Recensione a “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

novembre 21st, 2018 | by Cecilia Brotzu
Recensione a “La terra del rimorso” di Stefano Modeo
Cultura

Un’opera in cui la grande forza espressiva si accompagna a una sintassi lineare, in cui versi più lunghi sono accostati ad altri molto brevi, che accelerano il ritmo. Il mare e il viaggio, topoi letterari fin dalle origini, divengono leitmotiv della raccolta in modo quasi ossessivo. Come osserva Roberto Deidier nella prefazione, “il mare è la scenografia prediletta dalle allegorie sociali”: dall’”onda di mare che brucia salina/ quella ferita mal ricucita di spina” ai “navigatori attenti”, l’immagine percorre in modo preponderante l’intera opera. Quelli che a una prima lettura sembrano testi volutamente trascurati sul piano formale, si rivelano, a un’analisi più attenta, estremamente curati: ogni componimento si caratterizza infatti per la ricorrenza di termini appartenenti allo stesso campo semantico, spesso posti in posizione enfatica nel verso. Significativa è a questo proposito la poesia I della raccolta, nella quale il lessico del suono è particolarmente insistito: “gli Umiliati hanno/ silenzi notevoli/ E se fossimo un suono/ saremmo per le orecchie di un sordo./ Sullo spartito:/ eserciti di semibiscrome” (vv. 4-8). Se il topos dell’ineffabilità affonda le sue radici nella letteratura più antica, qui il “suono per le orecchie di un sordo” viene declinato nei termini di rivendicazione storica e collettiva. Il rimorso, tema centrale già dal titolo, viene infatti efficacemente esplorato nella sua dimensione sociale: ricorrono in tutta l’opera, senza soluzione di continuità, verbi coniugati alla prima persona plurale (“urleremo”, “liberiamoci”, “ci guardiamo”…), accompagnati da figure che rimandano alla collettività, quali “la piazza”, “la città”, talvolta in coppie antitetiche (“I viali solitari”, IX). Come scrive l’ispiratore del titolo, l’antropologo Ernesto De Martino,  non si tratta soltanto della “pungente rammemorazione di una scelta mal fatta e l’esigenza di una scelta riparatrice”, quanto al “conflitto irrisolto in cui la presenza individuale è rimasta imprigionata […] Il rimorso non sta nel ricordo di un cattivo passato, ma nella impossibilità di ricordarlo per deciderlo e nella servitù di doverlo subire mascherato in una nevrosi”. Risulta evidente l’irriducibile contrapposizione tra uno e molti, che ritorna a più riprese nella raccolta; si veda, per esempio, la poesia VII: “A morte l’io./ Il pensiero nasce sempre per contrapposizione/ No!:/ sovvertire il punto esclamativo:/ noi.” (vv 6-10) e II: “(e in molti dicono:) Questo è l’anno giusto./ (e in molti dicono:) Dentro ma contro./ (e in pochi dicono:) Sciopero.” (vv. 4-6).

In ultima analisi, l’opera si propone di mostrare, con lucido cinismo ma al contempo con partecipazione, una Taranto non idealizzata, “una città che nel suo stesso nome porta le radici di quella storia arcana, pur avendo vissuto, sul proprio tessuto dilaniato, le ferite inferte da un’industrializzazione senza scrupolo e senza controllo” (Deidier).

 

 

 

 

Immagine:

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