Una selezione di poesie di Fabio Pusterla – parte II

febbraio 26th, 2019 | by Redazione Online
Una selezione di poesie di Fabio Pusterla – parte II
Letteratura

 

Da Folla sommersa (2004)

 

Sette frammenti dalla terra di nessuno, II

Non si può dire nulla: questo è il punto. Raccontare,
ma cosa? Qualcosa è crollato,
come un silenzio improvviso e poi l’urlo,
uno sfacelo. Il muggito di un animale imprigionato
dal fango che strascina verso valle. Cosa pensa un vitello,
per esempio, quando affoga?
Volete cercare parole anche per questo,
per sentirvi più in pace? Un vitello
non pensa nulla e se pensa
lo fa in un pensiero animale
incomprensibile; tace come una capre,
o un agnello e forse anche un uomo
che guarda in faccia la sua piena solitudine.

 

Casa illuminata

Dopo, le notti furono fredde e terse. Chi passava
poteva scorgere sull’altra riva una casa
illuminata dall’esterno, e gialla dentro il buio.
Salivano dall’acqua quelle luci,
forse proiettori a pelo di corrente;
era un chiarore inquieto, verticale sui muri,
e dava corpo a tutto il nero attorno, come a una larga
eclissi. C’era il nero del cielo,
quello dei boschi e poi il nero dell’acqua,
anch’essa immobile.

In alto, scie
magnetiche, o dei solchi, forse stelle
non visibili, vibranti
piccoli pipistrelli.

Poi finalmente scese la nebbia sul lago.

 

Morte del cinghiale

Era un cinghiale, la macchia nera sui sassi
brulicante; cinghiale
prima di giungere qui, sul sentiero di roccia
e castagne, forse appunto attirato
dalle dolci castagne, dal sole
che filtra e s’incendia, e trafitto
dal sole, dal tempo, e ben altro: difficile
dire pallottola, meglio la peste
suina, o uno squarcio segreto, subdolo
che lavora sotto la corsa e il grugnito, sotto l’ansia
di corsa e grugnito, di fame
e di piacere che lo spinge la notte per foreste
e dirupi, e intanto un sordo
tradimento cresce piano,
in silenzio, nel frusciare
di rovi e cespugli divelti,
di muschi sconvolti
come da frana
o vita che si spezza, magro bosco
perduto ed ora esausto, il punto estremo
dove un nervo s’inalbera, un muscolo
arresta e s’impenna, e anche il sangue si gela: qui, dunque,
la fine, il caro verbo deponente
di vespe e castagne autunnali, funghetti e ruscelli
che appena più oltre gorgheggiano, merli e ghiandaie.
Neppure carogna, ormai, ma un teatrino di pelle
smangiata che s’incrosta nel terriccio, una tradotta
allegra di vermi bianchi e di formiche,
un banchetto concluso. La pelle,
le setole scure, le zanne, e poi niente.

 

Da Corpo Stellare (2010)

 

Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombre e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.

 

Corpo stellare

Mi segui con un pensiero, sei un pensiero
che non devo nemmeno pensare, come un brivido
mi strini piano la pelle, muovi gli occhi
verso un punto chiaro di luce. Sei un ricordo
perduto e luminoso, sei il mio sogno
senza sogno e senza ricordi, la porta che chiude
e apre sulla corrente di un fiume impetuoso. Sei una

cosa
che nessuna parola può dire e che in ogni parola
risuona come l’eco di un lento respiro, sei il mio vento
di foglie e primavere, la voce chiama
da un posto che non so e riconosco e che è mio.
Sei l’ululato di un lupo, la voce del cervo
vivo e ferito a morte. Il mio corpo stellare.

 

Da Argéman (2014)

 

Regole per il custode della piccola porta, I

Sorvegli il passaggio.
Passare: che cosa significa? Chi
eventualmente passa di qui, e dirigendosi dove?
Non già i potenti o gli eserciti:
più vaste porte li attendono, trombe d’averno.
Loro, non qui per passare. Di qua, dalla piccola porta
non si passa come di solito altrove si passa,
non si attraversa la piccola porta per correre a un luogo
preciso in parata o a conquista.
Né assalto né fuga
non arma né scorta o progetto.
Segnali nell’erba.

 

Giardiniere

Chino sull’erba, raccogli invecchiato le foglie autunnali
con un rastrello piccolo e un giubbotto
che grida il suo arancione. Canticchi qualcosa.
Per questo non puoi vedere la mia mano
che ti saluta dall’auto. Né, forse,
ricorderai l’antica ragione che muove al saluto
più che fraterno. Eravamo in un prato,
d’estate, e indosso avevamo divise
non ancora ufficiali: tute blu, da lavoro,
mestissime. Tu, quando l’istruttore
fece esplodere il secchio e ridendo sguaiato
disse che questo fa un ventre se è pieno di birra
a colpirlo come si deve, che scoppia e si muore,
tu non applaudivi vociando come la ciurma degli altri.
Piangevi dirotto. E io, nel mio inverno inchiodato,
ti abbracciavo.

V

L’oltre, il di là,
il non raggiunto, la terra
su cui forse varrà la pena camminare
forse segnare una via.
Il fiato, il passo lieve degli insetti.
La pazienza dell’acqua che va,
che s’insinua nel prato
e lambisce.

VII

Sorvegli il passaggio. Proteggi
la piccola porta delle parole.
Il passaggio
degli altri, che vanno, la nuda
possibilità di passare. O t’illudi
di farlo. Quanto a te,
il tuo passare sta forse nel non impedire
che questo abbia luogo
che tutto si muti e ogni cosa si perda
e si trovi diversa, che nulla
sia fatto prigione o negato. I signori
volevano altro, lo sai: li hai traditi
una volta per sempre. Li immagini fermi,
statue bianche di sale, glaciali stendardi,
circondati dai molossi silenziosi,
le inutili merci. Distanti,
tanto distanti da qui, dalla piccola porta che vegli.

 

Paesaggio d’inverno

Ti prende di sorpresa il desiderio
impossibile: dire il paesaggio, trasferirlo
lui nella sua luce dentro i suoni. Che sarebbero
la neve chiusa a morsa, il suo rifrangere
la cosa chiara che traspare dalle brume
azzurre a mezza costa, quel diffuso
luminoso sorriso, il biancore del platano
fermo dentro il suo inverno
vasto, meditativo, e accanto il pino
e il toc toc di un uccello non visibile, che sarebbero
la folaga improvvisa in un singulto
mentre riemerge dall’acqua, la campana in delirio,
l’airone e il semicerchio
perfetto di un volo.

Che sarebbero
tutto questo e il silenzio, e anche lo sguardo
assorto che vede tutto e non vede più niente
come perso in un’immagine lontana,
puro ascolto.

Dietro ogni cosa una voce, quasi un canto
argentato. Ma la vera
voce che parla è tutta immersa nell’ora
presente, nel minuto presente,
ha un inizio e una fine,
e talvolta commuove nel suo effimero.
Scegli il presente, tieniti alla scia
come ferita nel lago che parla al passato, e poi l’estremo
lacerto di futuro che balugina,
non chiamarla speranza,
solo un non si sa mai, l’increspatura
dell’attimo.