«I colori […] li pretendo». Omosessualità e letteratura.

maggio 21st, 2019 | by Tommaso Romano
«I colori […] li pretendo». Omosessualità e letteratura.
Attualità

«Oppure ti poteva capitare di nascere “oltre cortina”: in Germania dell’Est o in Bulgaria, e di vivere tutta l’infanzia e l’adolescenza in grigio: senza colori senza pubblicità, com’erano i Paesi del Patto di Varsavia. Oddio, senza pubblicità forse non sarebbe stato poi così male, se avete presente il livello medio di uno spot italiano. Ma i colori, quelli no, li voglio; di più: li pretendo».

La voce che pronuncia queste parole proviene dal romanzo Tutta colpa di Miguel Bosé – Storia di un bambino metrosessuale di Sciltian Gastaldi (ed. Fazi, 2010). È la voce del narratore, il più piccolo dei figli della famiglia Chiericato (un nome parlante, avvolto da un’aura di vistosa ironia), che ci racconta vizi, virtù e, soprattutto, contraddizioni di una tipica famiglia italiana tra gli anni ’70 e ’90. Attraverso una prosa brillante, irriverente, in grado di tenere desta l’attenzione del lettore, Sciltian Gastaldi costruisce personaggi umoristico-comici, in grado di sollevare profonde riflessioni. Personaggi come Eugenio Chiericato, fratello del protagonista, neofascista che finirà per sposare un’afro-americana, oppure il pater (così viene quasi sempre indicato il capostipite di questa bizzarra famiglia), personaggio dall’integerrima morale cattolica che finirà per prendere parte, insieme al figlio e al compagno di questi, al World Gay Pride di Roma del 2000, evento storico con il quale si conclude il romanzo.

17 maggio 2019, giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Serve per ricordare l’importanza della diversità (categoria questa che andrebbe ampiamente discussa, ma che diamo quale postulato del discorso: chi vuol intendere, intenda), della necessità di non aver paura di una realtà che sembra lontana, eccentrica, che, soprattutto, spaventa alcuni o che altri “colorano” di mille pregiudizi e luoghi comuni. Ricordiamo … come? Con i libri, perché leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrare nel mondo attraverso un altro ingresso (aforisma di Fabrizio Caramagna).

La nostra identità, capire chi siamo, guardarci dentro senza annegare, ma riemergendo con consapevolezza. Queste parole identificano un processo che, quando e se si verifica, a prescindere dalla sfera sessuale, non è facile compiere. Non lo è per Alexis. In Alexis o il trattato della lotta vana (opera di Marguerite Yourcenar ed. Feltrinelli, 2013²¹; la prima è del 1929), Alexis, volendo uscire dall’ipocrisia della vita che si è costruito, decide di abbandonare la moglie. Al momento di dirle addio, le scrive una lunga lettera (che è poi l’intero racconto) in cui le spiega le ragioni del suo distacco e al contempo chiamandola a testimone della lotta vana che ha condotto contro la propria omosessualità. Il protagonista del romanzo non sembra una personalità vincente. Poterebbe leggersi nel suo agire una rappresentazione della psicologia di un vinto dal mondo borghese che lo circonda. Ma nel momento in cui egli riconosce sé stesso, dopo un profondo scavo interiore, che si dipana sotto gli occhi del lettore, risulta un vincente, perché rinuncia alla menzogna, accetta una verità per gli altri scomoda e si dirige verso la sua vita. Come dichiara a Monique (la moglie),egli è conscio che bisogna sapere «se un’anima inquieta non sia meglio di una addormentata». Alexis abbraccia l’inquietudine della sua diversità per vivere, rinuncia a un “dormire” che suona quasi come un “morire”. E in fondo, già nel titolo, Marguerite Yourcenar ci ricorda quanto sia vana una lotta contro la propria natura.

Modello dell’opera della Yourcenar (eloquente in tal senso il titolo) è il Traité du vain désir di Gide. La prolifica penna di André Gide ha dato vita a personaggi che possono considerarsi fratelli di Alexis, con il quale condividono la stessa natura. Dal protagonista de L’ immoralista (1902), passando per La porta stretta (1909), arrivando a Corydon. Opera di lunghissima gestazione editoriale, pubblicata per la prima volta nel 1911, in dodici esemplari (per sé e per le conoscenze più intime), Corydon è un dialogo socratico (l’eco di Platone e, in generale, della letteratura classica è già nel nome del personaggio, nome di memoria virgiliana) tra un indefinito relatore che intervista Corydon intorno al tema dell’omosessualità. Nei panni di questo personaggio, Gide si abbandona a una lunga riflessione per sostenere che a nulla può servire la negazione di certi impulsi. «Prima di cercare di ridurli [gli impulsi] e addomesticarli importa comprenderli perfettamente, poiché gran parte delle disarmonie delle quali ci troviamo patire sono soltanto apparenti, dovute esclusivamente errori di interpretazione».

