La fatica d’esser Jean-Paul Sartre

ottobre 30th, 2018 | by Ilaria Bonazzi
La fatica d’esser Jean-Paul Sartre
Letteratura

La fatica d’esser Jean-Paul Sartre, di occupare centocinquantatré centimetri in altezza ed esser strabici ed esistenzialisti ed acclamati ma comunque strabici. Lavarsi poco, per giunta. La fatica d’esser Jean-Paul Sartre ed essere amico di Albert Camus, che invece si lava ed è alto e bello e ha i capelli e piace senza sforzo. Pensare che non rappresenti un problema. La fatica d’esser Jean-Paul Sartre ed essere piuttosto egocentrici.

Corre l’anno 1917 quando, dopo i primi tredici anni passati ad esser l’orgoglio della madre, Sartre inizia il liceo. Che se sei brutto e per giunta intelligente troppo bene non può andare e infatti bene non va, a nessun tredicenne importa granché della bellezza interiore e i suoi compagni di scuola non fanno eccezione. La madre lo manda a Parigi.
Quando conosce Simone, Simone De Beauvoir, è il 1929 e sta facendo l’affare della sua vita, perché lei oltre ad esser bella e intelligente non vuole sposarlo. Le piacciono donne e uomini, gli propone una relazione non monogama, un amore necessario e vari amori contingenti, condivide con lui le sue amanti. Sarebbero durati cinquant’anni, ho avuto la sensazione d’incontrare me stessa, avrebbe detto lei. Famosi e presi a modello, prototipo dell’amore libero intellettuale, si promettono d’esser sempre onesti e s’ascoltano reciprocamente non senza dolore, perché comunque uno voglia raccontarsela si preferirebbe sempre essere gli unici e i soli, ma tutto va bene.
Finché un giorno Simone gli presenta Wanda, Wanda Kosakiewicz.
Wanda è decisamente giovane e decisamente bella e anche decisamente poco interessata a Sartre. Esser poco interessati è il miglior modo per diventare un’ossessione e infatti lo diventa, ha il fascino dell’irraggiungibile, quello che frega sempre i filosofi e quasi sempre tutti gli altri.
La fatica d’esser Jean-Paul Sartre e convincersi che questo massacro sia un bene per lo sviluppo di un pensiero rivoluzionario. Infliggerselo con una certa ostinazione e un certo gusto.

Wanda Kosakiewicz è un’artista, la filosofia non le interessa e Sartre ha quindi già perso in partenza quello che poteva essere il suo unico punto di forza. C’è però in Sartre una certa tendenza a non vedere i propri limiti, tant’è che la bacia lo stesso, lei va in bagno a vomitare, lui non lo considera rilevante né sintomatico e le presenta il suo amico Albert Camus. E’ il 1943.
Camus ha dieci anni meno di lui, il triplo dei capelli, il quadruplo del carisma, è appena agli albori del suo momento di gloria e chiunque ci avrebbe pensato su molto bene prima di presentarlo alla propria amata o, se non altro, avrebbe provato un vago senso d’inquietudine, dopo. Sartre, incredibilmente, no. L’esistenzialista è lui, quell’altro è una meteora con un bel sorriso nel vasto, eterogeneo panorama intellettuale parigino. Wanda gli dice di star tranquillo, e lui sta tranquillo.

Per lei è un colpo di fulmine, per Camus Wanda sarebbe invece evitabile e sacrificabile ma l’occasione di far impazzire Sartre non lo è: far sentire a lui, al Filosofo, all’Esistenzialista, cosa voglia dire esser rifiutati, non lo è. Funziona anche, perché Sartre passa gli anni successivi a lamentarsi con Simone –  Simone che non è più così certa d’esser l’amore necessario, Simone che è una santa donna – scrivendo lunghe lettere che volevano passare per ironiche e invece erano serie. “Cosa credeva di fare, Wanda, andandogli dietro? Cosa voleva da lui? Non ero molto meglio io? Ero anche così gentile”.
Sartre s’oppose sempre ferocemente alla volontà di Simone di pubblicare le sue lettere, ma ebbe la sfortuna di morire prima di lei e di non potersi più opporre ferocemente a nulla. Nel 1990, quand’erano ormai morti entrambi, per par condicio, furono pubblicate anche le lettere di Simone a Sartre, che lei aveva dichiarato d’aver perso e invece c’erano tutte. La loro corrispondenza, quella reale, intera, non solo al suo meglio, tradiva una certa sofferenza da ambo le parti, una tolleranza forzata nel rispetto di un patto che avrebbe avuto senso solo con una base di disinteresse che non c’era. Crolla il mito dell’amore libero intellettuale.
La fatica d’esser Jean-Paul Sartre e non accettare sconfitte. La fatica d’esser Jean-Paul Sartre, sperare che questa storia finisca nel dimenticatoio e invece Andy Martin, che è un critico inglese, ci scrive sopra un libro: The Boxer and the Goalkeeper – Sartre vs Camus.

Camus e Sartre si allontanarono in definitiva, diverse idee politiche e filosofiche, dissero, ma le spietate critiche di Sartre a qualunque cosa l’altro dicesse o facesse o fosse tradivano un rancore che non aveva granché né di politico né di filosofico. Camus fu più elegante, perché gli importava meno e l’eleganza riesce sempre facile a chi è distaccato. E’ necessario innamorarsi, scrisse senza far nomi, è il miglior modo per trovare una giustificazione a tutta l’amarezza che sentiremmo comunque.

La fatica d’esser Jean-Paul Sartre, morire vent’anni dopo Camus senza aver smesso di odiarlo. Vincere il Nobel e non riuscire a vedere oltre il proprio naso e non per colpa dello strabismo.
E la fatica d’essere, in tutto questo, Simone De Beauvoir.

Sitografia:
https://telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/9316768/Sartre-Camus-and-a-woman-called-Wanda.html