La banalità del mare

Luglio 2nd, 2019 | by Francesca Porcheddu
La banalità del mare
Attualità

Bertolt Brecht diceva che “quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere“. Lo affermava, un pò di tempo fa, mentre era in atto la barbarie nazista del secondo conflitto mondiale, ma non per questo è oggi meno attuale. Nel caos mediatico che sta imperversando in questi giorni tra social, canali notizie e quotidiani, due figure si vedono contrapposte: il Capitano Carola Rackete e il “capitano” Matteo Salvini. C’è il rischio, come spesso accade con argomenti di grande e polemica attualità, di affogare in un mare di banalità e rivendicazioni da ambo le parti, ma per fare chiarezza su un argomento così (apparentemente) complesso, è bene cominciare come sempre dai fatti.

Il “casus belli

Il 12 giugno 2019 l’Ong tedesca Sea Watch 3, che batte bandiera olandese, ha recuperato 53 persone dalla Libia, di cui 11 sono state portate subito a terra per motivi medici, mentre le restanti 42 sono rimaste a bordo. La nave è rimasta in una posizione di attesa al largo di Lampedusa senza permesso di entrare. Il 21 giugno il capitano Carola Rackete ha chiesto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo un’ingiunzione provvisoria per costringere l’Italia a far entrare la nave, ma il 25 giugno 2019 il tribunale ha respinto la richiesta urgente, in quanto le misure provvisorie sono previste solo se vi è un “rischio immediato di danno irreparabile“. Il 26 giugno 2019, dopo due settimane di navigazione, la nave è entrata nelle acque territoriali italiane, nonostante la minaccia di pesanti sanzioni, in quanto il Decreto di sicurezza bis blocca gli ingressi dei clandestini in Italia (nonostante avvengano numerosi “sbarchi fantasma“, dei quali se ne parla poco ma altrettanto importanti) . Il 29 giugno il capitano Carola Rackete ha deciso di attraccare nel porto. L’accusa per lei è di resistenza e violenza contro la  nave della Guardia di Finanza e aver violato le leggi dello Stato italiano, nello specifico il Decreto sicurezza bis. Il capitano ha invocato lo stato di necessità, previsto da numerosi ordinamenti e dal nostro codice penale all’art 54, che dice:Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

Cosa dicono le leggi

Nonostante la si accusi di aver violato le leggi dello Stato italiano, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale. Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis, criticato aspramente anche dall’Onu più di un mese fa.

Tra i 18 articoli del decreto legge, il primo stabilisce che il ministro dell’Interno (con il “concerto” dei colleghi della Difesa e delle Infrastrutture, nonché informando il Presidente del Consiglio) “può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica”. In pratica la norma riguarda le navi delle Ong. Prevista una multa da 10 a 50 mila euro per il comandante che non rispetta l’eventuale ordine e, in caso di recidiva, la confisca della nave.

L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario, sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convenzione di Montego Bay) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare, entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’artt. 10, 11 e 117 della Costituzione che affermano rispettivamente: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.” (art 10). “[…]consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” (art 11) “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonchè dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. (art 117). Si sancisce in questo modo una superiorità del diritto internazionale a quello statale. La Rackete avrebbe quindi violato il decreto Salvini ma ha agito secondo gli obblighi imposi dal diritto del mare e dal diritto internazionale.

Secondo il diritto internazionale lo Stato può stabilire liberamente la propria politica di immigrazione, ma non può respingere lo straniero qualora egli sia in pericolo di vita. L’art 33 della Convenzione di Vienna del 1951 prevede il principio di non refoulement secondo cui il rifugiato non può essere espulso verso i territori dove la sua vita o libertà sarebbe minacciata e potrebbe essere sottoposto nel suo paese a tortura o altri trattamenti disumani e degradanti. È implicito nel principio di non refoulement che al richiedente lo status di rifugiato venga dato un periodo di tempo per dimostrare i motivi della sua richiesta, è per tanto da condannare la prassi del governo italiano di respingere in alto mare gli stranieri, dato che anche quest’ultimo principio non viene rispettato.

