#AngolidiPavia – Una casa arancione

dicembre 19th, 2018 | by Davide Spinelli
#AngolidiPavia – Una casa arancione
Pavia

[fotografia di Sandra Innamorato]

Riempio un giubbotto di jeans che era di mio padre. All’estremità superiore manca un bottone. Si è sfilato. Accanto alla panchina di legno, mi guardano due valigie. Abbastanza grandi da contenere tutto quello che ho voglia di portare con me. L’autobus in Lungo Ticino passerà fra un po’; lo aspetto qui. Che arriva da lontano. Vorrei scrivere, ma la prima persona mi sta stretta, riesco solo a dirla. Così da restare evanescente, e confermare quella domanda: ma di che parli?

C’è una donna sulla ringhiera, con le mani sopra il ferro battuto nero pece. Stringe un paio di guanti rosso granata. Come gli orecchini che pendono dalle orecchie larghe. I bordi della labbra sono molto spessi, poco prima delle rughe marcate ovunque sulle guance. Piccole, come gli occhi. Tagliati poco sopra la forma della mandorla, ma comunque timidi. Nascondono, infatti, una pupilla che non riesco a decifrare nel secondo in cui si volta e guarda il Ticino. Consapevole del punto in cui conclude la sua storia nel Po.
È chiamata dal mio colpo di tosse. Ruota il busto e mi guarda. Mi sento nudo. Credo abbia circa cinquant’anni o poco più. Il cappotto sottrae ogni forma al suo corpo. È blu avio, solo i bottoni tendono al nero. Accanto al mio, potremmo essere due sfumature del cielo, in due giorni apparentemente diversi. Che però si incontrano, come un doganiere riconosce il vicino di casa in aeroporto.

Dopo qualche minuto non la evito più, ripongo l’iPhone nel giubbotto. Mi si siede accanto chiedendomi, posso? Per essere una donna ha una voce molto bassa, che si confonde col fluire profondo del Ticino. Finalmente vedo gli occhi: cerulei. Come il pezzo di mondo che ho di fronte. Pavia e il suo cielo grigio. Pronto a scatenare danze di bianco – ma é la donna a scatenare una danza di parole.
Per prima cosa mi chiede cosa studio, perché abbiamo tutti dimenticato come parlare di noi stessi in altro modo. Mi chiede perché, se i miei genitori fossero d’accordo, se mi piace, cosa vorrei fare dopo e se penso di riuscirci. Poi il nome. Il suo è Cleofe. Mi spiega che in realtà era un nome maschile, ma che col tempo si è trasformato in femminile. Ma ancora qualcuno le chiede come mai abbia un nome da maschio – è buffo; quello a cui si tende sono le donne, ma alla fine quasi nessuno vorrebbe abbandonare le certezze maschili. È un gioco di poteri, che parte impari.

