Il Caso del Libano: la Guerra dei 33 Giorni

maggio 30th, 2019 | by Bilal Moustafa
Il Caso del Libano: la Guerra dei 33 Giorni
Attualità

Dopo soli due mesi di incarico del governo israeliano a capo di Ehud Olmert, ci fu il secondo intervento militare voluto da questo ultimo. A Gerusalemme, il nuovo segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, è a colloquio con il premier israeliano Ehud Olmert:  

“È giunto il tempo di un nuovo Medio Oriente. Ed è giunto il tempo di dire a coloro che non vogliono un nuovo Medio Oriente che noi prevarremo”.

Toni assai decisi, comunque, sono stati usati da Olmert:­ “Stiamo ricorrendo al semplice diritto di autodifesa. Continueremo a combattere contro gli Hezbollah”. 

Amir Peretz, Ministro della Difesa israeliano, afferma il 12 luglio 2006: “Spezzeremo gli Hezbollah” 

Il conflitto iniziò il 12 luglio 2006 quando militanti di Hezbollah esplosero razzi e colpi di mortaio verso alcune postazioni militari israeliane di confine, come diversivo per tentare di sviare l’attenzione su un’altra unità entrata dietro le linee blu, ma sempre nel territorio libanese occupato, per effettuare un attacco a due Humvee che stavano pattugliando sul posto. Dei sette soldati israeliani presenti nei due mezzi colpiti, due sono stati feriti, tre uccisi e due prelevati e portati in Libano (solo il 16 luglio 2008 si è saputo che questi ultimi erano deceduti subito dopo l’evento). Altri cinque soldati sono stati poi uccisi durante un tentativo di salvataggio, ma questo non fu immediato, perché l’esercito israeliano presente sul posto oltre il suo governo non aveva capito subito che c’era stato un rapimento, anche perché la posizione scelta della resistenza si trovava in un punto debole che non poteva essere visto dalle videocamere o da posti più alti nelle frontiere.  

La Prima Reazione Israeliana  

Il premier israeliano convocò a Gerusalemme una seduta straordinaria del governo che diede ufficialmente il via libera a una vera e propria azione militare contro il Paese confinante. Ehud Olmert accusò espressamente le autorità libanesi di «responsabilità» diretta nel duplice sequestro, malgrado la precedente presa di distanza da Hezbollah da parte del premier Fouad Siniora. Il premier israeliano lanciò anche un duro attacco contro la Siria. “La Siria ­- ha detto Olmert – ha dimostrato nell’arco di tutto l’ultimo periodo di avere un governo dal carattere terroristico, un governo che appoggia i terroristi”. 

Una rappresaglia israeliana che non si è fatta attendere: all’alba del secondo giorno del rapimento iniziarono i bombardamenti aerei e di artiglieria contro ponti e strade nel Libano meridionale. I raid aerei, debolmente contrastati dalla contraerea libanese, si erano concentrati nella zona del Sud, dove era stata presa di mira anche la maggiore centrale elettrica del Libano meridionale, la cui turbina avrebbe subito gravi danni a causa dell’onda d’urto delle bombe. La giornata di combattimenti ebbe come punto di partenza il momento in cui aerei militari israeliani compirono un’incursione sull’aeroporto della capitale, danneggiando almeno una pista e provocando la chiusura dello scalo per almeno 48 ore tanto che i voli in arrivo atterrarono a Larnaca (Cipro). Contro il Libano, entrò in azione anche la marina israeliana. La radio militare poi precisò che l’esercito israeliano aveva imposto un “blocco aereo” di fatto sul Libano, attaccandone l’unico aeroporto internazionale.  

“Si tratta di far comprendere al governo libanese, in piena stagione turistica, il prezzo che deve pagare per il suo rifiuto di disarmare gli Hezbollah”, secondo la radio di Stato israeliana 

La Prima Reazione di USA e l’UE  

“Presidente, non la preoccupa il fatto che l’aeroporto di Beirut sia stato bombardato?” “Non si vede il rischio di scatenare una guerra più ampia?”. La domanda di un giornalista americano arriva nella conferenza stampa congiunta del presidente Bush con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Le prime battute della risposta di Bush spiazzano tutti: “Credevo che mi chiedessi del maiale”, come lui chiama il cinghiale che gli verrà propinato a cena. “Del maiale, ti dirò domani, dopo che l’avrò mangiato”. Poi, dopo avere strappato qualche risata e sollevato qualche perplessità, Bush formula la risposta seria. Così è stata la volta di una conferenza stampa congiunta di Bush e Merkel, che ribadirono il loro sì alla lotta al terrorismo, anche se la Merkel preferì porre l’accento sull’impegno per il ritorno della pace.  

