Inchiostro a volontà 2018 | La vanità del minuto (di Federico Angriman)

gennaio 11th, 2019 | by Redazione Online
Inchiostro a volontà 2018 | La vanità del minuto (di Federico Angriman)
Concorsi

Vincitore al concorso letterario “Inchiostro a volontà”. Arrivato alla sua 13esima edizione il concorso tende a premiare gli studenti dell’Università di Pavia che hanno colpito la redazione e i tre giudici con i loro racconti. Alla giuria troviamo tre rilevanti figure dell’ambiente letterario: la Professoressa Gianfranca Lavezzi, lo scrittore e poeta Flavio Santi e il libraio Andrea Grisi. La premiazione si è tenuta il 5 dicembre 2018 alla libreria Il Delfino di Pavia.


di Federico Angriman

Toc. Nove in punto.

-Quindici minuti ancora

Mi girai a guardare la voce che lamentosamente aveva sancito per tutti il conto alla rovescia prima dell’inizio di una nuova giornata universitaria. Sentii le unghie del demone della misantropia-della-mattina-presto scalare rapidamente le pareti della mia gola, pronto a saltare addosso al ragazzo che aveva osato rompere la quiete di quell’attimo. Misi una mano davanti alla bocca e lo cacciai nuovamente nello stomaco. Troppo presto anche per uno sfogo gratuito.

Guardai il mio orologio scandire i primi venti secondi di quell’interminabile primo minuto. Erano anni che cercavo di cogliere quel marchingegno da polso mentre, pensando che non lo guardassi, scorreva in avanti i minuti e le ore come fossero secondi, lasciando me indietro e in ritardo agli occhi del mondo. Ma era furbo lui, sentiva il mio sguardo e nel più degno patriottismo svizzero scandiva lentamente provocazioni nei miei confronti nella forma di “tac tac tac”. Chissà come si sarebbe comportato se avesse saputo di non essere altro che una replica cinese.

Ora invece sembrava addirittura ticchettare più lentamente del solito, quasi volesse tornare indietro. Probabilmente percepiva la mia frustrazione per il tempo perso e ne stava approfittando per vendicarsi di quella volta che lo avevo immerso nell’acqua della doccia cercando di disintasare lo scarico.

-Quattordici minuti

Di nuovo. Lo stesso tizio di prima aveva aspettato sessanta dolorosi secondi fissando le lancette per poter spezzare di nuovo il silenzio di quell’aula alle nove di mattina. Mi girai nuovamente a guardarlo. Ora anche lui mi fissava, come se si fosse aspettato la mia occhiata.

– Tredici minuti e cinquantasette secondi, pronunciai
– Tredici minuti e cinquantasei secondi. Sei indietro di un secondo, mi rispose
– O forse te sei avanti di un secondo
– Non direi
– Io lo direi
– Non mi stupirebbe che tu lo dicessi
– E cosa ti stupirebbe?
– Mi stupirebbe il fatto che tu sapessi davvero l’ora esatta

Nulla da fare, round perso. Mi girai nuovamente verso l’entrata dell’aula. Quel tipo mi inquietava, non avevo ricordo di averlo mai visto a lezione. E ora, dopo pochi secondi che mi ero girato, non ne ricordavo già più i lineamenti.

– Tredici minuti

Tornai a fissarlo, più incuriosito che infastidito stavolta, e,ancora qualcosa della sua figura mi sfuggiva: la pelle, le spalle, la bocca si perdevano in poche linee secche e definite, quasi a contornarlo.
Restammo così. A fissarci vorrei dire, ma probabilmente non sarebbe la più corretta delle definizioni: i miei occhi si perdevano in due brevi tratti longilinei che immaginavo fossero i suoi occhi, di cui non vedevo però né forma né colore, ma di cui sentivo la pungente presenza sulla pelle. A pensarci bene, quasi pareva una lancetta. Un paragone così strano ma che al contempo mi pareva insolitamente
efficace.

– Dodici. Se vuoi possiamo parlare, aggiunse stavolta.
– Di cosa vorresti parlare?
– Del tempo, mi sembra azzeccato
– Certo, dei minuti magari
– Vorrei parlare dei tuoi minuti, ormai ti conosco. Undici.
Una gelida sensazione di confusione mi catturò mentre il suo sguardo si faceva sempre più invadente.
– È sempre così, probabilmente tu non te ne accorgi ma non parliamo di altro. Anzi, tu non mi parli di altro, non mi getti neppure uno sguardo per altri motivi. Ed io ormai sono stufo di essere ridotto ad una così misera condizione, di contare solo il tempo perduto. Possibile che tu non faccia mai nulla? Lasci che tutto ti scivoli addosso, secondi, minuti, ore, senza mai chiederti cosa valga o non valga la pena di fare.

Silenzio. Quella vaga forma seduta tra i banchi cominciava ad assumere un senso, quello di una figura familiare.

– Dieci

Cercai senza distogliere lo sguardo l’orologio con le mani. Era ancora al polso. Lo guardai: mancava la lancetta dei minuti.