I porti sicuri e le ONG

Le ong che operano in mare devono infatti rispettare la Convenzione di Amburgo del 1979 che prevede che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Secondo la Convenzione di Amburgo: “Il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti”.

sea watch

Inizialmente si era detto di riportare i migranti della Sea Watch in Libia, da dove erano partiti. L’Ong si è rifiutata di farlo. Le motivazioni sono legate proprio al concetto di “porto sicuro” e alle condizioni della Libia, un paese da anni diviso da una guerra civile, senza stabilità politica e militare, controllato da milizie in lotta tra loro. Il governo italiano aveva detto di considerare comunque il paese un “porto sicuro”, ma la comunità internazionale e l’Unione Europea hanno chiaramente sostenuto che non lo sia.

In alternativa alla Libia, ha suggerito spesso Salvini in questi giorni, la Sea Watch 3 avrebbe allora potuto fare rotta verso la Tunisia.. E’ un paese relativamente sicuro ma non è attrezzato per garantire i bisogni dei migranti (problema che ha anche Malta), e a giudizio degli operatori delle Ong non ha una legislazione completa sulla protezione internazionale. 

L’Italia è il paese più vicino alle coste nordafricane, e quindi il più facile da raggiungere via mare. I salvataggi nel Mediterraneo avvengono soprattutto a largo della Libia, e da lì un viaggio verso la Spagna, la Francia o anche la Grecia risulterebbe più lungo e difficoltoso. Bisogna tenere presente infatti che i viaggi in mare sono pesantemente condizionati dalle condizioni meteo, e che renderli più brevi vuol dire spesso renderli più sicuri.

Il compito dell’Italia è quello di salvare i migranti, l’accoglienza e la ridistribuzione in Europa è poi determinata dagli accordi che gli stati membri riescono a stipulare tra loro. Nel caso dei migranti della Sea Watch diverse città tedesche hanno dichiarato la loro disponibilità ad accettarli e anche Francia, Lussemburgo, Portogallo e Finlandia hanno dato la loro disponibilità.

Il caso della Sea Watch 3 ha riacceso il dibattito sulle Ong: sono organizzazioni totalmente  no-profit? Da chi ricevono i finanziamenti? Gli operatori sono volontari o ricevono una remunerazione per il loro servizio?

Sono interrogativi a cui è difficile rispondere,  almeno in questa sede e auspicando l’approfondimento ad un prossimo articolo, per il momento vi consigliamo la lettura di due articoli de “Il Sole  24 ore” e “Il Fatto Quotidiano“.

La banalità del mare: una riflessione assieme a Leonardo Boscani

Vogliamo chiudere questa disamina degli ultimi eventi legati alla SeaWatch e al capitano Rackete con una riflessione di stampo artistico. Nelle sue opere, l’artista sassarese Leonardo Boscani analizza le contraddizioni sociali e politico-economiche della società occidentale e nell’installazione “Golden Zimmer” la stanza del museo viene completamente ricoperta d’oro. Un ambiente straniante in cui l’oro riluce in tutta la sua potenza simbolica. Un metallo che è significato di grandezza, ricchezza e appagamento. Ma l’oro usato dall’artista non è il metallo tanto prezioso che immaginiamo bensì quello delle coperte termiche che accolgono i migranti nel momento del primo soccorso. La camera dorata è il sogno di felicità e riscatto per i poveri in fuga dalla miseria e dalla guerra, le sue pareti riportano i numeri del disastro e i simboli dell’Unione europea. Immergersi in questo oro è un’esperienza inquietante che restituisce sensazioni e interrogativi profondi. Profondi quanto il mare che ogni giorno inghiotte nuovi disperati uccisi ancora una volta dalla banalità dell’indiffernza. Citando la Arendt, una banalità del mare.