Terminata la conferenza congiunta, il presidente Bush disse di approvare l’azione del governo israeliano per fermare “i terroristi”, ma questo non doveva rendere debole il Libano. La colpa fu attribuita da Bush alla Siria che sosterrebbe gli Hezbollah. Mentre a livello interno l’Amministrazione Bush vedeva la stessa risposta del presidente:  

“Questa risoluzione non aiuta a risolvere la crisi di questi giorni” – dichiarò ad esempio l’ambasciatore John Bolton spiegando la ragione del veto americano alla proposta di una risoluzione che era stata presentata a nome del gruppo arabo ed emendata a partire dai primi giorni della guerra per consentire un allargamento del consenso; ma la risoluzione araba non parlava ancora inizialmente del Libano, bensì la risoluzione si riferiva a quanto riguardava la guerra a Gaza, iniziata due mesi prima; la guerra contro il Libano era arrivata nel momento in cui le forze arabe stavano provando a diminuire le tensioni sulla Palestina. La Francia annunciò il suo voto a favore, ma Bolton chiese istruzioni a Washington, che confermò l’opposizione degli Stati Uniti mettendo il veto. Erano quasi due anni che Washington non metteva un veto all’Onu.  

“Insistiamo con Israele perché eserciti moderazione nella nuova crisi mediorientale” – riferì il segretario di Stato americano Rice, facendo un briefing dopo il veto degli Usa all’Onu sulla proposta della risoluzione araba. La prima potenza occidentale ad intervenire diplomaticamente nella crisi era stata la Francia, che considerò sproporzionata la reazione prevista dal governo israeliano agli attacchi degli Hezbollah. Più tardi il presidente Chirac sottolineò che bisognava perseguire la fine delle violenze e richiese che gli ostaggi venissero immediatamente liberati. Invece l’alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana, dopo un colloquio con Kofi Annan, affermò che si sarebbe recato di persona in Libano per verificare la situazione, mentre il dipartimento europeo condannò la reazione sproporzionata dallo Stato israeliano agli attacchi degli Hezbollah. Anche l’Iran era fortemente contro l’attacco al Libano.  

Israele provò a spostare la direzione verso l’Iran per far entrare gli Stati Uniti in modo diretto, e disse che aveva delle informazioni secondo le quali Hezbollah stava progettando di trasferire in Iran i due soldati israeliani rapiti. Riferì in una conferenza stampa l’ambasciatore Gideon Meir, vice direttore generale per gli affari pubblici presso il ministero degli Esteri: ­Conseguentemente Israele vede Hamas, gli Hezbollah, la Siria e l’Iran come elementi primari nell’asse del terrore e dell’odio che minaccia non solo Israele, ma anche il mondo intero”, secondo quanto si legge in un comunicato ufficiale.Tutto questo presentò la reazione primaria della comunità internazionale, un appoggio e una direzione unica da parte degli americani con lo Stato israeliano nel suo intervento; invece, gli stati europei vennero a stabilizzare il conflitto intervenendo in modo diplomatico, ma anche a favore di capire la reazione israeliana, mentre gli Stati arabi erano stati divisi nell’appoggio a Hezbollah o meno. Hezbollah era infatti visto dagli Stati arabi come un gran avventuriero, e a volte alcune risposte che venivano dai canali diplomatici fra gli Stati del Golfo e il Libano nei primi giorni della guerra annunciavano e usavano gli stessi termini utilizzati e voluti dagli israeliani, in particolare il termine di “spezzare Hezbollah”, come riferì all’inizio della guerra Peretz, il Ministro della Difesa israeliano, il quale riferì anche che c’era una decisione voluta dalle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti, e che non si poteva fare altro che stabilire la situazione per il loro scopo. Ma la volontà non basta sempre per vincere una guerra: lo Stato israeliano entrò proprio con una forza decisiva di togliere qualcosa del posto originario dalle sue radici come diceva, e con un appoggio internazionale a tutti i livelli, militare, politico, finanziario ecc. E non era solo un intervento che poteva finire con la rimanenza del nemico, cioè non era per fare solo una piccola battaglia vincente; questa volontà era chiarissima da parte del governo israeliano dal primo momento che dirigeva quest’ultimo la guerra sul campo attraverso il suo neo primo ministro Olmert e Peretz, il Ministro della guerra. Fra lo Stato israeliano, l’America e tutti gli altri Stati sia europei che arabi, esisteva un punto in comune, cioè, l’idea di quale sarebbe stato l’esito finale della guerra; già dall’inizio del combattimento la fine della guerra per tutti loro sarebbe stato il disarmo di Hezbollah, immediato, e l’eliminazione di tutto ciò che rappresentava una modalità di resistenza militare nel Sud del Libano, ma erano troppo convinti di ciò.  

