“Addio fantasmi”, o affezionarsi a un dolore

aprile 11th, 2019 | by Ilaria Bonazzi
“Addio fantasmi”, o affezionarsi a un dolore
Letteratura

Ida Laquidara ha trentasei anni e suo padre se n’è andato da ventitré. Non è morto, se n’è andato, ed è su questa differenza, quella tra chi ci lascia perché deve e chi ci lascia perché vuole, che si gioca un libro intero.
Diceva Saramago che anche l’assenza è una morte; l’unica, importante, differenza è la speranza. Ida e sua madre però per le speranze hanno avuto troppo poco tempo o troppo poco coraggio e si sono limitate a tenersi quel dolore, ognuna a suo modo, entrambe in silenzio. Ida è andata a studiare a Roma e ha finito per restarci. La madre invece non s’è mossa da Messina, ma a un certo punto decide di vendere quella casa che fu teatro dell’abbandono e quindi Ida deve tornare, devi decidere cosa tenere e cosa buttare: è una resa dei conti.

Ida s’è presa il lusso di una vita da vittima, mai da colpevole, s’è presa il lusso di ritenersi portatrice di un’infelicità – a suo dire – inevitabile e di far pagare ad altri quel che avrebbe voluto far pagare a suo padre, che quella mattina neanche aveva salutato e aveva spento la sveglia alle sei e sedici e aveva fermato il tempo.
Ida si fa odiare con tenacia per duecento pagine, perché vivere nel dolore diventa comodo e dà la presunzione di aver capito un po’ più degli altri, di essere cresciuti un po’ più in fretta degli altri e invece ci si è semplicemente ostinati a vedere gli spazi vuoti e non quelli pieni.
Ci son dolori che rendono egoisti, e Ida è diventata egoista.
Si prende nelle vite degli altri l’autorità che non ha avuto in quella di suo padre e si nega qualsiasi forma di felicità perché significherebbe assumersi delle responsabilità, fare delle scelte, considerare l’ipotesi che a un certo punto finisca e lasci spazio a un dolore nuovo. La tragedia rende protagonisti assoluti e indiscussi ed esser tali esclude la possibilità che gli altri possano farti male perché, molto semplicemente, gli altri non ci sono. Ida, gli altri, li ha visti solo come comparse e le son piaciuti molto di più quando non c’erano, come Pietro, quel marito che si ricorda di amare solo quando mette tra sé e lui settecento chilometri.
Ida son vent’anni che fa la guerra a sua madre, le dà la colpa con la crudeltà e la fermezza che solo chi si sente innocente può avere e nasconde accuse in ogni parola, è carnefice senza saperlo e carnefice resta finché non torna in quella casa. Devi decidere cosa tenere e cosa buttare.

Arriva quindi a Messina in un settembre pallido e lì, circondata dai fantasmi che aveva gelosamente conservato perché alla fine fanno compagnia, scopre che esiste anche il dolore degli altri. Ci son dolori che rendono ciechi, non è una colpa, l’importante è accorgersene. Ida ci mette ventitré anni, ma se ne accorge. Se ne accorge parlando con Nikos, il ragazzo che fa i lavori sul tetto, se ne accorge quando rincontra Sara, l’amica d’infanzia che aveva allontanato perché era troppo felice e troppo normale e che le fa giustamente notare che quella vita là, quella sofferenza ostinata e sorda che fa terra bruciata, se l’è scelta lei. Se ne accorge, infine, guardando sua madre, che avrebbe avuto tutte le motivazioni per buttarsi dal quinto piano e invece sta ancora lì che si fa il caffè la mattina e ha perfino il coraggio di vendere casa e ripartire da capo. A sessant’anni.

Il coraggio di ripartire da capo, di dire addio ai fantasmi, si ha quando ci si rende conto che il mondo non ti gira intorno e che la decisione presa a tredici anni di non esser felice mai più non era nobile, solo stupida. Il coraggio di dire addio ai fantasmi si ha quando alla domanda su cosa tenere e cosa buttare si risponde che si butta tutto, non si tiene niente, ci si chiude la porta alle spalle e si respira. Le sei e sedici sull’orologio possono diventare le sei e diciassette.

Addio fantasmi di Nadia Terranova, in libreria per Einaudi dall’autunno 2018, è candidato al Premio Strega 2019 e va letto assumendosi il rischio di morire un po’. Frasi brevi, secche e violente come i sentimenti in gioco, non c’è una parola di troppo né una che manchi.
La storia di Ida è soltanto sua, ma il suo atteggiamento di ostinata e ostentata sofferenza, di permanenza in una comfort zone trovata nel dolore, è quello di tutti quanti, per ventitré minuti o per ventitré anni, e nessuno è colpevole ma nemmeno assolto. Come negli abbandoni.