Il Lete – fiume del nascondimento e del disvelamento da Eraclito alla Yourcenar

gennaio 4th, 2019 | by Federico Corradi
Il Lete – fiume del nascondimento e del disvelamento da Eraclito alla Yourcenar
Letteratura

Antinoo, disteso in fondo alla barca, mi aveva posato la testa sulle ginocchia; fingeva di dormire per isolarsi da quella conversazione da cui si sentiva escluso. La mia mano gli scivolava sulla nuca, tra i capelli. Ma non v’è carezza che giunga fino all’anima. […] Ma al mattino per caso mi avvenne di toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente, scusandosi d’essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto, e al mio fianco. Contro ogni regola Antinoo aveva lasciato la nostra imbarcazione senza precisare la meta e la durata della sua assenza. Ci affrettammo a scendere sulla riva. Su un tavolo da offerte, c’erano le ceneri di un sacrificio, ancora tiepide: Cobria vi immerse le dita e ne trasse, quasi intatto, un ricciolo di capelli recisi. Non ci restava che esplorare le rive. Nel crepuscolo che scendeva rapido, Cobria scorse un abito ripiegato e un paio di sandali. Scesi quei gradini sdrucciolevoli: era disteso sul fondo, già affondato nella melma del fiume.

Così la Yourcenar descrive la morte, o meglio il suicidio, di Antinoo, l’amante dell’imperatore Adriano. Che cosa a diciannove anni può attanagliare tanto lo spirito da spingerlo a preferire l’annullamento di sé? Ci si propone, riflettendo sul passo tratto dal romanzo Memorie di Adriano, di svelare le simbologie ivi presenti ricorrendo alle medesime immagini riscontrate nel corso della filosofia e letteratura occidentali. Si potrebbe iniziare dai tre frammenti eraclitei che ci sono giunti riguardanti il concetto di fiume-che-scorre; si pensi a nello stesso fiume non è possibile entrare due volte, che viene così altrimenti espresso: entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso di loro. Eraclito ci invita qui a considerare l’ineffabilità delle cose, la loro continua e dinamica mutabilità, l’impossibilità di attingere una verità completa e fissa dal fiume delle cose e dal tempo. La radicalità di questo pensiero si manifesta nell’affermazione negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo. Lo stesso fiume si fa dunque lethe e a-letheia, nascondimento e disvelamento, conoscenza e dimenticanza. Quindi coesistono la possibilità di percepire l’attimo, di cogliere completamente lo stato delle cose nel loro essere immediato e momentaneo, e l’impossibilità di sostenerlo; l’attingere al tempo e all’essere nell’istante, senza fermare ed afferrare lo scorrere, conduce a lasciarsi trascinare, a farsi scivolare addosso, annullandosi, obliandosi nel tutto.

Ne I fiumi Ungaretti ci mostra la sua esperienza diretta con il flusso delle cose: Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato. // Mi levigava / come un suo sasso / ho tirato su / le mie quattro ossa / e me ne sono andato / come un acrobata / sull’acqua. È evidente l’autoannullamento del poeta, l’urna e la reliquia simboleggiano la morte, l’allontanamento dalla vita, mentre nell’acrobata si manifesta una visione cristologica legata alla resurrezione. Il panismo del poeta conduce a una certezza di rinascita, a un nuovo disvelamento delle cose, successiva a un’immersione, un battesimo, una purificazione induistica nel fiume sacro: Mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo. Ungaretti raggiunge così l’armonia col tutto, lava i propri panni di guerra e di dolore nell’acqua del Lethe, che tutto dimentica, che tutto porta via e nell’alienamento dell’io concede serenità. Tale concetto era già al centro dell’attenzione della dottrina orfica e di Platone che, come quest’ultimo illustra nel mito di Er, credevano alla trasmigrazione delle anime; queste, una volta separate dal corpo, raggiungevano la piana del Lethe e se ne abbeveravano per obliare la vita precedente e reincarnarsi. Si raccomandava di non esagerare con l’acqua, infatti i più saggi bevevano poco per potersi ricordare parzialmente alcuni aspetti del proprio passato e le verità recuperate; mentre solo gli iniziati ai misteri si accostavano alle acque di Mnemosyne, la Memoria, per mantenere tutti i ricordi definitivamente, senza cancellare se stessi e reincarnarsi. Da ciò si deduce sicuramente una necessità di obliarsi e annullarsi per poter rinascere e si desume che il flusso delle cose, che trasporta le anime nei corpi, essendo frenetico e continuo, non trovi pace. Attingere simbolicamente al Lethe significa entrare a farne parte, accostarsi per poi procedere mutati, ma pur sempre se stessi.

