Intervista a Damiano Sinfonico – Poeti degli anni ’80 e ’90 (IP, 2019).

marzo 15th, 2019 | by Demetrio Marra
Intervista a Damiano Sinfonico – Poeti degli anni ’80 e ’90 (IP, 2019).
Interviste

Inauguriamo con questo pezzo il ciclo di interviste agli autori pubblicati all’interno di Poeti degli anni ’80 e ’90, da Interno Poesia per le cure di Giulia Martini. Il primo autore è Damiano Sinfonico.

Damiano Sinfonico (Genova, 1987) è dottore di ricerca in italianistica. Ha insegnato italiano all’Università di Granada e attualmente insegna in un liceo. Ha pubblicato due libri di poesia: Storie (prefazione di Massimo Gezzi, L’arcolaio 2015) e Lingualuce (L’arcolaio, 2017). Suoi testi sono apparsi in diverse pubblicazioni cartacee e online. È redattore di “Nuova Corrente” e collabora con il blog “La Balena Bianca”.

 

Damiano Sinfonico: Mi sono avvicinato alla poesia verso i diciotto anni. Leggevo i classici italiani, il Novecento e i contemporanei sono venuti dopo. Le incursioni nelle letterature straniere sono state invece poche, seppure piene di entusiasmo e a volte folgoranti. Ho iniziato a scrivere a ventisei anni, dopo un primo tentativo intorno ai venti. Direi che ci sono voluti dieci anni di formazione, per incubare e plasmare uno stile, un fuoco personale. I miei maestri sono stati tanti e diversi, ma ho imparato molto anche dalla narrativa. Ricordo la sera in cui ho capito come le poesie che avevo scritto dovevano disporsi per comporre il libro, l’ordine esatto, i titoli delle sezioni. Così è nato Storie, un libro fortunato, ben accolto, forse perché ne esce il ritratto di una persona giovane. Qui devo riconoscere il debito con uno dei romanzi che mi ha segnato di più, Norwegian wood di Murakami. Il libro successivo, Lingualuce, è nato sulla stessa lunghezza d’onda, ma a Granada, una città che mi ha esposto a una ricchezza di stimoli rara: il ritratto si è frantumato e la scrittura si è allargata a una perlustrazione della lingua e dei luoghi, così rinverditi durante l’esperienza della migrazione.

Demetrio Marra: Se posso, vorrei subito fare incursione nel testo. Già leggendo il titolo della tua prima raccolta, Storie, ho pensato istintivamente alla narrativa – hai rinforzato quest’impressione. Dice Nardoni (che firma la prefazione ai tuoi testi antologizzati) che il punto a fine verso dà «velatura volitiva». Mi permetto di aggiungere che questo punto potrebbe sembrare una spia di ritorno a una eventuale genesi (nel senso non solo di “prendere d’ispirazione”) di prosa. Non posso, inoltre, non notare che questo punto – sempre nei testi antologizzati – e il suo utilizzo nel senso detto venga parzialmente a mancare in Lingualuce e poi nell’inedito. Procedendo con tanta immaginazione, ti chiedo se in qualche modo questa assenza stilistica significhi anche uno slittamento di modelli, per esempio col superamento del Murakami che hai detto.

Damiano Sinfonico: Sì, amo l’orizzontalità della prosa. La sua frontalità nel dire le cose, anche se poi queste sfuggono. I salti figurali non mancano, ma sempre in un ordine linguistico controllato. Il titolo Storie indica una forma espressiva. In Lingualuce la forma espressiva è rimasta, anche se con l’abbandono del verso-frase (in alcuni testi solo apparente) e l’apertura anche a testi di natura più speculativa che narrativa. Più che a uno slittamento di modelli penserei a due bisogni diversi, coerenti con due fasi diverse: nella prima, il desiderio di mettere a fuoco, dare unità, riordinare un mondo e fissarlo in una lingua trasparente; nella seconda invece è avvenuto il contrario, avevo una lingua e volevo darle un mondo, in un desiderio costante di afferrarla.

Demetrio Marra: Prima il mondo, poi la lingua “posseduti”. Nella selezione per IP però ci sono anche due inediti, se non erro. Cosa ci dici di loro e del libro, eventualmente, nel quale potrebbero essere contenuti? Scrivi: «Era da un libro che ci congedavamo». È il verso centrale di La funzione non è durata molto, perché in un certo qual modo ribalta il significato che il lettore crede di aver afferrato fino a quel punto. Ma il “libro” in questione cos’è? O qual è? È ciò che è stato scritto fino a quel punto?

Damiano Sinfonico: Gli inediti raccolti nell’antologia sono parte di un percorso di scrittura nuovo e ancora indefinito. Non lo so dove mi porteranno. Il primo ritrae il funerale di un libro, ovvero la mia scrittura precedente, e quindi una parte di me. Sento Storie e Lingualuce appartenere a un’epoca conclusa, che guardo con nostalgia e soddisfazione. Il secondo inedito ha un taglio differente, gioioso e astratto insieme (“le sirene del Tutto”). Ma sul futuro di questi testi non saprei pronunciarmi, non ho in mente un nuovo libro, cosa che mi fa sentire molto leggero e libero.

Demetrio Marra: Concludendo (e ovviamente ringraziandoti). Si è fatto il funerale a Storie e Lingualuce e la tua prossima ricerca è in germe in questi ultimi testi, credo non a caso pubblicati in una antologia. A parte l’emotività, qualora volessimo parlare di “poetica” (nonostante il funerale annunciato più e più volte): in che modo questa pubblicazione può avere un significato all’interno del tuo progetto? Perché, secondo te, Poeti degli anni ’80 e ’90?

Damiano Sinfonico: Questa pubblicazione mi rallegra per due ragioni: dà spazio ai primi inediti successivi a Lingualuce e mi inserisce in una foto di gruppo. Riaprire al lettore il mio percorso di scrittura significa disigillare quello che era stato sigillato, riportare l’opera sotto il segno dell’incompiutezza. Mi fa piacere che il contesto sia questa antologia dedicata ai poeti degli anni ’80 e ’90, dà una sensazione di apertura, di inaugurazione.

 

In allegato, il secondo testo (inedito) apparso in Poeti degli anni ’80 e ’90 (IP, 2019).

Per sopravvivere è necessario specializzarsi,
diventare un esperto in qualche specie
naturale, linguistica o sociale.
Per sopravvivere è necessario resistere
alle sirene del Tutto,
alle esche dell’enciclopedia.
Per sopravvivere è necessario un autodafé
perché il mondo rinasca dalle sue ceneri
sotto forma di un articolo.