#AngolidiPavia – ChiaroScuro

dicembre 1st, 2018 | by Davide Spinelli
#AngolidiPavia – ChiaroScuro
Pavia

Foto di Chiara Zoppi

– L’8 settembre 1943 mio padre mi caricò sulla bici e cominciò a pedalare. Controllava una stazione dei carabinieri a Scerni, che durante il regime fascista aveva assunto lo statuto di “campo di internamento per dissidenti politici”. Quella mattina, poco dopo l’alba, liberò tutti e iniziò a macinare chilometri. Rimbalzavo sul portapacchi mentre la bici sfrecciava lungo le strade quasi deserte. Tanti sassolini che rotolavano silenziosi. Non capivo se stessimo scappando, o solo tornando a casa. Che poi è quello che accade. A Scerni c’eravamo arrivati perché mio padre era stato trasferito per ragioni di servizio militare. Ci frequentai le elementari – tra le montagne abruzzesi. Dopo il ’43 tornammo a Fano e iniziai le medie, ma sapevo poco e niente e persi due anni. Si chiamava Vincenzo, come tuo padre.

L’ho fatto entrare dall’ingresso principale lungo Strada Nuova. Il cielo è terso, il cortile della statue, immobile, ci segue con lo sguardo. Foscolo, Volta, Beccaria… Oltrepassiamo gli annunci sulla sinistra – le persone che cercano un rifugio da cui intravedere l’abbozzo di un futuro. Le lampade pendenti dal soffitto sembrano tutte l’uovo della Sacra Conversazione. Bruciano con l’ardore delle lanterne antiche. Il sole sta per guardare altrove anzitempo: ricorda che è inverno. Superiamo il cancellato e battiamo largo Giorgio La Pira. Sulla destra l’Aula Magna. Mi guarda con consapevolezza. Ho un pizzico di paura. Ma una volta è stato proprio lui a dirmi, la paura di deludere proviene dall’amore più intimo che puoi custodire.
È strano, mio nonno non è mai stato un uomo di tante parole. Anzi, per lo più fluiscono cesellate, come se subissero un’attenta censura prima di rivelarne la forma. Ma col tempo, si erode ogni roccia. Devono averlo ispirato gli ippocastani di Piazzale Leonardo da Vinci. Sediamo sulle panchine verdi. Il sole è sempre più basso e qualcuno ha lasciato aperto il flusso d’acqua della fontanella in ferro. È la prima volta che mio Nonno viene a trovarmi.

– Quando tornammo a Fano mi sentivo a casa. L’odore del pesce sarà sempre famigliare. Condito da quello acre della salsedine di porto. All’improvviso c’era chi diceva che eravamo finalmente liberi. Ma ero un bambino, e non capivo bene di cosa fossimo stati prigionieri prima. Sicché c’era chi intonava cori sulla libertà e chi invece cantava tutt’altro. Non c’era più nulla che fosse unito. Il paese si era irrimediabilmente spaccato in due, quando – mi disse mio padre – un certo Badoglio aveva firmato l’armistizio con le forze alleate qualche giorno prima. Da lì in avanti era valido tutto. Quelli che prima non ammazzavano cominciarono a farlo per vendicare i loro morti, e quelli che lo avevano già fatto continuarono semplicemente. O da una parte o dall’altra. Mi ricordo che mi sentivo solo. Come se fossi un piccolissimo bambino in una piccolissima parte della terra, completamente solo. I partigiani torturavano, i fascisti torturavano. Era una medaglia che continuava a girare su se stessa talmente veloce che diventava impossibile distinguerne i volti. Italiani che trucidavano italiani, mentre i tedeschi prendevano alle spalle entrambi, come per la divisione Aqui.

Ha un ruga ben marcata sulla guancia destra, quella che vedo più vicina. I capelli grigi e radi. Il viso completamente glabro. Dal capotto si intravede la camicia rigorosamente senza cravatta – mi ha sempre detto di averla indossata abbastanza nella sua vita.

– Lungo Corso Cavour – si chiama così? – ho letto “Dux Mea Lux”; poco più avanti invece c’era scritto “Fascisti senza denti sono meno intraprendenti”. Siamo ancora là, gran parte dell’Italia non si è ancora mossa. La dicotomia da cui siamo nati non ha ancora trovato una soluzione unica, che la pacifichi.

Si piega e dispiega. La ruga. Ricorda la contrazione del cuore. Improvvisa un sorriso.

– A volte credo che tu faccia bene a fare quello che fai. Avere sempre una doppia ipotesi, che però parta da una base comune, a differenza della moneta di prima. Leggevo una frase di Leopardi sul computer l’altro giorno a riguardo: “All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso con l’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo generi di obietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose”.

Ripone il telefono in tasca.

Resto sempre interdetto quando ascolto mio nonno parlare in questo modo. Mi sono sempre chiesto se sia un modo di mettermi alla prova, o uno stratagemma per implementare la mia consapevolezza. Oppure il verbo del ringraziamento, per avergli fatto vedere le cose da un altro punto di vista. Ma come ogni maschio della famiglia è troppo orgoglioso per ammetterlo. Solo io ho l’autorizzazione a mostrarmi debole, per la mia giovane età.
Oppure, a 83 anni, i ricordi lo stanno completamente sommergendo. Riesce a sbucare dall’acqua solo talvolta. E in quei momenti rivela qualche suo pezzo di vita. Sarà per questo che ultimamente legge molto, e cerca anche lui, come me, le cose doppie.

Prendiamo le bici noleggiate e torniamo in Strada Nuova. Il sole è evaporato. C’è solo la nostra immagine in chiaroscuro e un abbozzo di certezza in più: la ruga sul viso, è un po’ un punto e virgola – siamo quello che abbiamo ora, più tutto quello che abbiamo superato, o meno.