Come si può dedurre dalle pagine del romanzo, Antinoo non avrebbe ricercato simbolicamente, annegando, una verità che era già in suo possesso; forse non avrebbe nemmeno voluto purificarsi, togliendosi la vita, alla maniera orientale. Plausibilmente il suo fu un gesto di abbandono al tutto-nulla, all’essere-non-essere eracliteo. Ma perché sentire il bisogno di annientarsi? Prendiamo ora in considerazione altre due figure: Narciso e Ofelia, confrontando la loro situazione a quella narrata dalla Yourcenar. Nel mito ovidiano, Narciso si appresta ad una fonte cercando di calmare la sete, accrescendone un’altra. Metaforicamente attingere alla fonte una sola volta non basta, si desidera continuare a farlo, fino ad arrivare all’alienazione a all’oblio di sé. Narciso s’innamora d’una chimera, vuole afferrare l’ineffabile, senza accorgersi che la ricerca di fissità nel flusso cosmico porta alla follia. Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi! Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa: nulla ha di suo; con te venne e con te rimane; con te se ne andrebbe, se ad andartene tu riuscissi. Ma la comprensione, la realizzazione di tale verità è atroce. Un velo d’acqua ci divide! La verità si fa concreto svelamento ἀ-λήθεια, dal verbo greco λανθάνω, nascondere. Io, sono io! l’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più! Proprio l’insostenibilità del disvelamento e della verità risulta la causa dell’autoannientamento, del bisogno di porre fine alla pesantezza della conoscenza; si preferisce delirare, impazzire, pur di non reggere la realtà delle cose, che deve fluire. Così Narciso annega nella fonte, lasciandosi vincere dall’impermeabilità delle cose. La realtà di sofferenza toglie le forze; la morte non è gravosa poiché con essa finirà la pena. Ma vorrei che l’amato vivesse di più. Ora invece morremo insieme. È quindi tanto dolce l’obliarsi, notando che non è un alienarsi nella propria immagine, ma di Narciso e del suo riflesso entrambi nella fonte. Lo specchio d’acqua s’increspa; Narciso vede l’immagine svanire, come il tempo, come la realtà che passa oltre, riuscendo a pronunciare queste sue ultime parole: Rimani, non mi abbandonare, crudele. La fugacità estrema dell’attimo è terribile, così come lo è del disvelamento: troppo breve da mantenere e analizzare, troppo istantanea, così da spaventare. Forse la poesia Lampo di Pascoli sa mostrare in maniera chiara la fulmineità del disvelamento e dell’anagnorisis, come direbbero i Greci: E cielo e terra si mostrò qual era. L’incipit in medias res ci consegna nell’immediato la consapevolezza del reale. Mentre il finale sa esprimere angosciosamente  la reazione umana in risposta a tale situazione: come un occhio, che, largo, esterrefatto, / s’aprì si chiuse, nella notte nera. L’incapacità a sostenere la vista sulla verità è evidente, l’impossibilità al disvelamento totale è forse più implicita: in fondo non si può intendere il raggiungimento della verità come illuminazione totale, piuttosto come un continuo processo di fulminei disvelamenti che ogni volta mutano radicalmente soggetto e oggetto. Anche nella tragedia shakespeariana Amleto, Ofelia, proprio per l’atrocità tangibile della conoscenza della verità, preferirà rinunciare alla lucidità soccombendo alla follia. La notizia della morte del padre per mano del proprio amato Amleto e la confessione di quest’ultimo sull’inconsistenza del loro amore conducono Ofelia ad annegare, forse per sbaglio, in un ruscello. Nell’atto IV, la staticità del salice riflesso sulla corrente viene turbata dal cadere pesante del corpo della giovane che, agghindato da ghirlande, s’inabisserà fino a nascondersi nel fondo fangoso, simbolo di occultamento: le sue vesti si allargarono e come una sirena per un poco la tennero su, e in quel mentre cantava passi di vecchie canzoni come una inconsapevole della sua ora disperata, o come una creatura nata e cresciuta in quell’elemento. Ma non poteva durare a lungo, e infine i suoi vestiti,  pesanti di quanto avevano bevuto trassero la povera infelice dal suo melodioso canto alla fangosa morte.

