Inchiostro a volontà 2018 | Ouverture (di Alessandro Tacchino)

dicembre 18th, 2018 | by Redazione Online
Inchiostro a volontà 2018 | Ouverture (di Alessandro Tacchino)
Concorsi

Terzo posto ex-equo al concorso letterario “Inchiostro a volontà”. Arrivato alla sua 13esima edizione il concorso tende a premiare gli studenti dell’Università di Pavia che hanno colpito la redazione e i tre giudici con i loro racconti. Alla giuria troviamo tre rilevanti figure dell’ambiente letterario: la Professoressa Gianfranca Lavezzi, lo scrittore e poeta Flavio Santi e il libraio Andrea Grisi. La premiazione si è tenuta il 5 dicembre 2018 alla libreria Il Delfino di Pavia.


di Alessandro Tacchino

Lo studente che sta arrivando è il primo e troverà l’aula vuota. Lo si vede già da lontano, da come cammina nell’aria frizzante del mattino, che è un tipo solitario, che preferirebbe starsene sulle sue: per questo, forse arriva per primo in aula. Oppure perché il suo treno, come ogni giorno, parte troppo presto dalla stazione sotto casa e non ce ne sono altri dopo che permettano allo studente di arrivare all’ora giusta, o, quantomeno, non così in anticipo. La sua avventura del mattino non è ancora finita, perché non troverà nessuno ad attenderlo dopo l’odissea del viaggio prima in macchina, poi in treno e infine a piedi, e dovrà ancora aspettare, seduto su un banco casuale possibilmente vicino quanto basta a un calorifero, che qualcuno arrivi, che la lezione inizi o che, più in generale, qualcosa accada. È un Ulisse particolare il cui viaggio non è durato più di un paio d’ore, ma che sente tutta la fatica quasi di una guerra, certamente di molte avventure: i cavalloni imprevedibili del traffico, le impenetrabili difese dei parcheggi gratuiti, le affilate gomitate dei pendolari, la bestia metallica del treno regionale, un mostro che divora il tempo, lo dilata, lo rende inutile, il canto suadente e al contempo caotico degli scolari prima della campanella e infine il vuoto infinito delle aule universitarie. Che viaggio – che eroe! Ogni mattina, ogni giorno la stessa avventura con sfumature appena diverse; un’avventura che oramai è abitudine. Ulisse si sarebbe mai abituato al viaggio, allo stare lontano da casa? Se il ritorno non fosse mai avvenuto, forse, a lungo andare, se ne sarebbe perso il senso, e muoversi sarebbe stata l’unica vita possibile. Ebbene questo studente non vuole abituarsi a questo eterno tran-tran, questo continuo esser sballottato dalle onde di un mare asfaltato: si promette, ogni mattina di ogni giorno, che il suo posto di lavoro, una volta finita l’università, sarà precisamente sotto casa sua. Neppure ha finito di ripeterselo che, insieme ai propri pensieri, nell’aula vuota rimbombano dei passi, e la studentessa che entra è l’unica persona che, quella mattina, ha voglia di vedere. Si salutano appena con un ciao e mezzo sorriso, ma sono innamorati. Innamorati! – si può esserlo di una persona con cui appena ci si scambia un “ciao” la mattina presto? Loro immaginano di sì, e fanno proprio questo: immaginano. Lei, la studentessa, è la sua Penelope. Ma cosa ti viene in mente? Penelope? Con quegli occhi brillanti e i capelli folti e selvaggi pare più un’amazzone – sia come sia, a me sembra proprio che questa ragazza dovrebbe essere la mia, di ragazza. La studentessa si siede un po’ distante, dall’altra parte dell’aula, e non tira fuori altro dallo zaino che il proprio cellulare; finge di esserne interessata, e intanto sbircia il suo unico compagno. Dovrei parlargli io per prima? Oramai dobbiamo fare tutto noi ragazze, non c’è più la galanteria di una volta! E intanto sorride, perché questo le piace e vorrebbe davvero andargli a parlare per prima; perché forse, sotto sotto, un’amazzone lo è davvero, anche se preferirebbe essere una principessa come tutte. Ulisse fa per alzarsi e andarle a chiedere una cosa sciocca, del tipo: perché arrivi anche tu così presto? Oppure: dov’è che vai di solito a pranzo? Ma si sa, il tempismo è importante, e le canzoni, i film e i romanzi d’appendice ci ricordano sempre che si trova il coraggio di farsi avanti solo quando l’occasione è già irrimediabilmente persa. Così basta l’intenzione di alzarsi tradita da un movimento agitato delle gambe per far sì che un gruppo di studentesse ben vestite e leggermente truccate spalanchi la porta per fare irruzione nell’aula. Adesso ci sediamo e te la faccio sentire. Sì, è uscita ieri sera, è il suo ultimo pezzo, ti piacerà. Ulisse perde l’occasione e si acquieta, sollevato e deluso al contempo. Il gruppo di studentesse si siede, non degna nessuno