Medio Oriente: una nuova lettura- La questione israelo-palestinese e “l’affare del secolo”

Giugno 28th, 2019 | by Bilal Moustafa
Medio Oriente: una nuova lettura- La questione israelo-palestinese e “l’affare del secolo”
Attualità

 Il piano di risoluzione in Medio Oriente chiamato “Affare del secolo” è stato preparato dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump; i dettagli del progetto sono stati resi noti solo alcuni giorni fa. I palestinesi hanno rifiutato la mediazione degli americani nel risolvere il conflitto, dopo che nel dicembre 2017 gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato israeliano.

Jared Kushner, genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, 38 anni, marito di Ivanka Trump, di religione ebraica: il loro matrimonio è stato spesso interpretato come un gesto di collegamento tra Trump e l’interesse della lobby ebraica americana con lo stato israeliano, e perciò l’amministrazione Trump si è data il compito di creare un piano di pace per una sorta di risoluzione al conflitto israelo-palestinese. Kushner aveva effettuato un tour in Medio Oriente per promuovere il piano già dall’aprile del 2017, quando è stato incaricato dal presidente; fino a pochi giorni fa sono stati rivelati alcuni punti essenziali del progetto, prima dell’inizio della conferenza del Bahrein, che tenutasi il 25 e 26 giugno ha lo scopo di presentare il piano dell’affare del secolo ai “leader” dei paesi arabi che alla loro volta sono i finanziatori di quel progetto. Tra i rappresentanti mancanti, oltre a quelli di diversi paesi arabi, quelli palestinesi.

Kushner ha già visitato negli scorsi mesi il Medio Oriente per sponsorizzare l’iniziativa: il 26 febbraio ha incontrato il re Salman e il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Kushner era accompagnato da Jason Greenblatt, l’inviato americano per la pace in Medio Oriente e Brian Hook, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran. Giorni prima, il consigliere americano aveva tenuto simili incontri anche negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain e Oman. Successivamente, il 27 febbraio, la delegazione americana ha incontrato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ad Ankara. Il genero di Erdogan, il ministro delle finanze, Berat Albayrak, era presente alla riunione, che è durata due ore e alla quale la stampa non ha avuto accesso.

Il piano è già stato presentato in anteprima al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che non ha commentato.

Dopo il primo giorno della conferenza del Bahrein il 25 giugno 2019, denominata “Work-shop” a Manama, la capitale del Bahrein, il genero di Trump, Kushner, ha presentato attraverso un discorso accompagnato da slides, le seguenti promesse: i paesi del Golfo finanzieranno la gran parte del piano, per 50 miliardi di dollari, in questo modo:

-13.5 miliardi come sovvenzioni;

-26 miliardi circa come fondi a tassi agevolati;

-11 miliardi circa come investimenti nel settore privato;

I fondi e gli investimenti sono divisi in questa forma:

28 miliardi in Palestina occupata entro 8 anni; 7,5 miliardi in Giordania; 9 miliardi in Egitto; 6 miliardi in Libano. Costruzione di un passaggio terrestre che colleghi West Bank e striscia di Gaza, con una cifra di 5 miliardi di dollari.

Inoltre la realizzazione di 179 progetti nelle infrastrutture e in altri lavori come: 147 progetti in West Bank e striscia di Gaza; 15 progetti in Giordania; 12 progetti in Egitto; 5 progetti in Libano; diversi progetti per collegare Gaza con Sinaa.

Una domanda legittima può essere posta sulla destinazione di tali investimenti e progetti, come abbiamo detto, non solo la Palestina otterrà quei finanziamenti, ma anche Libano, Egitto, Giordania: loro cosa c’entrano?

In questi paesi trovano rifugio gran parte dei palestinesi cacciati dalle loro terre a partire del 1948 fino all’ultima invasione. Perciò i progetti in questi paesi sono destinati a quei palestinesi rifugiati e in cambio, il loro diritto per il ritorno in Palestina non sarà più considerato come diritto bensì verrà dimenticato; il loro status di rifugiati verrà sostituito con l’essere cittadini di quei paesi.

[N.B. I palestinesi all’interno della Palestina sono di più rispetto agli israeliani, ma con la differenza dell’1%: 50.1% (circa 5,5 milioni) palestinesi, 49,5% (circa 5 milioni) israeliani e non solo, i palestinesi all’interno e all’estero “rifugiati in tutto il mondo” contano  circa 15 milioni].