L’Antinoo yourcenariano sembra rispecchiarsi particolarmente in questi due personaggi letterari, soprattutto va a ricalcare, anche nel lessico, il decesso di Ofelia. Il fango del fiume pare voler ristabilire lo scorrere, risucchiando il corpo annegato e ricoprendolo. Pare azzerare concretamente ogni residuo d’umanità e di pietà. Solo un’intollerabile rivelazione intima, una presa di coscienza, può aver costretto il giovane al proprio annichilimento, come si evince dalla sua lotta e dalle sue lacrime: la sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto. Naturalmente non sapremo mai cosa lo spinse al suicidio, nonostante siano state formulate svariate ipotesi. È proprio l’assenza di una motivazione che ci affascina. Ma la necessità inconscia di reprimersi, rispetto alle sofferenze della vita, alle paure distruttrici, alla solitudine, viene espressa anche nelle poesie di Rimbaud e Baudelaire. Il primo in Battello ebbro racconta la vicenda di un battello-uomo su un fiume incontaminato di un’America primitiva, già simbolo di evasione dalla società e dal reale, che vive esperienze estenuanti, di cui il disordine è protagonista. Si percepisce comunque una ricerca di purificazione. Infatti il fiume lava e rimuove le preoccupazioni e i dolori, annullando l’io: Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti. / Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro: / l’acre amore mi gonfia di stordenti torpori. / Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare! Ancora una volta si ricorrere all’immagine dell’annegamento per la brama stessa del poeta di affogare l’insostenibilità del dolore soffocante e della realtà boccheggiante, nel suo puro e schietto pessimismo. Baudelaire similmente supplica: Voglio dormire, dormire piuttosto che vivere! / In un sonno così dolce quanto la morte. Questi versi tratti da Il Lete mostrano il desiderio dell’autore di perdersi e annullarsi nella sensualità dell’erotismo. Gli impeti della passione lanciano l’amante a vivere l’apice istantaneo e completo della percezione sensibile, annegandovi ogni altro pensiero, timore o dolore. Ci vuole l’abisso del tuo letto / per inghiottire placati i miei singhiozzi / sulla tua bocca c’è l’oblio potente / nei tuoi baci scorre il Lete. L’abbandonarsi alle acque del piacere permette innanzitutto il disvelamento della carnalità dell’amore nella sua irripetibilità e successivamente l’obliarsi dell’io, che tuttavia scopre e resta ancorato a quella stessa bocca, che per un attimo l’ha tenuto in apnea e definitivamente poi s’è richiusa muta, priva di verità e pensieri, sopra un naufrago affondato nella melma del fiume.

Così ogni momento della vita ha pienezza di senso solo nel suo accadere, nel suo istante da cogliere senza rimpianto o paura. L’attualità del tempo ci induce ad attingere al suo flusso senza far ricorso a passato e futuro; la consapevolezza che nulla ritorna è forse l’unico modo per sopravvivere all’insostenibile scorrere dell’essere e non essere. Adriano confessa a se stesso, soltanto dopo la morte di Antinoo: La mia mano gli scivolava sulla nuca, tra i capelli. Ma non v’è carezza che giunga fino all’anima. Così come le parole degli amanti, benché profondamente sincere e vere nel momento in cui vengono sentite e pronunciate, sono misteriosamente belle e preziose perché scritte sull’acqua, che mai uguale a se stessa, senza tornare più, scivola via veloce.