All you need is ROCK – L’invenzione dei giovani in Italia

novembre 15th, 2018 | by Luca Befera
All you need is ROCK – L’invenzione dei giovani in Italia
Cultura

Di Luca Befera e Roberta Licitra

Spesso chi non ha vissuto in prima persona il Sessantotto per motivi di età, immagina un periodo di fermento fatto di manifestazioni, rivolte e soprattutto da giovani che hanno avuto la forza e il coraggio di ribaltare e stravolgere un mondo nel quale non si riconoscevano. Questo è stato detto a noialtri giovani, che a cinquant’anni esatti da questo epocale evento siamo portati a concepire convenzionalmente un momento netto di rottura tra il suo prima e il suo dopo. Ma quali sono state le dinamiche che in quegli anni hanno coinvolto i protagonisti del movimento? Quali processi culturali ne definiscono le connotazioni portandone vivide reminiscenze fino ai giorni nostri?
A queste domande cerca di dare delle risposte la mostra All you need is ROCK esposta presso il prestigioso Salone Teresiano fino al 9 dicembre. Similmente alla prima edizione tenutasi presso l’Associazione Culturale ADAFA di Cremona dal 17 Marzo all’8 Aprile, gli studenti del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali hanno voluto ricostruire attraverso materiali fotografici, riviste, copertine, ecc. il delicato iter che ha visto innestarsi in Italia le radici della cultura beat. Il progetto, proposto e avviato dagli studenti stessi grazie alla collaborazione dell’Associazione degli Studenti di Musicologia e Beni Culturali e dei fondi ACERSAT, nasce in seno al corso di Storia della Fotografia tenuto dalla Professoressa Elena Mosconi. Nell’arco di diversi mesi di ricerca, i ragazzi si sono trovati a destreggiarsi tra archivi di fotografie e riviste sia pubblici – Apice dell’Università di Milano, CSAC dell’Università di Parma, Rodrigo Pais dell’Università di Bologna – sia privati – Farabola di Milano (sede di Vaiano Cremasco) e Studio Leoni di Genova – grazie anche alla collaborazione offerta da eminenti collezionisti come Renzo Chiesa, Fabio Treves, Furio Sollazzi, Mino Profumo, Roberto Crema, Nino Gatti, Paolo Canevari, Gigi Da Rù e Paolo Testa. Il campo di indagine è stato volutamente e doverosamente limitato a una rigida selezione di concerti: dalla prima tournée dei Beatles in Italia nel ‘65 sino a quelle dei Genesis del ‘72-‘73, passando per Rolling Stones, Jimi Hendrix, Pink Floyd e Led Zeppelin.
Il materiale è stato predisposto all’interno delle teche della sala, tracciando un percorso cronologico che il visitatore può ripercorrere tappa per tappa. Avanzando tra di esse ci si accorge di come, nell’arco di pochi anni, la musica non abbia faticato ad imporsi come mezzo di aggregazione e di conformismo fra tanti giovani, nonché come un veicolo di trasmissione fondamentale delle proprie idee. Tra le foto di folle in delirio e quelle che immortalano e mitizzano gli idoli dei propri tempi, si palesa immancabilmente la nascita e l’affermazione di un nuovo tipo di pubblico, sempre più consapevole di ciò a cui assiste. Parallelamente alla spettacolarizzazione dei concerti – si pensi ai Genesis e ai travestimenti di Peter Gabriel – compaiono le prime vere critiche e i media istituzionali includono con sempre maggior frequenza le band angloamericane nella loro programmazione; proliferano le fanzines pregne di rubriche di corrispondenze, recensioni, poster e informazioni sui gruppi. Dal famoso articolo polemico Sono uscito vivo dall’inferno dei Beatles pubblicato da Giovanni Arpino su Tempo nel ’65, si passa alla prima vera recensione su Jimi Hendrix firmata da Daniele Ionio nel ’68 sull’Unità.
La comparazione fra le diverse fonti mediatiche, quali articoli, vinili o altro a seconda della pertinenza, è la base stessa del lavoro espositivo. Caratteristica che contraddistingue la mostra pavese dalla precedente è la ricca documentazione originale raccolta, grazie alla collaborazione con diversi collezionisti, che ha favorito continue contrapposizioni e rimandi tra foto e riviste. Al fine di ricostruire un contesto poco chiaro, non sono state tralasciate le testimonianze orali di chi ha vissuto in prima persona quegli anni: mentre a Cremona era stato predisposto un quaderno nel quale i visitatori potessero riportare le loro esperienze sui concerti presi in considerazione, a Pavia è stata organizzata una vera e propria campagna di raccolta di testimonianze dirette. Attraverso la formazione della pagina Facebook “Io c’ero”, il pubblico è stato invitato a condividere la propria esperienza riguardo il concerto dei Genesis tenutosi al Palazzo delle Esposizioni nel ’72: l’iniziativa ha riscosso un notevole successo, valorizzando l’omaggio alla città di Pavia.
Le moltissime fonti esposte nella mostra indicano un panorama affascinante e complesso, mostrando degli aspetti significativi dell’opposizione, dell’integrazione e dell’affermazione del noto movimento controculturale in Italia. Dal canto nostro, in quanto musicologi, non siamo interessati alla mitizzazione quanto alla ricostruzione, la quale non va a detrimento dell’importanza dei movimenti sociali ed anzi ne amplifica le potenzialità storiche. La mostra in questione, appunto, ricostruisce un ambiente complesso la cui portata leggendaria tende soventemente a nasconderne la realtà dei fatti e quindi, a nostro parere, a mistificarla. Così come siamo consapevoli che concetti come la realtà o la verità siano ben lungi dal poter essere affermati univocamente, siamo anche convinti che il compito della storiografia sia quello di ricostruire – nel senso di riedificare – attraverso l’analisi delle fonti i significati che la comune idealizzazione tende a nascondere, liberando così la portata comunicativa che un movimento culturale serba verso il futuro ed aprendo le porte a nuove e proficue prospettive.