#AngolidiPavia – L’astronave del fuorisede

novembre 15th, 2018 | by Davide Spinelli
#AngolidiPavia – L’astronave del fuorisede
Pavia

FOTO DI ANTONIO EMMANUELLO

 

Ci sono mattine in cui mi ritrovo per terra, perché ci ho dormito o forse sono solamente caduto dal letto. È il sintomo di una mancanza: si direbbe paura di cadere, che non è voglia di volare. Ma di dormire. E la domenica mattina serve a questo. Gli inglesi dicono recollet. Ecco: ricollegare, raccogliere, riordinare, riattaccare.
Per fortuna non vedrete mai una foto della mia camera, perché lì sarei davvero costretto a dormire per terra ogni sera. La regola che i vestiti non si devono accumulare sul letto non può durare per più di qualche giorno. Cominciano a nascondersi pacchetti di sigarette, accendini e cose di cui non si può parlare. Cose che generalmente tendiamo a chiamare emozioni. La domenica mattina le cataloghiamo, tra chi acquista la lettura del corriere, tra chi dorme sul serio, tra chi si sente in colpa perché l’alcol non permetterà alcuna forma di studio. È domenica. L’astronave sta per partire.

Piazza della Vittoria è avvolta in una patina di pioggia. Una pellicola impalpabile, che bagnerà il mascara. Ancora non ci sono arrivato, ma ci scommetterei tutto quello che ho – spero di perdere. Eccomi che alzo la testa dal pavimento freddo. La temperatura sfiora i 13 gradi ma il termostato deve rimanere cauto: la bolletta costa. Indosso un paio di jeans macchiati sul ginocchio destro: non mi preoccupo di essermi sporcato, ma mi chiedo perché non li ho tolti. Troppo freddo? Sul terrazzo fumo la prima sigaretta della domenica e riconosco il mio ghetto. L’adrenalina rissosa della sera precedente è sbiadita dentro la camera bianca. Ma di chi è la camera? Lei dorme con lei. Lui dorme con lui. Tutti sullo stesso fianco, a formare una sequenza improbabile di corpi incastrati come fossero un puzzle. Gli odori spezziati di sangue salgono e conquistano l’aria come fosse il 14 luglio. Comunque lei si chiama Clelia, lei che dorme più in là, prima che arrivi il pavimento ghiacciato, dove ho ritrovato l’inizio di questa domenica di ottobre. Un po’ per caso, un po’ perché per lei dormirei pure su una mensola (ridono anche le forchette sporche in cucina). L’ho conosciuta l’altra sera sotto la base di lancio, in Piazza del Duomo. Sulle scalinate, dove gli aliti si mescolano il mercoledì sera. Mi ha guardato e mi ha detto: che hai saputo di me? Poi si è sciolta le labbra, mentre i capelli restavano infuocati. Buffe le donne che pensano che anche noi potremmo essere complicati.

Chissà che penserebbe Clelia se sapesse che quasi ogni domenica mi metto all’angolo di Piazza della Vittoria e me la guardo. Davanti a Tiger, ecco, l’astronave è pronta. Un pezzo gigante di terra che sembra sospeso, che domina una città intera nella sua immortale fermezza. La testa ancora un po’ mi gira, ma in realtà ho bevuto poco. Mi sono solamente ubriacato di persone: tutte bellissime, che mi passavano davanti senza io che potessi afferrarne una. Neanche una parola: un mucchio di storie che mi sfilano davanti come pesci nella corrente. Veloci. Ma Pavia è piccola, e ritornano tutti il mercoledì sotto l’astronave. Perché di domenica si dorme, ma c’è chi come me vuole continuamente viaggiare. Ecco a che serve quell’astronave. Il cui nome, è il momento di dirlo, l’ho rubato al Nonno. Quando ripeteva che al posto del carabiniere avrebbe voluto fare l’astronauta. E allora convertiva la sua stazione di comando in un base ribelle, pronta ad attaccare l’impero.

L’astronave scalda i motori, e più mi avvicino più i contorni della mia inquadratura sfumano. Si fanno neri. Guardare le cose da vicino a volte illude. Mi sento Elliott, pronto a dire addio a E.T. . E lo so, lo so che è solo domenica. Ma io questa astronave la sento anche dentro, che pulsa. Che vorrebbe partire e lasciare le briciole sulla base ottagonale su cui poggiano i bordi. Fiera. Quasi tonda e quindi poco perfetta. Ma sincera. Di mattoni. Costruita come un puzzle a spina di pesce – chissà se dormono ancora gli altri. In cima il lanternino, che con la nebbia, di notte, forse è verde. Lo stesso di Daisy e Gatsby. Lampeggia. Un’astronave è anche una macchina del tempo?
Perché a guardarla con la forza dell’estate, la nebbia evapora, e si presenta con la sua prestanza dirompente. Chissà che ha nella testa. Chissà perché resta, e non parte.

Pin. Un messaggio dalla mia coinquilina, ti aspetto per cena? Cena? Ma quand’è arrivata? Torno sul pavimento e raccolgo le mie cose, gli oggetti che dicono di appartenermi. Clelia è sveglia. Non c’è più nessuno. Mi guarda: resti stasera?