– Potresti evitare di toccare? Già non mi pulisci mai, preferirei non pensare a quelle mani. Nove.
– Le ho lavate prima di entrare in aula.
– Sì come no, un secondo sotto l’acqua e via. Che poi vedo bene quanto fossi di fretta. Ma è sempre così, capirai un giorno il valore del tempo che perdi. Certo, c’è anche un lato divertente nella cosa: c’è chi del tempo fa denaro, c’è chi rallenta il tempo per amore, c’è chi vive ogni attimo esattamente così com’è, meravigliosamente unico. Poi ci sei te che ogni lunedì mattina sei qui con quindici minuti di anticipo.
– Non sono in anticipo, la lezione inizia alle nove
– Quando mai hai visto un professore arrivare in orario?
– Ieri per esempio
– Ieri era domenica. Stai davvero cercando di bluffare? Ti ricordo che viviamo insieme. Anzi, ti svelerò un segreto: tutti gli orologi dei professori sono regolati per essere quindici minuti indietro, in modo da vivere ogni evento come la loro professione richiede: con quindici minuti di ritardo accademico. Otto.
– E chi sposta le loro lancette?
– Siamo noi a spostarci, noi regoliamo il tempo. Noi decidiamo che ore sono per te o per chiunque altro
– Quindi è vero che sei tu a spostarti in avanti e farmi arrivare in ritardo ogni volta che devo fare qualcosa di minimamente importante
– Sì, e te lo meriti. Chi mai sturerebbe uno scarico con l’orologio addosso?
– Sei una cinesata, latrai infastidito
– Non ti permettere
– C’è pure la scritta Made in China, giusto dietro la tua cassa
– Me l’ha sempre detto l’orologio di tuo padre che doveva saltare in avanti di un minuto vent’anni e nove mesi fa

Silenzio.

– Sette

Non c’era dubbio che quella lancetta parlante avesse ragione, il mio non era certo un uso del tempo efficace o in qualsiasi modo funzionale a massimizzare le opportunità.

– Puoi ben dirlo, riprese la lancetta.
– Mi leggi anche nel pensiero adesso?
– Sei da solo in un’aula universitaria a parlare con la lancetta del tuo orologio e ti sembra ragionevole stupirti del fatto che senta i tuoi pensieri? Però vorrei correggerti su una cosa: una metodica nel tuo perdere tempo c’è, per quanto ridicola e priva di senso. Sei.
– Ovvero?
– Dei quindici minuti che contiamo insieme ogni lunedì mattina, sprechi solitamente i primi tre minuti a fissarmi. E non è che siano sguardi attenti o amorevoli; no, tu mi guardi con disprezzo e desiderio, come un animale con una preda, o, anzi, come un servo rancoroso verso il suo padrone.
– Sono desolato, spero che tu un giorno ti possa riprendere da questi terribili abusi
– Tieniti il tuo sarcasmo. Cinque. Dicevo, dopo i primi tre minuti ne passi altri due a fissare l’orologio della classe, quello appena sopra la lavagna.
– Anche lui si è lamentato?                                                                                             – No, questa è solo una cosa da orologi da polso. Gli orologi da parete parlano solo di scuola, hanno questo chiodo fisso. Comunque, passati i primi cinque minuti cominci a pensare. Generalmente i primi tre minuti li dedichi a quella ragazza in prima fila a cui non hai il coraggio di rivolgere la parola. Ma dopotutto ho notato che ha un Panerai, quindi in un certo senso ti compatisco.

Poi dedichi invece un minuto a controllare i vecchi messaggi che lei ti ha mandato quando avevi trovato il suo astuccio. Un giorno realizzerai che quel Grazie non vuol dire nulla più delle sei lettere che lo compongono. Quattro.

Poi rifletti quattro minuti su come organizzare la tua giornata, cosa studiare, cosa mangiare, che serie vedere, a proposito di come valorizzare il tempo. Tre. Salvo poi stravolgere ogni programma dormendo per buona parte del tempo che passi in camera.
Infine, in un attimo di lucidità, quando mancano due minuti cominci a pensare seriamente alla tua vita, alla tua esistenza, al valore di ciò che hai, e per alcuni istanti mi sembra quasi di scorgere una persona sveglia, capace di cogliere qualcosa oltre quell’intasato concetto di esistenza che ti proponi in ogni altro momento. Ma lo sappiamo entrambi che non lo fai per altro motivo se non per temporeggiare, perché in fondo anche una vita misera come la tua riesce a sentire la morsa del tempo, anche se solo come un eco lontano. Due. Se invece pensassi di più, anche solo gli ultimi due minuti che ti rimangono oggi, scoveresti probabilmente tra quei miliardi di nubi di pensieri materialistici, un vero bagliore di esistenza, una ragione vera

Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare in un mondo di parole e immagini, scavando forsennatamente verso quelli che sembravano, sul fondo di un oceano color pece, raggi di sole. Improvvisamente la porta dell’aula si aprì. Frotte di studenti si lanciarono dentro capeggiate dalla figura del professore.

– Ma non avevi detto che mancavano due minuti? Dissi, girandomi a cercare la figura della lancetta.

Era scomparsa. Guardai l’orologio, entrambe le lancette erano al loro posto, a scandire inesorabili le nove e un quarto esatte.
Mai dare al proprio orologio della cinesata.