Provo a spiegarle le ragioni delle scelte, ribaltando ogni questione sulla sua vita. Scopro che gestiva un bar alla fine di via Garibaldi, e che dipingeva a tempo perso. Per lo più Pavia. Ha molto più di cinquant’anni, ma il trucco sulla sua pelle è leggero; la matita blu scuro si nota appena.
– È strano che non nevichi ancora.
– Ti hanno mai raccontato la leggenda del borgo?
La sento fisicamente più vicina, ma mi ha solo dato del tu, restando immobile nella sua posizione – le parole sono sempre dentro un cannone, con una gittata imprevedibile. Arrivano, ti agganciano, e trasportano la parte che gli interessa lontano da te. E allora tu la rincorri, perché potrebbe essere l’idea, o l’idea di un’emozione. Che non vuoi perdere. Camminando però, scopri che quello che stavi perdendo, non sta scappando, ma vuole raggiunge quello di cui ha bisogno.
– C’erano dei mercanti pavesi che un giorno arrivarono a Venezia per vendere le loro merci. In piena estate. Agosto. Molto caldo. Dopo qualche tempo riuscirono a ricavare abbastanza e decisero che potevano rientrare a Pavia. Così cominciarono a preparare tutto l’occorrente per risalire il Po e il Ticino. Un viaggio faticoso, che gli avrebbe impiegati per quasi otto giorni. Poco prima della partenza gli si avvicinò una donna con un bambino in braccio, che gli chiese se avessero un posto anche per lei. Ma tutti i marinai non le permisero di salire a bordo, tranne uno, che scelse di dividere il cibo e il letto con la donna. La navigazione all’inizio si rivelò difficile, ma dopo una sola notte, all’improvviso, uno dei marinai notò Pavia all’orizzonte. Erano già arrivati a Porta Salara. Ma c’era qualcosa di insolito ad accoglierli. Nonostante fosse agosto, la città era completamente ricoperta di neve. I marinai si svegliarono tutti di corsa per vedere cosa stesse accadendo – nessuno, però, si accorse che il bambino e la madre erano spariti. Poi, uno degli uomini riconobbe le impronte della donna sul manto nevoso. Cominciarono a seguirle, fino a quando arrivarono a una chiesa. Là, in Borgo Ticino. Entrarono, e sull’altare videro una statua simile alla donna che avevano appena trasportato. Il bambino le dormiva in braccio, e una stella brillava sul petto. I marinai, così, si resero conto di aver viaggiato per una notte intera con Maria, guidati dalla stella dei mari.

Ormai è quasi buio, e la nebbia inizia a scendere, come il sipario in teatro.
– Chi te l’ha raccontata?
La donna sorride, sollevando all’unisono quei bordi delle labbra che ora si sono fatti sottili.
– Ognuno ha le sue storie.

Sblocco l’iphone. Devo andare.
– Torni a casa?
– Si.
– Come ti chiami che non ricordo?
– Leonardo.
– Leonardo. Buona fortuna per tutto. In ogni caso, abito in quella casa arancione. La vedi? È facile da riconoscere. L’ho dipinta assieme a mio marito. A me piace molto chiacchierare. Puoi attraversare il ponte e poi possiamo prendere un caffè insieme. Ti aspetto là un giorno.
– Certo, ci penserò. A presto Cleofe.
– A presto.

Mentre tengo a freno l’adrenalina delle valigie, l’autobus dondola i miei pensieri. Rimarrà sempre sorprendente quanto le persone abbiano bisogno di raccontare le proprie storie. Condividerle. Nella rispettiva evanescenza. Che in fondo è un forma d’amore verso l’altro. C’è chi racconta, e chi racconta quello che gli hanno raccontato. In una catena di corrispondenze che non finisce. Ma ha una partenza chiara il più delle volte. Casa. Quella in cui sto tornando, quando le città si svuotano e ripieno seguendo la regola dei flussi sanguini. Ogni cosa comincia a pulsare rapidamente. L’emozione di rivedere, di riabbracciare. Di raccontarsi tutto quello che non si è potuto dire solo al telefono. Perché, per quanto dura la lettura di un libro, o la voce di un racconto, il proprio mondo si ferma e si concentra in un punto. E cominciamo a colorare quello che abbiamo, con le parole che ci ha insegnato qualcun altro.

Seduto, com’ero qualche ora prima, aspetto che il treno parta. Guardando il cielo oltre il finestrino sono sicuro che inizi a nevicare da un momento all’altro. Poi mi ricordo del gesto insolito di Cleofe prima di alzarsi dalla panchina. Si è messa un paio di occhiali da sole, interamente neri, ed è tornata nella posizione in cui era prima di cogliere la mia presenza.
Alla fermata dell’autobus, la guardavo. E mi chiedevo se sotto quegli occhiali da sole stesse ancora pensando a me – un indovinello, per vivere di qualche minuto di attenzione. Lo stesso che si cerca con un caffè, in una casa arancione oltre il Ticino.