 

Kushner, ha affermato che il progetto non è l’affare del secolo, ma l’occasione del secolo. Tale frase nel suo discorso fatto il primo giorno della conferenza ha chiarito il punto cruciale nel progetto, ed è stata seguita da una domanda: come potremo portare gli investitori e i fondi e ci sono dei problemi li? Viene quindi sottintesa l’attribuzione della colpa ai palestinesi stessi che a causa della loro resistenza all’occupazione causerebbero danni economici al proprio paese: in altri termini, il basso tasso di crescita e di sviluppo della Palestina, sarebbe dovuto al rifiuto palestinese all’occupazione israeliana. Un rifiuto che viene motivato dai palestinesi come opposizione all’Apartheid, agli assassini, alle condanne di morte pubbliche, agli ostaggi politici, il rifiuto palestinese alla distruzione delle loro case dovuto in un caso allargamento dei Settlements israeliani, a una pulizia etnica in atto quotidianamente e sistematicamente.

In tutto il suo discorso Kushner, va notato, non ha mai pronunciato il termine “occupazione”: solo per quanto riguarda la regione più grande di dimensione nel West Bank, Ariha e l’Agwar, secondo il Dott. Saeeb Yurayqat, il segretario del comitato esecutivo dell’OLP, in questa regione di 640 km2, il 94% delle sue terre sarebbero state portate via per creare i Settlements e il 92% delle acque presenti in questa zona ha subito simile destino. I profitti netti per gli investitori per l’anno 2018 sono arrivati ad essere 559 milioni di dollari, derivanti dalle terre e l’acqua.

Nella stessa regione, il consigliere della sicurezza nazionale statunitense John Bolton ha visitato la valle del Giordano, Ariha in particolare il 23 giugno, accompagnato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che durante il tour gli ha detto: “La nostra posizione è che nel quadro di qualsiasi futuro accordo di pace, la presenza israeliana qui deve continuare al fine di garantire la sicurezza di Israele e la sicurezza di tutti”, e ha aggiunto: “Dico a coloro che sostengono che per raggiungere un accordo di pace, Israele deve lasciare la Valle del Giordano, che questo non porterà pace se non guerra e terrorismo”.

Fino alla fine del 2018, l’amministrazione americana utilizzava l’espressione “territori palestinesi occupati” per far riferimento al resto della Palestina, oltre la striscia di Gaza e il West Bank, mentre dopo la fine del 2018 l’ha sostituita con “I Territori Palestinesi” riferendo solo alla striscia di Gaza e al West Bank, tutto ciò per evitare di nominare la questione dell’occupazione da parte degli israeliani.

L’attivazione dell’affare del secolo secondo Kushner, parte dal momento in cui i palestinesi accettano e iniziano a convivere con l’Apartheid, senza che si manifesti alcuna forma di opposizione, dal lancio delle pietre alla resistenza militare. Questo livello di chiarezza nelle posizioni è stato dovuto alle decisioni prese dall’amministrazione Trump a partire da:

-Il riconoscimento di Gerusalemme capitale dello stato israeliano, e lo spostamento dell’ambasciata in essa.

-Considerare l’Apartheid legittimo.

-Considerare che non esiste una terra occupata.
-Il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione alla base del diritto comunitario estremista israeliano: lo Stato israeliano è solo, ed è composto solo per gli ebrei, dal Mare al fiume, cioè un diritto su tutto il territorio della Palestina occupata.

-Il riconoscimento del Golan siriano occupato dagli israeliani come un territorio israeliano dagli USA.

Il titolo più grande di questo progetto è: Peace Based on The Truth.

Truth intesa come realtà non “la verità”; utilizzando termini tecnici, si può dire alla base dello status quo, cioè in Palestina in questo momento esiste uno stato israeliano “attraversando l’autorità palestinese che non è uno stato”. Con i finanziamenti e gli investimenti proposti nel progetto dell’affare del secolo, si potrebbe fare uno Stato con due regimi diversi tra di loro, One State Two Systems: la traduzione nel diritto internazionale sarebbe, l’applicazione dell’Apartheid, perciò la condizione primaria per la partenza di questo progetto è che i palestinesi rinunciassero a tutti i vantaggi ottenuti dal diritto internazionale in cambio della convivenza con l’occupatore.