Il tormento interiore di Alexis e Corydon e, rispettivamente, della Yourcenar e di Gide, è presentato prevalentemente come momento interno, riflessione sul sé dentro di sé. Certamente un “tu” a cui rivolgersi compare, poiché siamo di fronte a una lettera, che presuppone per sua natura un destinatario, e a un dialogo. Tuttavia sono, Monique ed il relatore, interlocutori “deboli”, quasi silenziosi.

Anche Daniele Scalise sceglie di scrivere una lettera. In Lettera di un padre omosessuale alla figlia (ed. Rizzoli, 2008), egli ripercorre le tappe della propria presa di coscienza, del proprio coming out, per restituirle in un racconto alla figlia. È davvero lei, la destinataria della lettera? Certamente lo è in veste formale (compare un saluto di congedo a lei rivolto) e non solo, ma, senza cadere troppo in errore, possiamo dire che è una lettera per tutti, poiché tutti ne sono destinatari. Infatti, a tal proposito, l’autore sceglie di ripercorrere per tappe rilevanti i momenti salienti della storia omosessuale, come il processo ad Aldo Braibanti del 1968, o il delitto di Matthew Shepard del 1998, o i “fatti di Giarre” che hanno determinato la nascita dell’Arcigay. Senza la pretesa o volontà di dare vita a un manuale, con i dovuti limiti di genere (letterario), il lavoro di Scalise appare anche questo, un compendio di fatti che la penna di molti spesso colloca in secondo piano o ignora. L’autore mette davanti un “momento esterno” (opposto al momento interno di cui sopra), in cui la vita individuale, di Daniele Scalise, diventa la storia di una collettività, al punto che, talvolta, all’interlocutore (la figlia) egli si rivolge con un “noi” e non con un “io”. Va anche notato che l’opera, in certi punti, sembra suonare come una confessione. Non nel senso comune, ma in quello etimologico, per il quale “confessione” è prima di tutto un “dichiarare con forza, con ogni parte di sé” (cum + fateor). Quasi ci venisse detto: «Piacere, sono Daniel Scalise, gay, ho una storia personale, una storia come parte di un gruppo e vi dichiaro ciò che sono».

Le opere in cui compare l’omosessualità sono numerose. Volendo fornire alcuni spunti di lettura, possiamo ricordare Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, Angeli da un’ala soltanto di Sciltian Gastaldi, La morte a Venezia di Thomas Mann, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil, Come sarei felice – Storia con padre di Tommaso Giartosio, Sei come sei di Melania G. Mazzucco. Sono lavori cronologicamente distanti fra loro, diversi per genere letterario (l’opera di Giartosio è una raccolta di liriche, diversamente dalle altre che sono tutte prose) e per trattamento della tematica omoerotica, ma che possono fornire interessanti prospettive e nuovi sguardi.

«Vogliamo avere una vita banale, vogliamo litigare su chi fa la spesa e su chi cambia i pannolini, vogliamo discutere ai pranzi domenicali, vogliamo alzarci di notte perché nostro figlio ha fatto un brutto sogno e dobbiamo rassicurarlo, vogliamo ereditare dai nostri partner e lasciarli eredi del poco o del tanto che abbiamo, vogliamo disporre della nostra pensione anche quando saremo morti e lasciarla a chi ci è stato vicino, vogliamo che in nostra assenza chi ci sopravvive non debba vagare alla ricerca di una casa, vogliamo che i nostri rapporti siano normalizzati dalla norma perché non siamo tutti ricchi stilisti di moda, artisti affermati, registi potenti, scrittori di successo, ballerini dell’Opera. Siamo anche soprattutto impiegati, insegnanti, operai, sfigati, disoccupati, precari, professionisti, camerieri. Siamo gente qualunque, senza maggiori o minori qualità di tutti gli altri, ma senza diritti.» (dalla Lettera di un padre omosessuale alla figlia).

«The Critics», di Henry Scott Tuke, 1927.