La Reazione di Hezbollah e l’inizio della guerra  

Hezbollah denominò l’attacco con il nome di “Operazione Promessa fedele” (“Al Waad Al Sadeq”, Truthful Promise), dopo la promessa pubblica del leader della resistenza libanese Al-Sayed Hassan Nasrallah, fatta l’anno precedente, di catturare soldati israeliani al fine di scambiarli con Samir Kintar, il più vecchio ostaggio nelle prigioni israeliani; aveva 17 anni quando era stato imprigionato a Naharaya dentro il territorio palestinese e gli altri erano stati presi nel 2004 quando Hezbollah aveva provato a rapire soldati israeliani per fare lo scambio. Lo scambio questa volta sarebbe avvenuto perché lo Stato israeliano aveva deciso di lasciare con esso questo piccolo gruppo di prigionieri simbolici, ma l’operazione del 2004 aveva fallito con perdite nei confronti di Hezbollah. Esattamente per lo stesso motivo, Hezbollah decise nel 2006 di riprovare ancora una volta ricorrere allo scambio. Nasrallah il capo della resistenza, aveva dichiarato che lo Stato israeliano aveva precedentemente rotto un negoziato per il rilascio di questi prigionieri simbolici, e poiché la diplomazia aveva fallito, il rapimento era l’unica opzione rimasta. L’operazione militare israeliana ebbe come nome in codice “Giusta Retribuzione”, successivamente modificato in Cambio di direzione” (in inglese: Operation Change of Direction). 

Il 13 luglio 2006 l’inizio effettivo della guerra, rispondendo ai primi attacchi israeliani di ritorsione in cui erano rimasti uccisi 43 civili, Hezbollah per la prima volta lanciò dei razzi ad Haifa, colpendo punti sensibili nella città. La risposta israeliana era già pronta a distruggere decine di palazzi sia nella periferia del Sud di Beirut, sia nei villaggi e nelle città del Sud del paese. Durante la campagna Aeronautica israeliana la IAF Israel’s Air Force) fece volare più di 12mila missioni di combattimento; la marina militare lanciò 2.500 munizioni, e l’esercito sparò oltre 100mila proiettili 

Numerose parti delle infrastrutture civili libanesi furono distrutte, compresi 400 miglia di strade73 ponti, e 31 altri obiettivi come l’Aeroporto Internazionale di Beirut, porti, impianti per il trattamento delle acque e dei liquami, impianti elettrici, 25 impianti per il rifornimento di carburante, 900 strutture commerciali, 350 scuole, due ospedali e 15.000 abitazioni. Circa 130mila altre abitazioni furono danneggiate. I caccia israeliani distrussero le abitazioni della comunità, e non solo gli alloggi della resistenza che non erano visibili nemmeno alla società stessa. In particolare quando le navi militari israeliane bombardarono dalle coste libanesi lontani pochi chilometri dalla spiaggia e visibili dai passeggeri, la distruzione si concentrò e stabilì contro la parte Sud di Beirut mentre il centro del capitale fu meno danneggiato nei primi giorni perché Hezbollah riuscì a creare una deterrenza che vedeva un attacco contro la capitale, Tel Aviv, la capitale dello Stato israeliano. Le navi militari israeliani erano un forte elemento nell’attacco sicuro ed efficace per la distruzione, dopo aver lanciato oltre 2.500 munizioni. Tutto ciò per due soldati israeliani rapiti e poi morti.  