Nuove informazioni sulla questione israelo-palestinese

La parziale ipotesi sulla sovranità nei territori ex ottomani è stata intanto posta in Palestina, dove il governo inglese aveva riconosciuto, nel novembre 1917, con una dichiarazione ufficiale del ministro degli Esteri, Belfort, il diritto generale per la comunità ebraica di avere uno Stato, pur affermando l’importanza di rispettare i diritti delle altre religioni o minoranze esistenti nel posto, ma tale dichiarazione legittima oggi il diritto del movimento sionista di creare una sede nazionale per il suo progetto. Ciò era stato testimoniato da un incontro organizzato già dieci anni prima nel 1907 con il P.M. britannico Henry Campbell Bannerman, dove quest’ultimo aveva creato un comitato formato da alcuni famosi studiosi di Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Portogallo, Spagna e Italia, specializzati in storia, geografia, economia, petrolio, agricoltura e colonialismo, per studiare possibili modi per assicurare la continuità degli interessi coloniali europei.

Nelle direttive di Bannerman ai membri del comitato, affermava: “gli imperi crescono in potenza fino a un certo punto, espandendosi poi gradualmente disintegrandosi e collassando”. 

Chiese loro di trovare un modo per ritardare il destino del colonialismo europeo che aveva raggiunto il suo apice; in quel momento si diceva che il sole non tramontava mai sull’impero britannico [1].

Dopo aver studiato l’istituzione e la caduta dei vecchi imperi e le condizioni esistenti all’inizio del XX secolo, vennero ridettati i loro suggerimenti in un rapporto, che si concludeva con una dichiarazione che affermava che i pericoli per gli imperi colonialisti si trovavano nella terra araba, se i popoli arabi fossero stati liberati si fossero uniti e fossero progrediti. Perciò raccomandarono alle sette potenze colonialiste di mantenere lo status quo prevalente nella regione, con un popolo disunito, arretrato, ignorante e litigioso.

Il rapporto raccomandava anche di combattere l’unità del popolo della nazione araba culturalmente, spiritualmente e storicamente, ricorrendo a mezzi scientifici forti laddove possibile per separare le sue componenti l’una dall’altra, vale a dire separando la sua ala occidentale dalla sua ala orientale, come la sua ala africana che è già separata dall’ala asiatica, stabilendo una barriera straniera e potente sul ponte di terra che collega l’Asia araba con l’Africa araba, collegati insieme al Mar Mediterraneo, e vicino al canale di Suez, una potente entità amichevole del colonialismo occidentale e nemica della sua gente.

Nelle sue dichiarazioni Bannerman afferma in dettaglio che: “Ci sono persone [Gli abitanti della regione del Medio Oriente] che controllano ampi territori pullulanti di risorse manifeste e nascoste, dominano le intersezioni delle rotte del mondo, le loro terre sono state le culle delle civiltà e delle religioni umane, hanno una fede, una lingua, una storia e le stesse aspirazioni. Nessuna barriera naturale può isolare queste persone l’una dall’altra, se per caso questa nazione dovesse essere unificata in un solo stato, prenderebbe il destino del mondo nelle sue mani e separerebbe l’Europa dal resto del mondo. Prendendo seriamente queste considerazioni, un corpo estraneo dovrebbe essere piantato nel cuore di questa nazione per impedire la convergenza delle sue ali in modo tale da poter esaurire i suoi poteri in guerre senza fine. Potrebbe anche servire come trampolino di lancio per l’Occidente per ottenere i suoi ambiti oggetti”.[2]

Per raggiungere questo obiettivo, è stato proposto di istituire uno “stato cuscinetto” in Palestina, popolato da una forte presenza straniera, ostile ai suoi vicini e amichevole nei confronti dei paesi europei e dei loro interessi.

Questa è la prima conciliazione degli interessi fra il pensiero dei paesi coloniali e il progetto sionista che si era visto nella scena a partire dell’anno 1897 con Herzel a capo.

Venne così legittimata, in termini alquanto ambigui, l’immigrazione sionista che cominciò a svilupparsi in quegli anni. Con essa si ebbero nel ’20-21, i primi violenti scontri fra coloni ebrei e residenti arabi, insofferenti della minaccia portata ai loro diritti sulla Palestina, erano i primi segnali di un conflitto che avrebbe insanguinato la regione nei decenni successivi ed è tuttora lontano dall’essere risolto nel modo giusto. [3]

Nel 1939 la Gran Bretagna pubblicò un Libro Bianco, in cui si prevedeva la creazione di uno stato palestinese indipendente la cui amministrazione sarebbe stata suddivisa tra arabi ed ebrei e si ponevano limiti all’immigrazione degli ebrei.

