#Mappamondo – Febbraio 2019

marzo 11th, 2019 | by Davide Spinelli
#Mappamondo – Febbraio 2019
Attualità

Una delle molteplici possibilità che la sinergia tra globalizzazione e comunicazione telematica permettono è quella di poter, quotidianamente, accendere a un vastissimo bacino d’informazioni. Le quali – una volta assodatane la veridicità – permette (fra le altre cose) di avere a portata di mano un quadro complessivo della situazione geopolitica globale. Questa rubrica – #Mappamondo – si occuperà essenziale di questo: ogni mese, un breve approfondimento circa una notizia proveniente da (una o più) delle zone geografiche continentali in cui è convenzionalmente suddiviso il pianeta. 

 

Febbraio 2019

  • Americhe: Sudamerica

Da mesi ormai, la situazione politica (e umanitaria) del Venezuela è al centro del dibattito diplomatico internazionale. Il mese di febbraio si è aperto con la scelta del presidente americano Donald Trump di tassare la Pdvsa, ossia la più importante compagnia nazionale venezuelana di estrazione petrolifera, o, detto in altre parole, ciò che rappresenta il motore economico e sociale del paese sudamericano. La Casa Bianca, quindi, punta a una strategia di massima pressione, funzionale alla defenestrazione di Nicolas Maduro, e a favore, invece, dell’autopraclamato presidente ad interim Juan Guaidó. Che, ad oggi, è stato riconosciuto dalla maggioranza delle cancellerie mondiali (a cui si è unita anche l’Italia). 

Maduro, che sembra (ancora) avere al suo fianco la gran parte dell’esercito, ha risposto schierando le forze armate al confine venezuelano con la Colombia, bloccando sia il Ponte di Cúcuta che quello di Tienditas – due dei punti strategici di accesso al paese – e, quindi, ogni genere di auto umanitario. 

Parallelamente alle sanzioni sull’estrazione petrolifera – una delle tematiche centrali su cui si gioca la partita diplomatica -, gli USA lavorano a una soluzione nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, che, però, vede due delle più importanti potenze mondiali schierate dalla parte del successore di Chavez: Cina e Russia (anche se entrambe sostengo ufficialmente che la loro linea della non ingerenza non implichi un appoggio nel tempo incondizionato). 

Una svolta rivelante, nel quadro dialettico internazionale, è arrivata lo scorso 18 febbraio, quando il Gasprombank – un’istituto di credito bancario russo -, dopo le indiscrezioni secondo cui la Pdsva vi avrebbe spostato alcuni conti, ha deciso di congelare tutti i trasferimenti per evitare di incorre nelle sanzioni del tesoro americano. Il messaggio a Maduro è chiaro: Putin è disposto a difendere Caracas fino a un certo punto; ecco perché, come hanno sottolineato molti osservatori internazionali, l’economia petrolifera, su cui Maduro fonda la maggior parte delle sue speranze per rimanere al potere, potrebbe rivelarsi fallace. Altresì, Trump, qualche giorno dopo ha nuovamente chiesto l’apertura dei passaggi terresti con il Venezuela (anche via Brasile) per aiutare la popolazione. Il presidente americano, non a caso, ha lanciato il suo appello da uno stato americano strategico come la Florida: centrale sia perché popolato da migliaia di esuli venezuelani, sia perché questi potrebbero rivelarsi una base di voti fondamentale alle prossime elezioni presidenziali (da sempre la Florida rappresenta uno snodo chiave nella geografia elettorale USA). Il 23 febbraio scorso – giorno in cui era prevista l’entrata degli aiuti umanitari nel paese caraibico – Maduro ha ancora una volta negato l’accesso alle organizzazioni internazionali, grazie all’appoggio delle forze federali. 

Tuttavia, nell’ultima settimana, il Ministro degli Esteri venezuelano ha dichiarato come il successore di Chavez sia disposto ad incontrare il suo omologo Donald Trump. L’amministrazione statunitense ha risposto aumentando le sanzioni già presenti e continuando a dichiarare che ogni possibile azione è in fase di analisi. Ma un’intervento militare, ad oggi, oltreché non essere approvato dall’ONU (Russia e Cina mantengono la loro procione pro Maduro) non avrebbe il sostengo della maggioranza delle forze occidentali e soprattutto degli altri stati sudamericani. 

