Inchiostro a volontà 2018 | Una questione di civiltà (di Francesco Melchiorri)

dicembre 24th, 2018 | by Redazione Online
Inchiostro a volontà 2018 | Una questione di civiltà (di Francesco Melchiorri)
Concorsi

Terzo posto ex-equo al concorso letterario “Inchiostro a volontà”. Arrivato alla sua 13esima edizione il concorso tende a premiare gli studenti dell’Università di Pavia che hanno colpito la redazione e i tre giudici con i loro racconti. Alla giuria troviamo tre rilevanti figure dell’ambiente letterario: la Professoressa Gianfranca Lavezzi, lo scrittore e poeta Flavio Santi e il libraio Andrea Grisi. La premiazione si è tenuta il 5 dicembre 2018 alla libreria Il Delfino di Pavia.


di Francesco Melchiorri

− Perché se la chiami «ora di lezione» poi in realtà dura solo quarantacinque minuti, zio?

Non era affatto semplice tenere testa ad un nipote di quattro anni e sette mesi, soprattutto se tu eri fuoricorso di tre anni in Giurisprudenza e lui era presunto Asperger.

− Lo trovo profondamente stupido anch’io Tommy ma in Italia funziona così.
− Non è corretto, zio. Un’ora ha la stessa durata in Italia come nel resto del mondo.
− Sì, certo. Quello che voglio dire è che le condizioni socio-culturali, che fanno dell’Italia un paese profondamente borghese e conservatore, permettono ai professori universitari di lavorare un quarto d’ora di meno.

Iniziava di nuovo a rovinarglisi il fegato: quattro anni da rappresentante degli studenti in CdA avevano portato tanti risultati, come la possibilità di scelta dei posti da occupare in aula durante le lezioni tramite una specifica app fin dalla sera prima, o l’incredibile vantaggio di poter continuare ad ascoltare la lezione dai bagni accanto ogni singola aula, dove erano stati posti degli appositi altoparlanti; ma il suo cavallo di battaglia, quello per cui aveva lottato per ben due mandati di fila, l’abolizione del quarto d’ora accademico, non aveva ancora dato alcun risultato concreto. Ogni sei mesi il tema era stato discusso in Consiglio su sua proposta, ma alla fine veniva sempre fatto decadere con la scusa del poco tempo rimasto per toccare i restanti punti, o sostenendo che si sarebbe dovuto quantomeno interpellare l’intero corpo docente in maniera ufficiale (cosa che, puntualmente, non avveniva).

− Zio non ti capisco. Perché non chiamarla allora «tre quarti d’ora di lezione»?
− Perché secondo il sistema universitario vigente quella è considerata a tutti gli effetti un’ora intera di lezione.
− Intendi dire che è un sistema utilizzato per spiegare la relatività a tutti? Eppure non mi sembra così efficace, ti vedo un po’ confuso.
La discussione rischiava di accendersi, così come la sua ulcera, fin troppo sensibile all’argomento.
− No Tommy, cerco di spiegartelo meglio: Un’ora è sempre un’ora, in Italia come nel resto del mondo. In Italia però, a differenza di altri paesi ben più progressisti, egualitari e socialdemocratici, vi è ancora una classe dirigente ottusa, reazionaria e…
− …classista, lo dici sempre zio.
− Esatto, classista! Ora, questa società figlia di una borghesia malata ed avvilente contempla il privilegio come uno scudo sociale dietro cui arroccarsi, e così facendo non fa altro che perpetrare lo sfruttamento del proletariato e del sottoproletariato, specialmente quello urbano, attraverso una creazione di bisogni che essa stessa attraverso il controllo dei mercati appaga. Mi segui fin qui?
− Beh… non capisco cosa c’entri questo con l’ora e i sessanta minuti che la compongono però…
− Ci sto arrivando!

