Una dieta vegana non ci salverà, ma il km0 forse sì

dicembre 1st, 2018 | by Ilaria Bonazzi
Una dieta vegana non ci salverà, ma il km0 forse sì
Attualità

Alimenti come la quinoa, la soia e l’avocado, cose di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza fino a qualche anno fa, sono recentemente entrati a far parte, se non proprio della nostra dieta, dei nostri supermercati, e diventati il simbolo del cibo sano ed ecologico.
Ora, posto che la scelta di mangiar sano o meno è un fatto personale e a nessuno s’impone niente com’è giusto che sia, analizziamo il secondo punto, quello dell’ecologia, che non è soggettivo né opinabile: è vero che la quinoa, la soia e l’avocado hanno un minor impatto ambientale? E se sì, a quale prezzo?

La quinoa viene coltivata in Bolivia e in Perù da migliaia di anni, ed essendo un alimento molto nutriente ha sempre fatto parte della dieta degli abitanti di questi paesi. Quando l’ha scoperta anche il resto del mondo, però, le cose hanno iniziato a farsi più complicate: il prezzo della quinoa sul mercato è aumentato al punto da diventare inaccessibile per i locali, che possono soltanto produrla e venderla, e i campi sui quali prima si coltivavano diversi tipi di ortaggi sono diventati monoculture di quinoa. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa due euro e mezzo, quattro volte il riso e sei volte un panino al fast food. Lo stipendio dei contadini è rimasto invariato, quindi per un contadino peruviano o boliviano è ormai immensamente più conveniente mangiare hamburger e bere Coca-cola rispetto ai prodotti del suo terreno, e chi prima era povero ma sopravviveva grazie alle proprietà nutritive della quinoa adesso muore o soffre di malnutrizione cronica.

In Messico e in Cile, invece, l’avocado è diventato uno dei principali prodotti da esportazione, tanto da essere ribattezzato dai locali oro verde”. Anche lì, come in Bolivia e in Perù, i terreni sono ormai quasi tutti monocolture di avocado e gli agricoltori, per soddisfare la domanda in esponenziale aumento e diminuire il più possibile i costi di produzione, usano fertilizzanti e prodotti chimici di scarsa qualità che inquinano il suolo e l’aria.
Inoltre, il principale problema dell’avocado è che richiede un’enorme quantità d’acqua, sostenibile se si tratta di una produzione limitata, ma che a questi livelli sta mettendo seriamente sotto pressione le riserve idriche del paese: per avere un’idea delle proporzioni, con 20 litri d’acqua si producono 500 grammi di lattuga, mentre per la stessa quantità di avocado ne servono 272, duecentosettantadue, e 500 grammi di avocado corrispondono a tre frutti, tre.

La soia, infine, rappresenta forse il problema più significativo, perché soggetta a una doppia domanda: le coltivazioni principali si trovano in Sudamerica e si estendono per oltre un milione di km quadrati – che corrispondono, per intenderci, a tutta l’Europa settentrionale – e sono tra le principali cause di deforestazione dell’Amazzonia. Il 76% della soia prodotta è destinata a diventare cibo per gli animali negli allevamenti, quindi il fatto che il consumo di carne sia in aumento, sommato a quello “nuovo” della soia in sé, dà luogo a una deforestazione e un’emissione di prodotti chimici da coltivazione intensiva sempre più feroci.

Siamo di fronte a un panorama confuso, in cui da un lato il consumo esagerato di carne sta causando delle ormai note catastrofi ambientali, dall’altro se smettessimo tutti di mangiarla e puntassimo su alternative come quinoa, soia o avocado aumenterebbero la deforestazione, il consumo di acqua e le crisi nei paesi d’origine. Che fare, dunque?

Allevamenti e colture intensivi nascono perché la produzione viene concentrata in singoli posti e poi esportata: ad esempio, la quinoa viene coltivata in massima parte in Bolivia e Perù, ma esiste anche quella italiana, che non causa né inquinamento legato all’esportazione (fattore non trascurabile, visto che le esportazioni avvengono su mezzi che consumano petrolio ed emettono gas) né stravolgimenti nella vita dei contadini. Lo stesso discorso vale per la soia, per l’avocado e anche per la carne, indipendentemente dalla questione etica sul mangiarla o meno. Quindi, una possibile scelta sarebbe investire sul km 0, sull’agricoltura e l’allevamento locali, in modo da disincentivare le produzione intensiva e tutti i danni ad essa connessi, che non vorrebbe dire azzerarli, ma almeno ridurli, specialmente se diventasse una decisione nazionale o addirittura mondiale.
Sì, il cibo a km0 costa di più, e qui sta il problema. Una multinazionale sarà sempre più conveniente di qualsiasi alternativa locale, risparmia sulla produzione, sulla tutela dell’ambiente e sulla qualità, e il risultato è che costa meno e vende di più. Quel che risparmia, in realtà, lo paghiamo lo stesso, lo paghiamo con il riscaldamento globale, lo paghiamo con la deforestazione, lo paghiamo con le malattie che mangiando cibi di qualità anche solo lievemente migliore potremmo evitare, ma è un ragionamento che guarda a dei cambiamenti a lungo termine a fronte di uno che prende in considerazione dei fattori immediati e sicuramente non sarà un pasto al McDonald ad ucciderti, quindi per stavolta passa, e anche quella dopo, e quella dopo ancora.

La scelta è tra pagare meno raccontandosi che tanto non cambierà niente e pagare di più per un consumo consapevole, ed è un tipo di ragionamento che dovremmo iniziare a fare, ancora prima del vegano sì / vegano no, prima dei gusti personali e prima delle diatribe sul fatto che un hamburger di soia non sia un vero hamburger.
Perché i dati fanno rabbrividire, e anche se ignorarli è un atteggiamento molto di moda non possiamo più permettercelo.

Sitografia:
https://www.lastampa.it/2014/06/03/scienza/wwf-non-mangiamoci-lamazzonia-la-soia-per-allevamenti-la-causa-della-deforestazione-HSPsQIi7wmHz2K9trOLS5M/pagina.html
https://www.lastampa.it/2017/05/27/scienza/il-boom-della-quinoa-buona-per-la-salute-non-per-le-ande-JRPFfuZqOtByOIXVnhJAvI/pagina.html
http://www.expo2015.org/magazine/it/sostenibilita/km-zero-.html
https://ilfattoalimentare.it/avocado-sostenibilita-messico.html
https://www.internazionale.it/reportage/alice-facchini/2017/07/24/avocado-cile-acqua
http://www.globalprice.info/en/?p=peru/lima-restaurant-prices