra l’anima di chimico, quella di scrittore e/o, più in generale, di uomo di lettere. Nel 1987 Primo Levi muore suicida a Torino, dopo che veniva pubblicata la sua ultima opera I sommersi e i salvati (1986), titolo che evoca quasi una sorta di testamento spirituale. Come a chiudere un cerchio, torna il racconto del lager in una prospettiva sia di indagine ontologica (perché è esistito un luogo simile?) che gnoseologica (attraverso quali mezzi, quali categorie possiamo comprendere la realtà del lager?).

In Verso Occidente, racconto antologizzato in Ranocchi sulla luna e altri animali (Einaudi, 2016; il racconto appare per la prima volta in Vizio di forma di cui sopra), raccolta curata da Ernesto Ferrero, Levi narra una vicenda profondamente suggestiva: due scienziati (Anna e Walter) sono in cerca di una cura che possa eliminare la spinta suicida nei lemming, nel popolo degli Arunde e più in generale negli uomini. Elaborano un farmaco, ma l’esito tragico della vicenda non è quello sperato. Nessuno, nessuno può o deve togliere la libertà agli essere viventi, nemmeno la libertà di morire.

Quello stesso giorno ritornò, respinto al mittente, il pacco che Walter aveva spedito oltre Oceano [dove abitano gli Arunde]. Anna non ne venne in possesso che tre giorni più tardi, quando già il corpo di Walter era stato recuperato: conteneva un laconico messaggio indirizzato a Walter « y a todos los sábios del mundo civil». Diceva così: «Il popolo degli Arunde, presto non più popolo, vi saluta e ringrazia. Non vi vogliamo offendere, ma vi rimandiamo il vostro medicamento, affinché ne tragga profitto chi fra voi lo vuole: noi preferiamo la libertà alla droga, e la morte all’illusione» (da Verso Occidente).