Sua sorella, la mamma del piccolo Tommy, sentendo il tono fin dalla cucina, si sporse e lo fulminò. Aveva di nuovo ricominciato coi suoi papponi politici senza capo né coda. E intanto erano due anni e mezzo che non dava un esame. Si era buttato a capofitto in quella che lui credeva una necessaria attività politica di militanza: all’inizio come semplice tesserato di Ri-inondazione, il partito studentesco più attivo all’università, per poi diventarne via via coordinatore e da ultimo segretario. Aveva condotto una vera e propria campagna per l’abolizione di quel benedetto quarto d’ora accademico, ma dopo due interi mandati da rappresentante quello che ora gli rimaneva era solo una leggera forma di depressione.

− Ci sto arrivando Tommy. – Raccolse la poca pazienza rimastagli e continuò: − Ora, questo controllo delle masse si esercita attraverso piccoli, subdoli, atti di superiorità perpetrati con l’appoggio delle singole istituzioni, attraverso i quali la classe dirigente riafferma il proprio potere e non permette alle masse operaie di unirsi sotto un’unica bandiera che possa finalmente portare alla rivoluzione mondiale e al comunismo compiuto.
− Ok zio, ma non ti seguo.
Alzò la voce, senza volerlo: − Uno di questi crimini borghesi imperdonabili Tommy è proprio il quarto d’ora accademico capisci? Il fatto che i professori nel loro insieme saltino sistematicamente un quarto d’ora di lezione è un metodo di controllo! E noi dobbiamo ribellarci!
− Non potreste più semplicemente chiedere di fare un’ora intera? Magari, visto che tu fai anche Giurisprudenza, potresti redigere una richiesta ufficiale e presentarla in rettorato no? Se vuoi ti posso dare una mano.

Geniale. Era proprio suo nipote.
Si misero subito a lavoro, dapprima buttando giù una bozza condivisa che toccava più punti: da una definizione dettagliata del sistema di misurazione del tempo a una descrizione fisica del suo svolgersi su di un asse temporale condiviso e riconosciuto dalla comunità internazionale (e qui l’apporto del piccolo Tommy risultò fondamentale), per poi addurre le motivazioni sociali, politiche e culturali più rilevanti che potessero dimostrare la veridicità della loro tesi e la centralità della loro richiesta nella vita accademica. Era già l’una meno venti quando la madre di Tommy insistette affinché suo figlio andasse a letto, e non era ancora cominciata la stesura definitiva del documento. Attraverso le nozioni acquisite troppi anni prima nel corso di Procedura Civile riuscì a tradurre i concetti in un linguaggio giuridicamente rilevante in sole quattro ore. Passò il resto della nottata a compiere la stesura definitiva, di sole ventiquattro pagine, un vero record per i suoi standard. Non si lasciò sfuggire neppure un errore di battitura. Sentiva che questa poteva essere l’occasione della vita, quella che l’avrebbe finalmente portato ad essere ascoltato non solo all’università, ma anche dalla comunità giuridica nazionale. In fin dei conti era una questione di principio, una lotta di civiltà per un futuro migliore.

Erano ormai le sei e tre quarti quando si coricò. La sveglia suonò troppo presto, appena un’ora dopo. Fece giusto in tempo a lavarsi, bere un caffè doppio e mettere la camicia delle grandi occasioni. Nel tragitto tra il parcheggio ed il rettorato, oltre ad un gelo diffuso alle gambe, un turbinio di sensazioni lo pervadeva. Lo avrebbe fatto anche per Tommy, perché i posteri non venissero più asserviti per un quarto delle loro vite accademiche ai padroni del ritardo legalizzato. La puntualità, come credeva da sempre, sarebbe diventata finalmente una fede politica condivisa, qualcosa in cui credere e da mettere in pratica in maniera sistematica, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza. Anche attraverso lo sfruttamento totale dell’orario di lezione il sapere emancipante avrebbe portato una nuova coscienza di classe che avrebbe unito studenti e professori, proletari e padroni, nel ritrovarsi allo stesso orario e per lo stesso periodo di tempo, attraverso un uguaglianza effettiva pagata a caro prezzo da parte della stessa classe dirigente: un quarto d’ora alla volta il mondo sarebbe cambiato presto e del tutto.

Tutt’a un tratto si ricordò che Privato II quella settimana era alle 8.00 anziché alle 9.00. Erano già le 7.57, tardissimo. Aveva poco più di un quarto d’ora per consegnare il tutto.