#Mappamondo – Aprile/ maggio 2019: il tema dell’aborto

giugno 2nd, 2019 | by Davide Spinelli
#Mappamondo – Aprile/ maggio 2019: il tema dell’aborto
Attualità

#Mappamondo nasce dall’idea di raccontare le notizie che arrivano dal mondo, cercando di offrire una sintesi e una selezione del voluminoso campionario di news che affastellano ogni sorta di giornale cartaceo o web, serio e meno serio. Talvolta, però, è necessario soffermarsi e illuminare solo qualche aspetto di ciò che accade in giro per il mondo. Ecco allora l’intenzione di raccontare quanto è accaduto principalmente negli ultimi due mesi – aprile e maggio 2019 -, per poi delineare un’informativa più ampia sul tema dell’aborto. Una questione che continua a dividere e “spaccare” l’opinione pubblica dovunque nel pianeta; e di cui spesso è esclusivamente la componente maschile a discutere e legiferare. La situazione, soprattutto negli ultimi tempi, si è aggravata: elidere la possibilità di scelta della donna imbavaglia un diritto e scredita chi lo contesta legittimamente.

Partiamo da una notizia recente. Alcuni giorni addietro il CEO di Disney (e a ruota quello di Netflix) ha dichiarato che sarà estremamente difficile continuare a lavorare in Georgia se dal primo gennaio entrerà in vigore la legge contro l’aborto approvata dalla stato americano agli inizi del mese di maggio. Al di là delle possibili ragioni politiche (anti Trump), è senza dubbio una presa di posizione rilevante dati la mole di lavoro che Disney da sempre svolge in Georgia e il numero elevatissimo di dipendenti che lavorano nello stato. Ma quello che sta accadendo nella più antica e fiorente democrazia del mondo è preoccupante: il 7 maggio il governatore della Georgia Brian Kemp ha vidimato la legge che rende illegale l’aborto dal momento in cui è possibile individuare il battito cardiaco del feto, il cosiddetto heartbeat bill. Che già a sei settimane è oscultabile; de facto, considerando che molte donne non si accorgono di essere incinta entro quell’ipotetico limite, è una sostanziale abrogazione dell’aborto. Questo – nonostante a livello federale l’aborto sia legale in base alla storica sentenza del 1973 delle Corte suprema americana  – perché “localmente” ogni stato ha facoltà di legiferare autonomamente in materia. Il fenomeno, però, va ben oltre i confini della Georgia. I dati del Guttmacher Institute (organizzazione di ricerca che promuove i diritti sessuali e riproduttivi) indicano come in altri quattordici stati americani una proposta di legge come quella appena citata sia al vaglio, e in quattro di questi sia finanche stata approvata (Georgia, Ohio, Alabama, Missisipi); fra queste va evidenziata quella dell’Ohio, che non ammette alcuna eccezione (come grave pericolo per la salute della madre, o l’aborto dopo un stupro) al provvedimento del heartbeat bill. 

Molte organizzazione come Planned Parenthood e l’American Civil Liberties Union che garantiscono diversi servizi sanitari alle donne – il sistema sanitario nazionale americano (inesistente) non fa che complicarli – ha già annunciato ricorsi contro la legge della Georgia, ma l’obiettivo dei provvedimenti antiabortisti è chiaro: ribaltare la sentenza del ’73. Altresì, accanto all’Ohio, anche uno dei più importanti stati del sud – l’Alabama – ha dato il via libera al Senato alla proposta di legge che impedisce l’aborto persino in caso di stupro o incesto; i medici colpevoli rischiano fino a 99 anni di carcere. Per l’approvazione definitiva della legge manca solamente la firma del governatore. I dati nei primi sei mesi negli Usa sono inequivocabili: sono state approvate ventuno leggi che, seppur in termini e modi differenti, limitano (anche completamente) l’aborto. Tant’è che lo scorso 24 maggio anche il governatore del Missouri ha firmato la legge che consente l’aborto solo entro le 8 settimane e non le 22 precedenti, eludendo del tutto le possibilità di incesto o stupro. 

Al contrario, qualche parallelo più a Sud, in Argentina, il congresso, per l’ottava volta, prova a fare il percorso inverso: legalizzare l’interruzione di gravidanza, che al momento è permessa solo in caso di stupro o se la donna è in pericolo di vita; in alcune regione del paese è comunque ostacolata e spesso impedita dall’elevato numero di obiettori di coscienza. La realtà è che ha poche chance di essere approvata, ma si spera che abbia un grande impatto mediatico e sulla coscienza civile argentina. 

