“La febbre virale”: intervista a Riccardo Invernizzi

marzo 4th, 2019 | by Irene Marchi
“La febbre virale”: intervista a Riccardo Invernizzi
Interviste

 

La febbre virale non conosce fine: i termometri si ampliano, le piattaforme si moltiplicano.”

 

Pubblicato nel novembre del 2018 dalla Nuova Tipografia Popolare di Pavia, “La febbre virale” è il racconto di una conversazione generazionale fra un nonno, Elio, e suo nipote, Federico, su un argomento che spesso costituisce una barriera fra due età così distanti: la tecnologia e i social. La narrazione, che deve essere letta in chiave autobiografica, si sviluppa in un intreccio di riflessioni e storie, di ieri e di oggi, in cui i due protagonisti si confrontano sul tema dell’evoluzione tecnologica. Ce ne parla il giovane autore del libro, Riccardo Invernizzi, 21 anni, nato a Pavia e iscritto alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università.

“Riccardo, ho trovato nonno Elio un personaggio curioso. In alcune pagine, desidera vivere nel mondo moderno perché non sopporta di non essere al passo con i tempi; in altre, ripete spesso, in tono provocatorio, che per cambiare il mondo bisogna viverlo. Il confronto con Federico ha modificato il suo atteggiamento riguardo alla tecnologia?”

“Quello di nonno Elio è un ruolo ambivalente: da un lato vorrebbe modernizzarsi, dall’altro è conscio di quanto fossero migliori i suoi tempi. Avendo avuto un passato da carabiniere, racconta delle esperienze che ha vissuto mentre era in servizio, delle indagini che svolgeva in maniera diretta, senza l’aiuto degli strumenti tecnologici. Certamente la conversazione con il nipote, più che aver trasformato la sua visione dei social, lo ha reso felice, perché finisce per avvalorare la sua tesi, quella dell’importanza del rapporto diretto. Il pomeriggio di chiacchiere soddisfa entrambi perché permette quell’alchimia che nessun confronto virtuale avrebbe potuto creare. Quel punto d’incontro che viene raggiunto non è tanto sul piano ideologico, quanto su quello dell’emozione, dell’affetto profondo che si conferma fra i due personaggi. Entrambi sono consapevoli che nulla può sostituire la gioia di trascorrere del tempo insieme.”

“Sono diversi i temi che vengono trattati all’interno delle storie. In particolare, nell’ultima parli dell’amore. Pensi che i social condizionino in qualche modo gli innamorati e il loro approccio alle relazioni?”

“La decisione di presentare temi diversi, anche se non riguardano direttamente la tecnologia, è stato un esperimento, una variazione tra generi. Nella storia della relazione fra Edoardo e Anna ho parlato di un amore dettato dai fantasmi di una mente, un amore dei nostri tempi. Anna vive un’esistenza astratta perché non può sopportare una realtà incapace di appagarla e il sentimento che prova finisce per essere sconfitto dalla razionalità. Questo amore è diverso da quello che nonno Elio ha provato per sua moglie, un sentimento diretto, che viveva di emozioni reali. I social costituiscono il nuovo mezzo di comunicazione per esprimere, per ostentare ciò che proviamo e ha sostituito quell’intimità che sopravviveva nelle lettere d’amore.”

“In una delle ultime pagine del tuo libro, affermi che non guariremo mai dalla febbre virale. Si può parlare di una visione pessimistica della tecnologia e dei social media? A tuo parere, la situazione potrebbe peggiorare?”

“Certamente ho utilizzato un’espressione drastica per definire il mio punto di vista. Ho radicalizzato la problematica, ma non parlerei di pessimismo, perché ritengo che i social non escano né vincitori né sconfitti, tanto che Federico ammette di utilizzarli spesso. La febbre virale, in fin dei conti, ci fa stare bene. Avrà le sue pecche, i suoi svantaggi, però allo stesso tempo è ormai diventato un comfort dell’uomo, al quale è complicato rinunciare. Per quanto riguarda il peggioramento della situazione, potrebbe sicuramente verificarsi nel momento in cui l’uomo diventi prigioniero della tecnologia: l’arma dei social deve essere subordinata all’individuo affinché possa risultare uno strumento utile.”