“Dolore minimo”: recensione alla raccolta poetica di Giovanna Cristina Vivinetto

dicembre 17th, 2018 | by Ludovica Rossi
“Dolore minimo”: recensione alla raccolta poetica di Giovanna Cristina Vivinetto
Attualità

<<La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.>>

La Foscolo di Pavia, nobile aula universitaria, sprigiona la sua aura poetica, prestandosi a sede della presentazione del libro Dolore minimo di Giovanna Cristina Vivinetto, recentemente edito da Interlinea Edizioni, svoltasi durante le ore pomeridiane di giovedì 15 novembre, con il sostegno del Collettivo Prisma (associazione attiva su Pavia da circa un biennio, finalizzata alla promozione di eventi culturali e all’utilizzo della cultura quale mezzo per la divulgazione di tematiche di interesse comune).

L’opera, un autentico “romanzo in versi”, come lo definisce l’autrice stessa e come sottolinea il presentatore dell’incontro Federico Francucci (ricercatore ed insegnante presso l’ateneo pavese), richiamandosi alla sua conformazione strutturale e all’intrinseco sfalsamento temporale, irrompe con forte originalità nel panorama letterario contemporaneo, attestandosi il primato di raccolta che affronti, con l’ausilio della forma poetica, il tema della transessualità. Appellandosi al concetto primo di poesia, concepita alla maniera degli antichi come racconto di una storia ed illustrazione delle cause radicate dei fenomeni, la Vivinetto, dopo un travagliato periodo di negazione-accettazione, consapevole dell’importanza della condivisione comunicativa, sceglie di prendere parola in prima persona, adempiendo a un duplice imperativo morale: porre un freno alla consolidata tendenza delle società occidentali di ergersi a portavoce delle minoranze e, parimenti, raccontare il suo personale percorso, storia di una trasformazione e di una transizione, facendo della stesura del libro un’attività terapeutica.

Etimologicamente il termine “transizione”, estrapolato dall’ambito chimico, indica il passaggio da una condizione sfavorevole ad una migliore e maggiormente vantaggiosa: definizione perfettamente calzante nel rispecchiare l’esperienza della poetessa, la quale in un compendio di settanta componimenti articolati in tre sezioni rispettivamente intitolate Cespugli d’infanzia, La traccia del passaggio e Dolore minimo (quest’ultima a sua volta tripartita), ripercorre l’arco della sua esistenza, in una tripartizione di tempi e di condizioni, avviando un processo di recupero di qualcosa che, inizialmente perduto e come “intrappolato nei cespugli d’infanzia”, passando attraverso il massimo grado di sofferenza ed una fase di metabolizzazione, soltanto al termine della raccolta e della “metamorfosi” sarà autenticamente superato e riconosciuto come proprio dalla protagonista, che giungerà alla riappropriazione del dolore, elemento fondamentale e distintivo della condizione umana. Una narrazione in prima persona, dove a prevalere risultano i pronomi sui nomi, in un continuo, miscelato dialogo tra un “io” e un “tu” ossimoricamente distinti e uniti, discosti e attigui, intrinsechi ed estranei, in un rapporto di mescolanza e alterità, in un incontro impossibile tra categorie opposte eppure coesistenti. Mediante un lessico specifico e particolaristico della condizione transgender ed una compenetrazione del binomio transito-poesia, riscontrabile nella dimensione meta-poetica ricreata (come si evince dal contenuto della prima ed ultima lirica, poesie imbevute di poesia), Giovanna Vivinetto delinea un racconto, personale ed universale al medesimo tempo, ripercorrendo l’iter medico, giudiziario e soprattutto interiore, affrontato verso il traguardo della femminilità, per lei emblema della conquista di una condizione di benessere e pace con il proprio corpo e animo.

<<Ho iniziato ad esistere in un’aula di tribunale, senza culle né vagiti>>

scrive, arrivando a rivolgere l’appellativo di “papà” al giudice che, in seguito al conseguimento di un permesso giuridico, con ruolo paterno attua la nominazione, come in una sorta di secondo battesimo, segnando l’avvio della transizione, l’inizio della nuova vita. Versi profondi e toccanti, invito a superare la tradizionale idea del transito, molto spesso associato ad una mera alterazione del visibile, ad un mutamento di natura prettamente fisica, dovuto alla perdita di ormoni e all’attuazione di un intervento chirurgico; ricordando che l’animo è un elemento dell’essere umano che sfugge alle classificazioni abituali, ai parametri convenzionali, ai giudizi stereotipati; che tra uomo e donna si frappone non una linea di confine netta, rigorosa, schematica, bensì la vastità insormontabile e la ricchezza incolmabile di un proprio io, dotato del diritto di compiere una scelta che ognuno di noi dovrebbe risultare in grado di, per quanto non condividere, proteggere o cercare di assecondare.

<< Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.
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