Hezbollah il 14 luglio 2006 attaccò la corvetta INS Hanit, un’imbarcazione missilistica israeliana di nome Saar 5, dall’ultima generazione che rafforzava il blocco navale, con quello che si presume sia stato un missile antinave C-802 guidato tramite tecnologie e preparazioni elevate. Rimasero uccisi 24 marinai e la nave da guerra fu gravemente danneggiata e poi rimorchiata al porto. Ciò che fu clamoroso nell’evento fu che il leader di Hezbollah, S.Hassan Nasrallah stava facendo una trasmissione telefonica al popolo mentre l’attacco era in atto contro la navetta, significa un attacco in trasmissione diretta, diretta sia al suo popolo sia al governo israeliano che pure i canali televisivi israeliani trasmettevano in diretta con la traduzione in ebraico sotto, e fu questa la prima volta che successe una cosa del genere nell’era delle guerre tecnologiche. Il discorso che faceva il capo di Hezbollah era riferito in primis al suo popolo libanese e, per dare una risposta agli israeliani dopo gli ultimi attacchi distruttivi, parlava direttamente con i civili israeliani, e diceva:  

Dovete sapere e vedrete nel futuro che il vostro governo è incapace e ignorante, e che non ha misurato per bene la situazione per la sua aggressione”.  

All’inizio della chiamata telefonica il leader parlava della regola che aveva salvato la capitale Beirut dai bombardamenti, “se attaccate Beirut, attaccheremo Haifa, dopo l’attacco massiccio contro la periferia del Sud di Beirut, sarà anch’essa inclusa nella minaccia contro Haifa”, ma il leader letteralmente diceva, “Haifa e dopo Haifa”, il che significava fino a Tel Aviv. Alla fine della chiamata, durata solo circa 20 minuti, dichiarò con queste parole l’evento sorprendente dopo solo 48 ore dell’inizio della guerra:  

“Le sorprese che avevo promesso iniziano ora. In questo momento, al largo di Beirut, la nave da guerra israeliana che ha attaccato la nostra infrastruttura, che ha colpito le case della nostra gente, i nostri civili, la vedete bruciare nel mare, affonderà, e con essa decine di soldati sionisti israeliani” 

Più tardi, una nave spia, travestita da nave da carico con equipaggio egiziano, venne affondata in quello stesso momento da un secondo missile sparato in modo diverso, facendo dodici morti, ma non si sanno ancora con certezza gli autori del gesto. A seguito di tali attacchi spettacolari, dei fuochi d’artificio e spari di festeggiamento salirono nel cielo nero, molto nero, di una Beirut completamente priva di elettricità, e si pensava che era priva di gente, ma non lo era, quella era la prima serata da quando era iniziata la guerra, dove non c’era nessun aereo israeliano nel cielo di Beirut in piena guerra solo in quella serata, né per lanciare missili né come spie, esisteva uno shock in aria. Hezbollah, con questo attacco, tolse l’efficacia della marina militare dell’operazione generale della guerra; non era più uno strumento di guerra, bensì era diventato un pericolo di perdita con un alto costo, e una brutta figura per la tecnologia militare israeliana. Da quel giorno lo Stato israeliano diminuì l’utilizzo delle sue navi militari dal vicino delle coste libanesi, per poi non usarle più definitivamente dopo che ancora una volta il 31 luglio, un pattugliatore israeliano Saar IV era stato colpito al largo della città di Tiro a Sud, da un missile sconosciuto di Hezbollah.  

Per l’esercito israeliano era una battaglia di tattiche prescritte, e dopo aver finito i suoi obiettivi, che potevano essere distrutti solo attraverso la campagna aerea, rimaneva la parte principale per la completezza della strategia, cioè invadere il territorio libanese, mandare truppe terrestri per creare una zona di influenza e controllo, e implicare la sua volontà per quanto riguarda la soluzione politica per la fine della guerra, che analizzeremo nella seconda parte di questo articolo. 

 

Qui, gli altri articoli della serie:

2.La Caduta degli elementi essenziali: la Guerra dei 33 Giorni

3.Gli ultimi giorni decisivi della Guerra e la Risoluzione 1701 per il Cessate il Fuoco