Il problema dell’emigrazione ebraica esplode durante la seconda guerra mondiale, nel momento in cui giungono le notizie sul trattamento che Hitler aveva riservato agli ebrei nei campi di concentramento. Si crea una forte lobby degli ebrei americani che iniziano a esercitare pressione sulla Gran Bretagna. per la nascita di uno stato ebraico in Palestina [4]. Anche gli arabi esercitavano a loro volta e alla loro e con le deboli capacità in quel tempo, pressioni affinché non nascesse uno stato sionista.

Non si riteneva che questa terra dovesse essere in Palestina: Herzel lancia l’ipotesi di creare uno stato ebraico in Africa, inoltre tra il 1880 e il 1920 si era verificata una forte emigrazione di ebrei negli USA, dove avevano creato una comunità molto numerosa e organizzata. Nella seconda guerra mondiale Hitler era già collegato alle colonie francesi nel Medio Oriente, in Libano e in Siria, che erano alla loro volta sotto l’influenza del governo di Vichy; in Palestina c’era la presenza della G.B, nasce un’integrazione ebraica nell’esercito inglese, sorgono anche gruppi estremisti, come l’Haganah, e gruppi terroristici, autori di una politica di attentati anti-araba e antibritannica. Nel momento in cui nasce lo Stato israeliano, queste organizzazioni fondano le basi dell’esercito israeliano.

Negli USA c’era una lobby ebraica molto influente e l’amministrazione Roosevelt mantenne un atteggiamento calmo, attento ai rapporti con il mondo arabo. Roosevelt dà segnali incoraggianti agli ebrei, ma le promesse sono sempre accompagnate dalla rassicurazione che non sarebbero state prese decisioni senza il consenso degli arabi.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e di fronte alle condizioni delle persone uscite dai campi, Truman esercita pressioni sulla G.B. perché accetti l’ingresso di 100 mila ebrei in Palestina in più. Gli inglesi adottano una tattica dilatoria che andrà avanti fino all’aprile 1947, quando chiedono all’ONU di decidere in merito allo status della Palestina. Viene istituita la commissione d’inchiesta UNSCP (United Nations Special Committee on Palestine), che elabora un piano che prevede la creazione di due stati, uno arabo e uno ebraico, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme, città santa per tutte le religioni.

Questo piano viene accettato dai sionisti, i quali si vedevano riconosciuto da un organismo internazionale il proprio diritto a esistere. Il piano venne approvato con 33 voti favorevoli, che comprendevano USA e URSS; i voti contrari sono stati 13 e comprendevano tutti gli stati arabi. La G.B. si era astenuta. L’ONU decide che la G.B. doveva lasciare il paese entro il primo agosto del 1948.

A questo punto viene proclamata unilateralmente la nascita dello stato di Israele, e i sionisti intanto organizzano un esercito composto da 60 mila uomini. Lo stato viene riconosciuto subito da alcune potenze, comprese USA, URSS e GB.

Scoppia il primo conflitto arabo-israeliano, che vede la grande preparazione dello stato nuovo e l’impreparazione dei paesi arabi e porterà alla fuga di centinaia di migliaia di profughi palestinesi verso i paesi vicini, come Libano, Siria e Transgiordania. Gli israeliani combattevano contro un esercito composto da egiziani, siriani, libanesi prendendo la decisione della Lega araba di formare un’operazione senza una strategia che viene creata nel 1945. Fra i soldati egiziani era presente il futuro presidente egiziano, Jamal Abd-al-Nasser che si era avventurato in una battaglia senza il supporto dall’autorità politica del suo paese, testimonianza dell’incapacità di agire bene contro gli israeliani. Questa sconfitta sarà la molle che spingerà lo stesso Al-Nasser a creare la sua strategia contro lo stato israeliano nei seguenti anni ’50, strategia che lo porterà a diventare presidente d’Egitto nel 1954 dopo il colpo di stato del 1952.

Link utili:

https://www.al-monitor.com/pulse/contents/afp/2019/02/israel-palestinians-conflict-us-diplomacy-saudi.html

http://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/02/28/kushner-medio-oriente-promuovere-laccordo-pace-del-secolo/

 

Note:

[1] AWNI FARSAKH ADIB S. KAWAR, The Arabs scene 100 years After Campbell-Bannerman, in “TLAX- CALA” e in “Al-Khaleej-UAE” 16 febbraio 2008.

[2] EYRE & SPOSTISWOODE, Minutes of Proceeding of the Colonial conference 1907, Dublin 1907.

[3] SABBATUCI, op. cit., p.411.

[4] Il nazionalismo ebraico era nato alla fine dell’Ottocento ai confini dell’Impero russo: era un movi- mento di intellettuali di stile sionista che aveva l’obiettivo del ritorno nella terra dei padri.