La situazione è in completo stallo, e la sua evoluzione si giocherà esclusivamente su due fattori: quello economico legato alla Pdvsa, e quello militare; le scelte future dell’esercito venezuelano molto probabilmente determineranno il futuro del paese caraibico. 

Carta geografica da limesonline.com

 

  • Asia: Medio Oriente

Ne parlano in pochi, ma in Yemen, nel sud della penisola arabica, infuria una guerra civile dal 2015, dove è militarmente coinvolta anche l’Arabia Saudita, conto cui il Senato degli USA (l’approvazione della camera dei rappresentati è molto improbabile) ha negato l’appoggio militare il 13 febbraio scorso. A riguardo il New York Times è stato preciso: «una rara mossa del Senato per limitare i poteri di guerra del presidente e per mandare un potente messaggio di disapprovazione nei confronti della guerra iniziata quasi quattro anni fa che ha ucciso migliaia di civili e provocato una carestia in Yemen». 

Lo Yemen è da sempre uno stato molto povero, ed ha un’importanza strategica fondamentale dal punto di vista commerciale: il paese controlla gran parte dello stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden: uno snodo chiave per il trasporto del petrolio. Fino al 1990 lo stato era suddiviso in due parti: a nord la Repubblica Araba dello Yemen, a sud la Repubblica Democratica popolare dello Yemen; la prima retta dalla dittatura di Ali Abdullah Saleh, la seconda governata da un regime marxista. Nel maggio del ’90, si è arrivati all’unificazione del paese arabo, nonostante fossero ancora tantissimi i movimenti ribelli e indipendenti sparsi per il paese. 

La cosiddetta “primavera araba”, nello stato yemenita è stata pilotata dagli Houthi – un gruppo armato antigovernativo sciita zaydita- e dal gruppo Islah, e ha portato alla caduta del regime di Saleh che governava dal 1978 (dapprima solo la parte nord, poi con l’unificazione la totalità del paese), a cui è succeduto Abdel Rabbo Monsour Hadi. Al quale è stato affidato il compito di governare il paese in una delicatissima fase di transizione e cambiamento. Ma in realtà le politiche di Hadi sono state troppo deboli: l’Arabia Saudita (in una colazione con altri paese arabi e USA) è quindi intervenuta per frenare l’avanzata del gruppo sciita (ancora fedele all’ex presidente Saleh). 

Dappiù, la situazione in Yemen è finanche complicata dalla presenza delle milizie di Al Qaida e dell’ISIS yemenita (tra loro opposte), che nel Marzo dello scorso anno ha compiuto i primi attentanti, a cui l’Arabia Saudita ha prontamente risposto con bombardamenti su tutto il territorio, opponendosi, successivamente, alla creazione di corridoi umanitari per aiutare la popolazione. In questo modo, è iniziata una devastante carneficina che perdura ancora oggi, nonostante le denunce tutti gli organi internazionali, a evidenziare il rischio di carestia e la propagazione di casi di colera (oltre 600 mila). Secondo i dati delle Nazioni Unite, alla fine del 2018 i morti totali erano circa 17.000 .

Lo scorso 6 dicembre, a Stoccolma sono iniziati i colloqui di pace tra governanti e ribelli, che hanno portato a un accordo per un cessate il fuoco. Inoltre, il 18 febbraio c’è stato un’altra importante svolta: si è trovato un accordo per demilitarizzare la città di Hodedah: un centro importantissimo per la distribuzione di beni di prima necessità.

Qualche giorno fa, però – quasi a ricordare ciò che si dimentica troppo facilmente -, è stata diffusa l’immagine di Fatima, una bambino di 12 anni che pesa 10 kili, a dimostrazioni della drammaticità della tragedia in Yemen, e di quanto questa guerra stia amplificando gli effetti delle problematiche sociali già presenti da tempo nello stato arabo, come, per l’appunto, la malnutrizione. Secondo Save The Children, a oggi, oltre 85mila bambini sono morti di fame. 

Carta geografica da Money.it