Memoria (con)divisa

febbraio 10th, 2019 | by Davide Spinelli
Memoria (con)divisa
Attualità

Pochi giorni fa, un post negazionista su Facebook dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ANPI) di Rovigo – da cui i dirigenti locali hanno in seguito preso le distanze – ha riacceso la polemica su una tematica da sempre estremamente delicata. Quella delle foibe, di cui oggi (dall’istituzione nel 2004), si celebra il Giorno del ricordo, in memoria delle vittime infoibate prima e durante l’esodo giuliano dalmata. Ovvero quel periodo nell’immediato secondo dopoguerra che ha visto l’eccidio di italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia da parte del cosiddetto Dipartimento per la protezione del popolo (ONZA – un ramo dei servizi segreti jugoslavi) istituto da Tito e dagli stessi partigiani jugoslavi. Nel libro di Guido Rumici I nomi, I luoghi, I testimoni, I documenti (Mursia 2002), si asserisce che le vittime quantificate abbiano raggiunto le 11.000 persone, ma c’è anche chi sostiene, come Gianpaolo Pansa nel suo Il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer, 2003), che i morti siano stati oltre 15.000. 

I numeri contano fino a un certo punto, generalmente, ma in Italia, sembrano avere una rilevanza dirimente nel contesto del dibattito pubblico, quasi si debba istituire una continua classifica dell’orrore, per dichiarare e certificare quale dei due schieramenti abbia avuto più morti, e quindi quali siano più meritevoli di non si sa quale preminenza. Se un tema come quello delle foibe dovrebbe anzitutto suscitare un viscerale senso di appartenenza, di unità nazionale, cordoglio e vicinanza a tutti i figli e nipoti delle vittime dell’eccidio, accade invece il contrario. Una giornata come questa, prima di tutto, divide. Scontrandosi involontariamente con un altro importantissimo momento di raccoglimento che la precede di qualche settimana: la Giornata della memoria. Perché le dicotomie ideologiche sterili e obsolete non riescono a essere superate (o accantonate): il 10 febbraio, quindi, è associato ad ambienti tipicamente di destra ed estrema destra, mentre il 27 gennaio è appannaggio delle sinistre, campeggiate dai movimenti partigiani. È così che, involontariamente, prendono forma i morti di “seria A” e quelli di “serie B”. Quando – senza retorica – dovrebbero solo essere momenti di memoria nazionale condivisa. Perché come vanno doverosamente ricordati l’emanazione delle leggi razziali in Italia nel 1938, lo sterminio degli ebrei, della comunità rom, di omosessuali, comunisti, dissidenti politici o della prigionia di personaggi della grandezza di Antonio Gramsci, va anche ricordato come gli eccidi nei Balcani non abbiamo mai avuto un corrispettivo processo di Norimberga, essendo che quasi tutti i colpevoli hanno goduto degli effetti della cosiddetta “amnistia Togliatti” (promulgata nel 1946); o come l’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini abbia reso omaggio al feretro del maresciallo Tito, uno dei primi responsabili dell’uccisione di decine di migliaia di italiani nel dopoguerra; o, ancora, come il riconoscimento di queste vittime abbia dovuto attendere anni e anni di silenzio negazionista. 

La spaccatura della guerra civile post 8 settembre 1943 ancor oggi divide quello che dovrebbe essere condiviso. Tutti, come italiani, dovremmo riconoscerci fratelli davanti a due tragedie come queste. Colpevoli per l’indifferenza; vittime della loro strumentalizzazione.