Come accade per la gran parte degli stati africani e del sudest asiatico, anche per la maggioranza degli altri paesi latino americani l’aborto è generalmente limitato dalla legge; non considerando El Salvador, paese dell’America centrale, dove vige la legislazione sull’aborto più restrittiva del mondo (la donna rischia il carcere anche se ha un aborto spontaneo). Ma è bene ricordare come anche in Europa ci siano stati che impediscono l’interruzione di gravidanza. Per esempio nella cattolicissima Malta l’aborto è completamente illegale; in Irlanda, invece, dopo il referendum dello scorso maggio 2018, è stato possibile approvare la legge che consente l’interruzione di gravidanza fino fino alla dodicesima settimana, nonché per i casi di “grave situazione della donne” o di anomalie fetali. In Polonia è consentito solo in caso di stupro, pericolo di vita della madre e malformazione del feto; stesse motivazione che sono accolte dalla legislazione di Regno Unito, Finlandia e Islanda, in cui, però, viene anche valutata la situazione socioeconomica della donna come possibile ragione. 

E in Italia? Com’è noto, l’interruzione volontaria di gravidanza (Igv) è garantita dalla legge 194 del 1978, che proprio lo scorso anno ha compiuto quarant’anni di vita. Secondo i dati del Ministero della Salute le richieste di Ivg seguono il calo che ormai sembra consolidatosi dal 2005. Ma la vera problematica che da sempre anima il dibattito fra sostenitori dei diritti di abortire delle donne e associazioni come Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978), e gli antiabortisti è la clausola presente nella legge che va a tutelare il diritto di obiezione di coscienza. Sempre in base ai dati ministeriali, nonostante l’elevato numeri di obiettori nelle strutture pubbliche italiane – in Molise lo è il 94,6% dei ginecologi, in Basilicata l’88%, in Sicilia l’83,2%, solo a Bolzano l’85,2% -, non paiono esserci criticità nella corretta applicazione e osservanza della 194. Contraria a questa lettura è invece la presidente dell’Associazione Luca Coscioni: “Noi non pensiamo che la legge 194 sia sotto attacco, ma che da sempre, ossia da 40 anni, semplicemente non venga applicata. Lo Stato deve garantire che una donna che si reca in ospedale abbia l’opportunità di trovare sia un medico obiettore che uno non-obiettore nello stesso turno”. La tematica è chiara: nel 1978, come dimostrò il fallimentare referendum abrogativo di qualche anno dopo, la 194 fu una delle più importanti conquiste dei diritti civili delle donne nel nostro paese. È altresì vero, però, che come molte delle leggi italiane, anche la 194 si presta a essere inserita nelle cosiddette “leggi col buco”,  ovvero norme che, sebbene con l’intenzione di voler tutelare ugualmente ambo le parti del contendere, finiscono per non tutelare nessuno, o, spesso, chi non è nella situazione di dover chiedere, ossia, in questo caso, gli obiettori. O, ancora, questa è la sua interpretazione più generale, perché la consulta a riguardo è stata chiarissima: pur riconoscendo il diritto dell’obiettore, la legge 194 non autorizza a “omettere di prestare l’assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell’aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione della gravidanza”. E tale indicazione, spesso, è disattesa, col conseguente abbandono a se stessa della donna. Certamente, la questione dell’obiezione di coscienza non è una peculiarità italiana, ma anzi interessa gran parte del mondo, basti pensare, senza andare troppo lontano, che considerando la totalità delle strutture sanitarie del Portogallo il numero di obiettori è del 80% (la media nazionale italiana è del 73%). Ma va anche ricordato come ci siano paesi – Svezia e Finlandia – in cui la legislazione non contempla in alcun modo l’obiezione di coscienza. 

Il tema dell’aborto, pertanto, sempre (drammaticamente) attuale, è apparentemente “solo” lontano. Perché nonostante le follie dei mesi di aprile e maggio in America, va fatto ancora molto per i diritti delle donne anche in Europa, con maggior attenzione per coloro che abortiscono e per questo vengono discriminate. E soprattutto da questo punto di vista c’è molto da fare anche in Italia, che d’altronde, custodisce l’unico altro stato europeo oltre a Malta che vieta l’aborto in ogni caso: la Città del Vaticano.