«painted by: Killa» – Intervista a Roberto Vetrugno

Luglio 12th, 2019 | by Demetrio Marra
«painted by: Killa» – Intervista a Roberto Vetrugno
Cultura

Mural del palazzo della Facoltà di lingue, Università di Tripoli (2013), firmato: “painted by: Killa” [R.V.]

L’autore.

Roberto Vetrugno (1975) è nato a Lecce e vive a Bologna, si è laureato in lettere moderne a Pavia e ha conseguito il dottorato in Linguistica Italiana presso l’Università di Bologna. Nel 2013 è stato visiting professor all’università di Tripoli, poi ricercatore presso la Nicolaus Copernicus University di Toruń (Polonia) e ora all’Università per Stranieri di Perugia: studia i carteggi rinascimentali e ha curato con altri l’edizione dell’epistolario di Baldassarre Castiglione (Einaudi 2016). Ha scritto e diretto con Alessandro Valenti il cortometraggio Eccomi, prodotto da Edoardo Winspeare. Tripoli è il suo primo romanzo (su Le parole le cose un estratto del libro).

Roberto, grazie per aver accettato di fare con noi questa intervista. Comincerei dalla tua esperienza a Tripoli. E del tuo romanzo, Tripoli, uscito per Unicopli quest’anno.

9788840020761_0_0_0_75.jpgSono andato a Tripoli nel 2013 perché ero disoccupato e avevo una figlia di 2 anni da mantenere, era l’unica occasione di lavoro che avessi, i posti da ricercatore in Italia durante gli anni della crisi si sono ridotti e molti come me sono dovuti partire per fare ricerca. Mentre migliaia di persone arrivavano dalla Libia io andavo in Libia, loro e io eravamo migranti, in modo diverso certo, ma qualcosa in comune credo che ci sia. Da questa condizione di migrante è nata l’idea di raccontare e documentare un’esperienza in un paese bellissimo e ignoto ai più. Poi questa esperienza si è trasfigurata, è degenerata.

Hai scritto, di fatto, anche un romanzo giallo. Perché?

Il genere che ho scelto è la spy story, di tradizione inglese (devo citare almeno Erik Ambler), che ha caratteri diversi dal giallo anche se condivide a volte il tema delle indagini:  Alla fine degli anni ‘90 scrissi un articolo che parlava della “degenerazione del genere”, su «Nuova Prosa»; a Flavio Santi (che dirige la collana “La porta dei dèmoni”), quel saggio piacque e credo che fosse la condivisione di una idea: gli storici del romanzo del Novecento hanno ignorato per molto tempo l’importanza del genere che non è solo un sistema convenzionale per assicurarsi un pubblico e un mercato di consumo, è anche la possibilità di deviare, di devianza, di degenerazione in cui più o meno violentemente affiorano elementi eversivi, deformi, esistenziali, trasformazioni e inquietudini che slabbrano la tela narrativa del romanzo di genere convenzionale; seguendo i canoni tutti possono scrivere un romanzo di genere, più difficile degenerare il genere,  appropriandosi di dispositivi narrativi e temi per manometterli. Credo che qualcosa di simile sia in Gadda, Dick, Le Carrè e in molti altri.

Passiamo al campo delle arti multimediali, che in qualche modo, secondo me, realizzano quello che dici a proposito del “genere” in letteratura. Che rapporto hai col cinema? Col teatro? Con la serialità televisiva?

Col cinema ottimo, ho scritto e diretto un cortometraggio nel 2003 con Alessandro Valenti (Eccomi), prodotto da Edoardo Winspeare, un’esperienza per me di narrazione: la narrazione è il movimento di tutte le arti, raccontare va bene sia con il cinema sia con il romanzo, ed è bene che si contaminino tra loro sempre di più, così come fa il teatro col cinema, la musica con la poesia, etc. la commistione genera reazioni creative a catena attraverso i generi e le degenerazioni.
Spero che l’immaginario sia anche seriale, che la letteratura sia anche di massa, che la parola scritta diventi spettacolo, che il romanzo sia anche d’appendice… è superata l’idea novecentesca, gerarchizzata ed elitaria del romanzo: il romanzo è atto creativo multiforme e in quanto tale può e dovrebbe raggiungere tutti e in qualsiasi modo, in serie e in appendice. Quel che conta è che il romanzo esista, che continui ad alterare la realtà, perché la realtà non è sufficiente, sappiamo solo che è atroce.

Posso chiederti in che modo la tua professione di storico della lingua ti abbia influenzato nella scrittura del romanzo?

Ho scelto di laurearmi in storia della lingua e di tentare la carriera accademica in questa disciplina perché sono rimasto affascinato dal modo in cui un professore svelava i testi nei loro aspetti visibili e invisibili, i segreti e gli ordigni che si celano nella scrittura, la scrittura d’autore e la scrittura del passato in primis, ma non solo. Credo col tempo, grazie alla linguistica italiana, di aver imparato a leggere in profondità e questo induce con gli anni a un rapporto quasi ossessivo con la lingua; analizzare scientificamente e quindi filologicamente un testo mi ha munito di una precisione che per temperamento non avevo, un rigore appassionato che vince, spesso, sulla mia distrazione e la mia irrequietezza. Questo legame intimo con la lingua mi ha facilitato e indotto a dare forma a una mia esperienza reale e immaginaria: Tripoli. Poi un amico, Fabrizio Riva mi ha motivato a renderla pubblica, e a provare a pubblicarla. Ma quel che è necessario possedere e dominare per scrivere un romanzo è prima di tutto una storia, che sia un viaggio intorno alla propria stanza o un viaggio in Barberia non cambia; non basta avere una propria lingua inventiva, un “idioletto” creativo e uno stile, prima di tutto serve una idea narrabile, qualcosa di ignoto e il coraggio di dargli forma.

Libia

Medina kadima di Tripoli (2013) [R.V.]