dei due di un’occhiata e inizia il proprio chiacchiericcio. La pace si rompe. Una di loro inizia ad armeggiare con il cellulare e senza preoccuparsi di mettere gli auricolari, fa partire una canzone. Non è una brutta canzone, è anzi orecchiabile: rimbomba nell’aula semivuota. I due studenti mattinieri, Ulisse e l’amazzone, si guardano l’un l’altra perché non conoscono la canzone, e perché forse tentano di essere complici di fronte a questo rumore di fondo. Le studentesse cominciano a cantare e una di loro, che, per dar adito agli stereotipi, ha la pelle d’ebano, ha una voce che è come la cioccolata calda quando è densa al punto giusto: è dolce, forte e scivola dappertutto riempiendo ogni angolo della stanza. Questo non accade, ovviamente, con la cioccolata; però a Ulisse è proprio questo che fa venire in mente. La canzone è uscita da poco, ma lei già la conosce a memoria. Ha un fisico minuto, riccioli folti raccolti in un codino stretto che sembra dover cedere, e ci si domanda come possa una voce così violenta star chiusa in un torace così piccolo. Le altre, orecchiato il ritornello, le fanno una sorta di eco a labbra sbarrate, muovendo la testa a ritmo e non sapendo se essere imbarazzate od orgogliose della loro amica. La canzone non dura molto, ma loro la rimettono ancora, e la ragazza con i riccioli scuri continua a cantare. Entrano, nel frattempo, due studenti che sembrano arrabbiati e gesticolano in modo concitato: neppure si curano della compagna che canta, certamente non si avvedono dei due studenti mattinieri e silenziosi. Parlano di politica, forse. Non può continuare così, è un insulto per tutti quanti! Che cosa significa che io non posso entrare al bar dell’università durante le ore di lezione? Il caffè è un mio sacrosanto diritto! Non parlano di politica, è evidente, ma questa cosa del caffè li fa infervorare molto. Cosa dovrei fare? Aspettare che tutto l’ateneo finisca le proprie lezioni per avere il mio dannato caffè? Quasi se lo immagina, Ulisse, a salire su un banco e proclamare a gran voce i propri diritti: il Robespierre dei caffè. Avrebbe ghigliottinato il rettore per un caffè? Per il dolce aroma arabico avrebbe fatto carte false, avrebbe fatto scoppiare una rivoluzione? In piedi sul banco avrebbe radunato folle assonnate bisognose di caffeina e di novità, di ribellione e anticonformismo. Occupato l’ateneo, avrebbero guidato la rivolta anche altrove, laddove il caffè, forse, sarebbe stato ancora proibito. La cantante non si cura del tono irritato dei due che si chiedono l’un l’altro: ma che fa – canta? Dopo poco (siamo alla quarta volta che la canzone viene fatta ripartire) arriva un nutrito gruppo di studenti la maggior parte dei quali ha tra le labbra una sigaretta che non spegne prima di entrare. Indossano tutti una giacca di panno blu sotto cui sta un dolcevita nero. Uno di loro porta gli occhiali, un altro un cappello a tesa. Stanno chiacchierando di filosofia, uno di loro sta difendendo l’opera di Heidegger. Non guardano nessuno negli occhi, non salutano, sono coinvolti a tal punto dalla discussione che appena si accorgono di essere entrati in un’aula. Uno di loro si siede, accavalla le gambe e con un gesto lento e stanco fa cadere la cenere sul pavimento. Gli altri restano in piedi e posano le cartelle. Tra di loro c’è una coppia che non si tiene per mano, si guarda intorno e cerca un posto dove sedersi. Non hanno preso parte alla conversazione filosofica perché hanno in mente altro. Trovato l’angolo giusto, infatti, cominciano a pomiciare come se la stanza fosse vuota, sulle note della canzone che loro ascoltano per la prima volta. Si infilano le mani sotto la maglietta, alle volte si scambiano una parola, più che altro ansimano e prendono fiato per ricominciare a baciarsi. Non dico che gli studenti non escano dalle aule solo per prendersi un caffè, e non è giusto certo, ma –Ascoltiamola ancora una volta, dai, l’ultima, poi adesso la sto imparando anch’io! – Sì, ma guarda che non sono nemmeno le nove e ho già il telefono scarico e –Di Nietzsche ho letto tutto, non si può definire un nazista; Heidegger invece –Ma smetteranno di pomiciare almeno quando arriverà il prof oppure –Ciao. Senti, volevo chiederti se, ecco, oggi a pranzo non avessi voglia di –

Il professore entra e sente un gran baccano, puzza di fumo e la musica che rimbomba, vede due ragazzi avvinghiati in un angolo e uno studente che quasi mette le mani addosso a un altro. Grida a gran voce e tutti si voltano: cala il silenzio. Buongiorno – dice. Non vi lascio il quarto d’ora accademico per allestire un circo.