#AngolidiPavia – Vicoli e vincoli

novembre 2nd, 2018 | by Davide Spinelli
#AngolidiPavia – Vicoli e vincoli
Pavia

Succede che ho paura il cuore esca dal petto, quando corro tra i vicoli di questa città. Dovrei rallentare, o smettere di fumare. Fa male. Ma questo tipo di cose ci piace, un po’ come le strade di Pavia che si restringono, sempre di più. L’infinto sembra a un passo, e in un secondo sparisce l’illusione di cui stavamo godendo.

Ci sono i tavoli dei ristoranti, le cose sparse nel cuore rosso della città, i mattoni, le mura spezzate e i disegni abbozzati sui muri quasi bianchi. Sporchi. Il tempo e l’uomo sono capaci di corrodere qualsiasi cosa insieme – l’unico modo in cui possiamo vederci suoi complici. Tra i vincoli che le strade ci impongono, e che tra di noi aumentano, mentre siano seduti al bar e guardiamo negli occhi chi ci sta di fronte, quanto è difficile chiedere “come stai?”

Pavia, se la guardi dall’alto forse non ha senso, come se il dito di un’artista avesse tremato davanti a un volto troppo bello. Perché qui, la vita sale e scende. Tocca l’acqua e poi risale, si stringe, non respira, si apre a lunghi percorsi in cui hai cosi tanto tempo per chiederti chi sei che finisci per fumare soltanto. C’è tempo. C’è quasi sempre.
Correndo gioco a ricordare a memoria i nomi dei vicoli. Vicolo del Senatore, della Malora, di Volta Rabbiosa… Per eludere la fatica e imparare un mondo di cui non saprò mai fino in fondo. Tutti gli umori, le impressioni, le incertezze di questa città si trovano riflesse nelle domeniche uggiose dell’autunno coriace in cui ormai è freddo, e la sera serve la sciarpa attorno al collo. Le ragazze sono le prime a indossarla. Le cose piacciono sempre a tutti, fino a quando non arrivano nella loro spregiudicata corporeità.

Dopo pranzo i bar si riempiono. Le opinioni bollono, e le canzoni s’intravedono solamente dall’eco dei diffusori. All’angolo, dietro Piazza Vittoria, due vicoli si incrociano nella confusione di un locale a vetrate rettangolari. Piove, ed è una novità per i turisti spagnoli, ma non per la famiglia che mi siede di fronte. Lei accavalla le gambe; segue la regola non scritta di farlo verso destra, oltre il tavolo, rivolgendosi a chi arriva. Come in ogni piccola strada illuminata dal sole di fine ottobre – quando si ricorda di spuntare – Il bambino ha i capelli biondi e solamente un dente coperto dalle labbra sottilissime. Per la luce al neon, i capelli attorno alle orecchie sono bianchi. È vestito meglio di me. Camicetta a quadri, aperta sul collo esile, dalla carnagione che dimostra il perché de suoi occhi “mare”. Nè blu, né azzurro. E neanche Oceano, ma mare, nel loro riflesso pacato della luce.

Che mani piccole. Brandisce un ombrello rosso, come fosse una redine della slitta di Babbo Natale. E corre tra i vicoli e vincoli della gente. Più in là, sta sollevando la tazzina del caffè un uomo con l’impermeabile verde e la scritta Heineken sul petto. Legge Repubblica, sotto cui è custodita una copia di Vincoli di Kent Haruf. Ma esce domani. Ho visto male. La pelle del viso è rasata. Sarei curioso di sapere quale canzone sta ascoltando nelle cuffie bianche dell’iPhone, ma il bambino spegne la luce. “Come ti chiami?”

Il ponte è finito, e la domenica raccoglie il suo consueto carico di nostalgia. I vicoli riprenderanno a intrecciarsi vorticosamente domani che è lunedì, e il trapezio storto di Pavia dormirà più tranquillo sotto questa pioggia copiosa. Dicono smetterà. E ci credo, perché la natura non fa altro che avvolgere il nostro bizzarro modo di stare al mondo. Con gli ombrelli. Un vincolo alla pioggia, tra i vicoli.